Che ci faccio qui?

 


È una nottata tranquilla e molto calda. Di quelle che ho trascorso in Giappone per tanti anni all’arrivo dell’estate. Qualche volta al karaoke con i colleghi stranieri, qualche altra con i colleghi giapponesi. Più spesso con le vesciche ai piedi e alle mani dopo l’allenamento di kendō.

Non ho mai usato la mia esperienza, i miei titoli, o i nomi delle persone con cui sono in contatto e ho collaborato, per determinare la validità di quello che dico o scrivo. È un errore di metodo. La forza dell’argomentazione deve manifestarsi attraverso l’argomentazione stessa. Se è logica, basata sui fatti, rigorosa, allora è una buona argomentazione.

Per questo approccio sono debitore in egual misura alla Grecia Classica e all’India. La prima, per i suoi filosofi dediti alla ragione, e la seconda per la sua singolare abilità di conciliare la spinta verso il metafisico con la concretezza. All’università Indologia è uno degli esami che ho amato di più.

Tuttavia, ciò a cui mi sforzo di attenermi quando lavoro sui testi viene dal confucianesimo. È il concetto che Confucio ha chiamato 正名 e che viene spesso tradotto come “Rettificazione dei Nomi”. Confucio non scrisse nulla, perciò è necessario ricorrere alla trascrizione che i suoi allievi hanno fatto di ciò che insegnava. Presumendo che si tratti effettivamente di ciò che Confucio ha detto, la sua posizione in merito alla rettificazione dei nomi non potrebbe essere più chiara: l’uso delle parole deve corrispondere esattamente a ciò che essere sono nate per descrivere. Se questa corrispondenza viene meno, ogni sistema umano si incrina e si compromette. Da qui la necessità, prima di intraprendere qualsiasi cosa, di correggere il linguaggio non per adattarlo alla situazione attuale, ma per riportarlo alla sua condizione originale.

Quasi duemila anni dopo Confucio, l’ultimo dei grandi filosofi neconfuciani, Wáng Yángmíng, afferma che deve esservi corrispondenza non solo tra il linguaggio e ciò per cui lo si usa, ma soprattutto tra la propria conoscenza e le proprie azioni. La formula che usa è la seguente: 知行合一 “l’unità di ciò che si sa e ciò che si compie”. In altre parole, la conoscenza acquisita porta con sé la responsabilità di agire secondo quella conoscenza.

Quando considero ciò che sto facendo e perché, non trovo risposta migliore di questa. Rispondo all’imperativo di agire secondo conoscenza, e quindi secondo coscienza.

 

Il debito

Uno degli insegnamenti più cari del mio maestro zen è il seguente: ogni essere umano esiste come conseguenza dell’esistenza dei suoi genitori. Se si va all’indietro di 10 generazioni, ogni essere umano è legato all’esistenza di 1024 persone. Se una sola di queste persone non fosse esistita, questo essere umano oggi non sarebbe qui.

Questo mi ha colpito profondamente. È un curioso contrappunto al celebre kōan “se incontri un buddha, uccidilo”. I due aspetti non sono in contraddizione. È vero, come ha insegnato Shakyamuni, che la realtà esiste come conseguenza di qualcos’altro. Allo stesso tempo, ogni singolo essere umano è direttamente responsabile delle proprie azioni, e tramite esse determina il proprio presente e il proprio futuro. Inoltre, è solo attraverso ciò che sperimenta di persona che può acquisire una autentica conoscenza. Cioè, una conoscenza che sia fatta di esperienza empirica, non di concetti.

La strada del maestro non è la strada dell’allievo, neppure volendolo. La nota espressione shuhari 守破離è una esposizione molto sintetica del cammino dell’allievo: segue il maestro, contesta il maestro, si allontana dal maestro. Credo che ci sia un quarto possibile passo, che è il ritorno presso il maestro, ma è una mia convinzione personale.

La sequenza non è negoziabile. All’inizio si deve per forza di cosa seguire il maestro, che piaccia o meno. Si deve obbedire alle regole anche se sembrano il frutto di una scelta casuale o arbitraria. Nietzsche ha espresso un pensiero simile, anche se più arido, in Così Parlò Zaratustra: si deve imparare ad essere schivai prima di essere liberi.

Allontanarsi dal maestro è la strada per la libertà, e quindi è la strada per l’errore. Anche dopo che ci si è allontanati dal maestro, il debito di gratitudine nei suoi confronti rimane, e non può essere estinto.

 

La virtù più alta

Non ho mai permesso a nessuno di chiamarmi maestro, perché non è questo quello che sono, ma insegno da tanti anni, anche se non Kōdōkan jūdō. Una cosa che ho imparato presto è che le parole di un insegnante sono uno strumento efficace e pericoloso. Specialmente se si tratta di argomenti per i quali è difficile svolgere verifiche in modo rapido e preciso. È difficile non soccombere alla tentazione di portare chi ci ascolta dalla nostra parte, senza che se ne accorga. Parlargli con tale trasparenza e onestà da dargli gli strumenti perfino per costruire una critica a ciò che stiamo insegnando. Il confucianesimo afferma che la virtù più alta è il sei . Viene talvolta tradotto come “sincerità”, ma l’etimologia è più interessante: significa “dire”, e significa “diventare”. La condizione del sei è quella in cui le parole si traducono esattamente nella realtà, cioè quando sono usate in accordo con il principio della rettificazione dei nomi.

Il mio cammino mi ha portato a una riscoperta di quelle che alcuni chiamano “le radici cristiane”. Al di là dell’aspetto della fede, che è una faccenda personale, che non è rilevante per questa discussione, è l’aspetto della filosofia che mi ha colpito. I padri della chiesa hanno identificato nella verità la virtù suprema. Nel Vangelo, Cristo stesso afferma di essere “via, verità e vita”. Altrove, afferma che la verità è ciò che renderà l’essere umano libero. Nietzsche, di nuovo, proporrà in seguito una critica feroce del cristianesimo sostenendo che si tratta di una mentalità di schiavi, ma sottolinea che c’è una relazione diretta tra l’insorgere della Scienza e l’importanza che la ricerca e l’adozione della verità rivestono nel cristianesimo. Cesare Barioli, nell’introduzione a Fondamenti del Judo, afferma che “non c’è via di scampo alla verità”.

 

Negare la verità: il Postmodernismo

La posizione diametralmente opposta trova la sua rappresentazione migliore nelle parole degli autori della cosiddetta scuola postmodernista. Foucault sostiene che la verità venga costruita all’interno di sistemi di potere e non esiste di per sé. Derrida tenta di rimuovere l’importanza dell’autore dal testo, concentrandosi unicamente su quello che il lettore decide di estrarre dal testo stesso. Lyotard nega l’esistenza di qualsiasi “grande narrazione”.

Non c’è nulla che io trovi più lontano dalle mie posizioni di quello che gli autori postmodernisti hanno tentato, e in una certa misura sono riusciti a imporre, come posizione dominante nel mondo dell’accademia. Al di là delle posizioni in materia di politica e sociologia, che trovo per lo più impossibili da condividere, il dato di fatto è questo: prendendo ad esempio i densho di una determinata scuola di jūjutsu, quei densho non sono la dimostrazione di una struttura oppressiva di potere poiché chi entra in quella scuola lo fa per scelta personale, e il loro contenuto non è soggetto a un numero potenzialmente infinito di interpretazioni ugualmente valide. Al contrario, l’insegnamento dei densho è univoco e preciso proprio perché si tratta di testi concepiti per tramandare un insegnamento specifico, una tradizione determinata. È la sua costanza attraverso il tempo, non la sua possibilità di essere oggetto di interpretazione, a rendere possibile che la tradizione esista in quanto tale. Una tradizione incapace di evolversi rischia di diventare un retaggio del passato senza grande valore per il presente, ma questo è tutt’altra cosa dall’arrogarsi il diritto di costruire per conto proprio un significato del contenuto del densho che non corrisponde all’originale.

 

Il metodo d’indagine: esegesi, non eisegesi

Io sono un introverso, una persona fondamentalmente timida. Preferisco di gran lunga ascoltare invece di parlare. Quando lavoro a un testo, cerco di rimanere in silenzio e lasciare che sia il testo a parlare. Dove il mio lavoro entra in gioco è nel rendere il testo accessibile a persone che sono nate secoli dopo in una cultura diversa. L’interpretazione del testo, quella che per gli specialisti è l’esegesi, non riguarda “me” come individuo, a meno che non stia parlando a titolo personale. Voglio che sia la voce dell’autore, non la mia, a risuonare attraverso il testo. Per questo cerco di essere molto attento alle scelte lessicali, a motivarle con una citazione o un riferimento bibliografico, e a non aggiungere nulla al testo senza segnalare chiaramente che si tratta di una porzione di testo assente nell’originale. Per quanto mi riguarda, è l’unico modo di dimostrare rispetto nei confronti del lettore, perché faccio ogni sforzo possibile per non portarlo fuori strada, e soprattutto verso l’autore dell’originale, perché cerco di fare in modo che siano la sua visione e il suo messaggio a raggiungere i lettori odierni, non la mia personale e arbitraria interpretazione.

La posizione opposta è invece cercare di far dire al testo quello che si vuole che dica. Il motivo è di importanza secondaria: l’errore di fondo è nel metodo.

 

Hodopoeia: Cesare Barioli e la costruzione della via

Non ho mai conosciuto di persona Cesare Barioli. Ciò che ho imparato su di lui proviene da tre fonti:

1.        I libri che ha scritto o curato

2.        I video delle sue lezioni e conferenze visibili su internet

3.        Ciò che di lui hanno scritto e detto altri

In quest’ultima categoria rientrano sia i suoi sostenitori che i suoi detrattori, e se i primi appaiono talvolta tendere verso un culto della personalità, ho talvolta letto e sentito commenti da parte degli altri che sono, secondo me, al di sotto del livello di una discussione legittima. D’altro canto, sul versante opposto, sembrano esservi parecchi convinti che una legittima discussione non della persona, ma del suo operato o parte di esso, non debba esistere. Una posizione che io personalmente non posso accettare.

L’importanza di ciò che Cesare Barioli ha fatto per la diffusione delle arti marziali in Italia può difficilmente essere sottostimata. La sua levatura come insegnante e tecnico è innegabile. Il numero e la portata delle sue iniziative, sia editoriali che più pratiche, sono notevoli. Sia nello scritto che nel parlato, la sua abilità oratoria, il suo carisma e la sua capacità di articolare il discorso emergono con chiarezza. Ciò che personalmente trovo più condivisibile è la sua visione del judo come di una disciplina dal profondo valore educativo e sociale, qualcosa che supera la vittoria del singolo in una competizione e punta alla vittoria dell’Uomo, della società. Senza nulla togliere al valore della competizione, arriva per tutti il momento in cui combattere in gara fa parte del passato, ma questo non significa che si debba per forza smettere di fare judo. Ciò che si è appreso lo si può mettere al servizio di altri scopi, applicare ad altri ambiti. Questo è il judo che ho amato da bambino, benché l’abbia praticato in una realtà diversa da quella delle palestre e delle sigle delle quali Cesare Barioli è stato l’anima.

Ho invece l’impressione che Cesare Barioli si sia dedicato a un tentativo di hodopoeia, alla creazione di un’altra via, avvalendosi di una moltitudine di fonti e influenze slegate dal Kōdōkan jūdō e prese non nella loro interezza, ma per la parte che poteva servire alla realizzazione di una determinata visione. Sono convinto che si debba avere rispetto di coloro che tentano di costruire invece di limitarsi a distruggere, ma qui è dove la strada che ho scelto diverge.

Il mio maestro, il maestro del mio maestro, e il suo maestro, erano praticanti di Kōdōkan jūdō. Per me, questo circoscrive il campo d’azione al Kōdōkan jūdō e identifica in Kanō Jigorō la fonte primaria. Non perché sia al di sopra di ogni critica, ma perché è l’uomo con cui l’esperienza del Kōdōkan jūdō ha avuto origine.

Non voglio con questo passare un giudizio né sul fine dell’operato di Cesare Barioli né sul suo operato in quanto tale. Ho delle grosse riserve per quanto riguarda il suo lavoro sul testo.

 

De omnibus dubitandum est

Ci sono alcune cose da tenere in considerazione quando si valuta il risultato di un lavoro sul testo:

1.        L’accesso all’informazione di cui godiamo ora è infinitamente superiore a quello a disposizione delle persone che si affacciavano a questo lavoro anche solo trent’anni fa, e più si retrocede più questo divario diventa significativo. Il nostro problema oggi non è la quantità dell’informazione, ma la sua qualità, motivo per cui insisto tanto che il lavoro sul testo venga svolto secondo i criteri più rigorosi e trasparenti.

2.        Il giapponese è una lingua che il gesuita Francesco Saverio definiva di una difficoltà infernale, alla quale si deve aggiungere la distanza temporale e culturale che separa il lettore occidentale di oggi dal giapponese che redigeva il testo nel XIX secolo, o perfino prima. I presupposti della nostra cultura erano assenti in Kanō Jigorō, e a maggior ragione in chi l’aveva preceduto. Lo sforzo del traduttore è di capire ciò che l’autore intendeva all’epoca e renderlo accessibile a chi legge oggi.

3.        Se da un lato il rigore accademico non è un’invenzione recente, espressioni come “disinformazione” e “verifica delle fonti” sono entrate a far parte del discorso pubblico negli ultimi tempi, in parte a seguito della diffusione dei social media prima e dell’intelligenza artificiale poi. Gli uni e l’altra richiedono una verifica e una sorveglianza umana attenta e costante, perché possono essere usati in maniera estremamente efficace, più o meno volontariamente, per scopi che non hanno nulla a che fare con la ricerca della verità.

4.        Poiché il traduttore costruisce a tutti gli effetti un ponte tra il passato e il presente, è sua precisa responsabilità accertarsi che la voce dell’autore sia rispettata, il contenuto sia corretto, e in caso di ambiguità, fornire al lettore le possibili versioni e le informazioni necessarie perché possa valutare di persona.

5.        Se il traduttore o il curatore è una persona famosa o rispettata, deve avere chiaro che chi legge il risultato del suo lavoro sarà portato a credergli per principio, se è un suo sostenitore, o a dubitare per principio, se è un detrattore. Se però il traduttore o il curatore è un divulgatore, non è un ideologo o un demagogo, il suo compito è rendere accessibile la conoscenza agli altri, non indirizzare il loro pensiero verso una determinata interpretazione.

Per queste ragioni, specialmente per l’effetto che l’avallo di un maestro può avere sugli allievi, sono convinto che sia necessario vagliare qualunque informazione e vagliarne accuratamente la fonte.

 

Mizoguchi Noriko, Henry Plée, Donn Draeger

Quando si applicano gli stessi criteri anche agli scritti o alle opere curate da grandi maestri, inevitabilmente emergono problemi. Questo non significa che quei grandi maestri siano delle persone indegne. Significa che il lavoro che hanno svolto, limitatamente al testo che hanno prodotto, presenta delle lacune e degli errori. Se questo è il caso, le lacune vanno colmate e gli errori vanno corretti, per la semplice ragione che questo è quello che ci si aspetterebbe nei confronti del lavoro di chiunque, a prescindere dal cognome.

Ecco tre esempi.

1.        Quando Mizoguchi Noriko scrive che la striscia bianca sulla cintura nera femminile era un insulto alle judoka femmine, era parte di un sistema di oppressione patriarcale ed era indice di una sorta di misoginia nei confronti delle donne da parte di Kanō Jigorō, mentre il Dai Nippon Butokukai, in quanto istituzione “di campagna”, era più liberale, sta facendo delle affermazioni che sono false ed errate ad ogni livello di analisi. Il fatto che Mizoguchi Noriko sia una campionessa, un’allenatrice, e abbia conseguito un PhD, non cambia il fatto che le sue argomentazioni sono indifendibili nei fatti. Così, quando qualcuno come me se ne accorge, fa ricerche dovute e contesta nel merito non Mizoguchi Noriko, ma le sue affermazioni.

https://acquautunnale.blogspot.com/2025/08/il-judo-tradito-cintura-nera-bianca.html

2.        Nel 1972 Henry Plée pubblica Les points vitaux secrets du corps humain : le secret des atémis (1972), indicando come traduttore Jacques Devevre. Nel 1998 il libro viene ripubblicato con un titolo diverso “L’arte sublime ed estrema dei punti vitali”. L’edizione italiana arriva nel 1999, tradotta da Alda Teodorani per Mediterranee. I problemi cominciano già dalla copertina. Il titolo è una creazione poetica mentre l’originale giapponese, che compare in copertina, è “spiegazione degli atemi e delle tecniche di sappō e kappō”. Fujita Seiko (non Saiko) viene indicato come co-autore, ma Fujita era morto nel 1966, 6 anni prima dell’edizione del libro. Viene descritto come il direttore del “Centro di Ricerche sulle Tecniche di Combattimento Ancestrali”, mentre in realtà era il direttore del Centro di Ricerca sul Bujutsu Giapponese, che aveva fondato egli stesso. Gli viene attribuito un legame con l’Unità 731 e di avere condotto esperimenti umani per conto del governo giapponese. La presenza di Fujita Seiko in Manchuria è attestata da una fotografia, ma non c’è nessuna prova del suo coinvolgimento nelle attività dell’Unità 731, né che il governo o l’esercito gli avessero commissionato uno studio per identificare i punti vitali più efficaci per formare i soldati che combattevano al fronte. Non risulta che Fujita Seiko sia mai stato formalmente accusato o processato per crimini di guerra.

Quando questi, e molti altri elementi problematici vengono alla luce a seguito di un confronto preciso con l’originale, segnalarli e discuterli non significa mancare di rispetto a chi ha realizzato il libro: significa correggere un errore e ostacolare la diffusione di un falso storico.

https://acquautunnale.blogspot.com/2017/04/punti-vitali-fujita-seiko-e-henry-plee.htm

3. Persino uno dei più noti praticanti e studiosi delle arti marziali giapponesi, Donn Draeger, ha contribuito suo malgrado al diffondersi di informazioni inesatte affermando che il judo era stato proibito nel dopoguerra, affermazione contestata, tra l’altro, sulla base della lettura degli ordini del Comando Supremo delle Forze Alleate, reperibili nella sezione digitale della Biblioteca della Dieta Giapponese, in questo studio.

https://acquautunnale.blogspot.com/2024/10/proibizione-budo-dopoguerra.html

L’informazione viene riportata tra parentesi in quella che sembra una nota di redazione, benché non venga qualificata come tale, nel testo di un fax inviato da Corrado Croceri a Cesare Barioli e conservato nel sito del Busen di Milano.

https://busenmilano.org/pdf/kenshiro-abbe1.pdf

In nessuno di questi tre esempi è la levatura morale o la dignità di Mizoguchi Noriko, di Henry Plée o di Donn Draeger a essere messa in discussione in modo arbitrario. L’oggetto della critica è la qualità del loro lavoro sul testo, sulla base di riscontri oggettivi e di dati di fatto, tra i quali il confronto con le fonti originali.


Cesare Barioli

Per quanto riguarda Cesare Barioli, come si è detto, la sua produzione è vasta. Questi sono esempi tratti da alcuni testi che ha curato.

 

Judo Kodokan

Cesare Barioli risulta come traduttore di Illustrated Kodokan Judo pubblicato da Kōdansha nel 1955, e reso in italiano come Judo Kodokan. L’originale contiene una prefazione di Kanō Risei, all’epoca presidente del Kōdōkan, sostituita nella versione italiana da un’introduzione del pediatra Marcello Bernardi. Si possono fare delle ipotesi sul perché, tenendo presente che Marcello Bernardi era vicino a Cesare Barioli e il maestro giapponese di Cesare Barioli, Abe Kenshirō, era in polemica con il Kōdōkan, ma non è questa la sede né l’esempio che intendo portare perché le fonti scritte a disposizione non autorizzano a trarre conclusioni. Proseguendo nella lettura, a pagina 5 si trova un passaggio che contiene un’eclatante serie di inesattezze:

1.        Si parla di un “teorico cinese” chiamato Hwang Shinkon. In realtà, Huang Shi Gong Sanlue è il titolo di uno dei Classici Militari cinesi e la frase non è “la forza sta nell’agilità”, ma 柔能制剛, “ciò che è flessibile può dominare ciò che è rigido”.

2.        Si parla del Kokushōji come un testo, mentre in realtà era il tempio nel quale soggiornò l’esule cinese Chen Yuanbing.

3.        A pagina 7 compare la frase “i regolamenti imperiali vennero restaurati nel 1868”, verosimilmente dall’inglese “the imperial rule”, che significa tuttavia “il potere imperiale”, non “i regolamenti”.

Questi problemi nascono molto probabilmente da un lavoro sul testo scadente da parte di chi preparò la versione inglese del testo originale. Eppure, l’autorevolezza del testo e del suo traduttore sono tali che ancora nel 2016 Il PDF “Storia del Judo” preparato dal Settore Judo della UISP, a pagina 2, riportava la formulazione in modo sostanzialmente identico: “Fioriscono numerose scuole che differivano tra loro per i metodi ma che si rifacevano per lo più ai concetti esposti in un antico libro di strategia che fu la guida dei soldati giapponesi in epoca feudale dal titolo "La forza sta nell'agilità".
www.uisp.it/discorientali/files/principale/01SEZIONI/Thay81/La%20storia%20del%20Judo_1.pdf
Questa è una dispensa che viene utilizzata come materiale di studio per l’esame di grado per la cintura nera. È certamente un errore involontario, e questo lo rende paradossalmente ancora più serio perché dal 2016 fino alla prossima revisione chi ha utilizzato questa dispensa o il volume Judo Kodokan per studiare la storia del judo ha letto delle informazioni sbagliate.

 

Il Libro del Judo

In questo testo vi sono due ordini di inesattezze: il primo deriva da una comprensibile mancanza di dimestichezza con la lingua e la letteratura giapponese, l’altro deriva da informazioni imprecise in merito al Kōdōkan jūdō.

Ad esempio, a pagina 191 fa corrispondere kojiki “cose antiche” e koshiki “forma delle cose antiche”, ma i rispettivi caratteri (古事記 e 古式) sono significativamente diversi a livello grafico e non hanno attinenza dal punto di vista del significato se non perché condividono entrambi il concetto di “antico”.

A pagina 19 afferma che Kanō lasciò la presidenza del Kōdōkan al “nipote Nango Jirō, asso dell’aviazione militare”, ma Nango Jirō era un alto ufficiale di marina e assunse l’incarico di presidente del Kōdōkan dopo la morte di Kanō, non prima.

A pagina 35 afferma che il Kime è “l’uso dell’energia in tutte le sue direzioni”. Se si tratta di una traduzione, è semplicemente errata, anche perché questa è la definizione di kime che si trova nel karate moderno, assente nei libri scritti da Funakoshi Jichin, e assente nel Kōdōkan jūdō tranne che per il nome del Kime no kata, dove però ha un altro significato, e soprattutto assente in tutti i densho del Tenjin shin’yō ryū, le cui tecniche costituiscono la base dello Shinken shōbu no kata, poi divenuto Kime no kata. Se invece si tratta di una interpretazione originale del maestro, la prassi più rigorosa prevederebbe di segnalarlo al lettore, per evitare confusioni tra l’ortodossia e le proposte innovative che non appartengono alla tradizione del Kōdōkan jūdō.


Fondamenti del Judo

Pubblicato inizialmente come Quaderni del Bu-sen 3 nel 1995 e poi ristampato, con minime differenze, come Fondamenti del Judo da Luni, è un libro particolarmente significativo, frutto di uno sforzo e di un impegno notevoli, e tuttavia estremamente problematico. Ne ho discusso in dettaglio in due diversi articoli, perciò mi limiterò a formulare tre punti principali.

1.        C’è uno scostamento irriducibile tra il titolo del libro, ciò che dichiara di essere, e la fonte sulla quale dichiara di essersi basato. Il titolo del volume, sia nella versione Quaderni del Bu-Sen che nella versione Luni, è Fondamenti del Judo. In giapponese, Jūdō kihon柔道基本. Il sottotitolo, sia nella versione Quaderni del Bu-Sen che nella versione Luni, è judo kyohon, in lettere latine. Jūdō kyōhon 柔道教本, “libro di insegnamento del jūdō” o sussidiario del jūdō, è il titolo dell’unico libro propriamente sul Kōdōkan jūdō scritto dal maestro Kanō e pubblicato nel 1935. Nella versione del Bu-Sen, a pagina 8, compare il seguente testo in inglese: “Judo kyohon, The Fundamentals of Judo, was published in 1935 for the first time, reprinted in 1951, and recently in 1983, this time within the three volumes (sic) collection including the Opera Omnia of Jigoro Kano […]. It is composed of articles written between 1916 and 1937 […]”. Due problemi sono immediatamente evidenti: la versione del Bu-Sen presenta “fondamenti del judo” come la traduzione del titolo “judo kyohon”, il che è una scelta indifendibile dal punto di vista linguistico. Kihon 基本 è una cosa, kyōhon教本 è un’altra cosa. Più importante ancora, la versione dei Quaderni del Bu-Sen afferma che Judo Kyohon è composto da articoli scritti tra il 1916 e il 1937, mentre in realtà Jūdō kyōhon è un volume unico pensato per la scuola media. Quindi, l’originale da cui sono tratti gli articoli non è il Jūdō kyōhon pubblicato nel 1935, ma la raccolta in dieci volumi, ora passati a quattordici, chiamata Kanō Jigorō taikei. Nella versione Luni, questa parte viene omessa per intero, fatta eccezione per il titolo “Fondamenti del judo” e per il sottotitolo “judo kyohon”, che continua ad essere errato. Nella versione Luni, a pagina 10, Cesare Barioli scrive “da molti anni questo libro (pubblicato nel 1935) avrebbe dovuto essere tradotto agli occidentali”. Poche righe sotto aggiunge: “gli scritti del sig. (sic) Kano sul Judo consistono in una serie di articoli pubblicati fra il 1916 e il 1930”. Continua quindi la confusione tra il libro intitolato Jūdō kyōhon e pubblicato nel 1935, e gli articoli, che fanno parte di una tradizione bibliografica separata.

2.        C’è una forte impronta ideologica, non ancorata a una bibliografia, che pervade il volume. In seconda di copertina, ad esempio, si dice che “Kano ha visto il suo paese rinnegare la tradizione a favore delle tecniche commerciali, dei modi di vita, degli aggressivi principi industriali occidentali”. È una visione estremamente distorta della realtà: il motto del Rinnovamento Meiji era wakon yōsai 和魂洋才, “spirito giapponese, tecnica occidentale”. Molte delle neonate aziende giapponesi erano state fondate da famiglie di origine samurai, che portarono la medesima etica nel campo degli affari. Fosco Maraini, che visse in Giappone a ridosso della Seconda guerra mondiale, scrive in Ore Giapponesi “il Giappone è modernizzato, ma poco, pochissimo occidentalizzato”.

A pagina 10, Cesare Barioli scrive: “l’editoria nipponica e il Kodokan (mito del Judo) ci hanno dato testi e manuali di famosi campioni, maestri e studiosi, ma non l’opera fondamentale del Fondatore, permettendo che noi interpretassimo sportivamente la disciplina, errore forse comprensibile, ma inganno ingiustificato da parte del Sol Levante. È conseguenza del complotto di vendere il Judo all’Int. Olimpic (sic) Commettee in cambio della riabilitazione del nuovo Giappone agli occhi del mondo nel dopoguerra? È confessione di incapacità a presentare questi scritti con un commento che li renda comprensibili ai  <<barbari bianchi>>? O, più meschinamente, la mancata pubblicazione copre il tradimento attuato nella successione del Kodokan-shihan?”

Sono accuse molto forti. Si parla di inganno, incapacità, tradimento. Si fa un riferimento ai “barbari bianchi” che oggi sarebbe inaccettabile per molti. Si paventa la “vendita” del judo come merce di scambio, un’idea confutata dalla realtà storica: il ruolo del Giappone nella guerra di Corea, il Trattato di San Francisco del 1952, e l’ascesa del Giappone come potenza economica e commerciale.

3.        C’è un serio problema di metodo per quanto riguarda le glosse. A pagina 10, Cesare Barioli lamenta la mancanza di un commento adeguato che renda comprensibile il testo al lettore occidentale, ed è un punto estremamente valido. Il risultato, tuttavia, è deludente: il testo è ricco di incisi racchiusi tra parentesi, non segnalati come aggiunte del traduttore o del revisore, e quindi passibili di essere scambiate per incisi scritti da Kanō stesso. In diversi casi, il testo tra parentesi contiene informazioni errate, ad esempio shodan glossato come “piccolo dan” 小段invece che come “dan iniziale” 初段, o estranee all’insegnamento di Kanō Jigorō. Alle pagine 45 e 46, ad esempio, si parla di “difesa <<chowa, accordo nel movimento”, “difesa <<go, rompere l’attacco>>, e “principio <<yawara>>, accettare il disequilibrio, ma non il contatto”, di cui Kanō non discute mai e che non fanno parte della teoria del Kōdōkan jūdō dal momento che non ve ne è traccia in nessun manuale del Kōdōkan jūdō, non vengono menzionate in alcuno dei volumi di Kanō Jigorō taikei, e non fanno parte del patrimonio né del Tenjin shin’yō ryū né del Kitō ryū. Se, come pare logico, si tratta di elaborazioni personali di chi ha preparato le glosse, questo è legittimo, ma sarebbe stato auspicabile esplicitarlo chiaramente, evitando il rischio di far concludere al lettore che si tratti di affermazioni del maestro Kanō stesso.

Segnalare queste cose significa innanzitutto avere letto con attenzione il testo, che è in sé una forma di rispetto. È del tutto comprensibile che quando gli errori e le imprecisioni sono così tante e di così notevole portata, portarli alla luce possa contrariare coloro per i quali Fondamenti del Judo è stata una pietra miliare. Lo so per esperienza, perché sono stato uno di loro. Ricordo con precisione di avere letto per la prima volta Fondamenti del Judo quando era ancora stampato con la copertina verde, e di essere stato profondamente colpito dalla frase riportata alla quinta riga di pagina 74: “non mi stancherò mai di ripetere che l’unica voce da ascoltare nella lunga peregrinazione della vita è quella che parla il cuore”, nell’articolo intitolato in traduzione L’apporto Culturale e Spirituale del Kodokan-judo. Anche qui vi sono due ordini di problemi:

1.        L’articolo originale, 講道館柔道の文化的精神発揮, compare per primo nel primo volume di Kanō Jigorō Taikei, a pagina 2. In Fondamenti del Judo, l’articolo compare a pagina 68, ed è preceduto da altri 5 articoli, alcuni dei quali non compaiono nell’indice del primo volume di Kanō Jigorō Taikei, il che porta a concludere che la fonte primaria utilizzata sia non Kanō Jigorō taikei, ma un’altra raccolta in tre volumi, verosimilmente Kanō chosaku shū. Oppure, che la fonte primaria fosse Kanō Jigorō Taikei, ma che l’ordine degli articoli sia stato modificato.

2.        La frase “non mi stancherò mai di ripetere che l’unica voce da ascoltare nella lunga peregrinazione della vita è quella che parla il cuore” non compare nel testo originale. Ciò che più le assomiglia è la seguente espressione in kanbun, che compare a pagina 16 del Volume I di Kanō Jigorō Taikei: 人生行路唯有一耳, che si analizza come segue:

人生 vita umana

行路 strada, cammino da percorrere

solo

esserci, esistere

uno

solamente, e basta

Il carattere trae facilmente in inganno perché in giapponese odierno si legge mimi e significa “orecchio”, ma in kanbun si legge “nomi” e significa “solo, solamente”.

Questo è un esempio della difficoltà oggettiva di lavorare su un testo scritto in giapponese Meiji da un autore di questa portata. Il problema però non riguarda solo la competenza linguistica, della cui carenza non si può fare una colpa a un non specialista, ma anche il metodo.

Nel paragrafo seguente dell’originale, Kanō spiega che è necessario stare attenti e valutare con attenzione la strada migliore, perché il rilassarsi troppo è l’origine del fallimento. Il paragrafo dura otto righe, e con esso si conclude l’articolo. Nella traduzione di Fondamenti del Judo, il testo continua per altre due pagine, con un contenuto molto diverso da quello dell’originale. Non significa che il testo in più in Fondamenti del Judo sia stato inventato, può trattarsi di una parte di un altro articolo o di una versione precedente, dal momento che l’originale presente in Kanō Jigorō taikei è datato 1924 e quello in Fondamenti del judo è datato 1922, così come è possibile che la datazione di Fondamenti del Judo sia errata. Rimane tuttavia il punto centrale: la frase di Kanō in originale ha un senso e una forma, e la traduzione italiana modifica entrambi. Questi sono dettagli che è necessario segnalare precisamente, se ciò che ci si prefigge sono la chiarezza e l’accessibilità, specialmente se l’intenzione è rendere accessibile il pensiero del maestro per preservare e difendere un jūdō che si vorrebbe “tradizionale”.

 

Kōdōkan, Butokukai, Abe

Nella realtà storica, la fondazione del Kōdōkan precede la fondazione del Dai Nippon Butokukai di 13 anni. Il Kōdōkan nasce nel 1882, il Butokukai nel 1895. Il Kōdōkan nasce come istituzione privata per impulso di Kanō Jigorō, che all’epoca era sostanzialmente uno sconosciuto, come attività ancillare rispetto alla sua scuola privata, il Kanō juku. Il Dai Nippon Butokukai è anch’esso privato, ma ha un profilo istituzionale molto diverso poiché ha tra i suoi dirigenti personaggi conosciuti di alto profilo e come patrono onorario un membro della famiglia imperiale.

Le circostanze storiche che portano alla nascita del Kōdōkan jūdō e del Butokukai sono anche esse molto diverse. Nel 1882 il Giappone è una nazione in via di sviluppo, che ha investito massicciamente sull’educazione e sta iniziando a raccogliere i frutti del programma con il quale ha inviato studenti scelti all’estero per apprendere in Europa e in America ciò di cui ha bisogno. Nel 1895, è la nazione che ha sconfitto militarmente la Cina dei Qing nella guerra sino-giapponese. Lo scopo del Butokukai è precisamente quello di preservare e diffondere il butoku 武徳. C’è una differenza sostanziale tra la “virtù” com’è concepita in Occidente e il significato del carattere , così come la romantica interpretazione di come di un carattere che significa “fermare le armi” è un’invenzione tarda, anche se piuttosto diffusa, smentita dall’etimologia quando si consulta un dizionario specialistico. È possibile che lo si voglia interpretare in questo senso, ma non è questo che il carattere significa. Vi è anche una differenza significativa tra l’ideale del Kōdōkan, che nelle intenzioni di Kanō prevede di estendere al mondo intero la conoscenza e l’applicazione del principio dell’uso più retto del proprio vigore (seiryoku zen’yō 精力善用) come mezzo per ottenere una maggiore prosperità insieme (non necessariamente in egual misura o in amicizia, come sovente viene frainteso), e quello del Butokukai, che è invece concentrato sulla preservazione e la diffusione del butoku strettamente nel contesto del Giappone.

Sembra inoltre che in alcuni ambiti sia diffusa l’idea che il Butokukai fosse in certo senso il “vero” jūdō. È una posizione estremamente difficile da difendere quando si considera la realtà storica dei fatti. Il nome per esteso della disciplina fondata da Kanō Jigorō è Nihonden Kōdōkan jūdō. Sia la disciplina del Kōdōkan jūdō che l’istituto del Kōdōkan precedono la nascita del Dai Nippon Butokukai. Quando la commissione jūjutsu del Butokukai si riunisce nel 1906 per stabilire il randori no kata, essa è presieduta da Kanō Jigorō, che riveste contemporaneamente sia il titolo di maestro fondatore del Kōdōkan jūdō che quello di hanshi del Dai Nippon Butokukai. I primi insegnanti di Kōdōkan jūdō presso il Butokukai sono Isogai Hajime e Nagaoka Hideichi (o Hidekazu, a seconda delle fonti), entrambi appartenenti al Kōdōkan ed entrambi allievi di Kanō. Kanō stesso, nell’articolo Sul rapporto tra il Kōdōkan e il Dai Nippon Butokukai, afferma che il jūdō del Butokukai è Kōdōkan jūdō.

Isogai Hajime insegnò ininterrottamente al Dai Nippon Butokukai, e poi al Budō Senmon gakkō, dall’inizio delle rispettive attività fino alla dissoluzione di entrambi gli enti. Presso il Busen, Isogai raggiunse il titolo di Budō senmon gakkō jūdō shunin kyōju 武道専門学校柔道主任教授, il che significa che era l’autorità superiore per quanto concerneva l’insegnamento del jūdō. Durante i suoi anni presso il Budō Senmon gakkō, Abe Kenshirō studiò sotto Tabata Shōtarō e Kurihara Tamio, entrambi futuri decimo dan del Kōdōkan, che operavano sotto l’autorità di Isogai Hajime.

Questo indica una linea di trasmissione precisa: Kanō Jigorō – Isogai Hajime, Tabata Shōtarō, Kurihara Tamio – Abe Kenshirō. Non c’è dubbio che il jūdō del Butokukai fosse Kōdōkan jūdō, e che il jūdō che Abe Kenshirō portò con sé in Europa fosse Kōdōkan jūdō.

È tuttavia importante sottolineare che Abe Kenshirō aveva studiato anche kendō e aikidō. La sua formazione era dunque più ampia del solo Kōdōkan jūdō, ed è quindi ragionevole immaginare che la sua trasmissione abbia tenuto legittimamente conto non solo del Kōdōkan jūdō, ma anche di altre esperienze. Se questo è il caso, diventa impossibile sostenere che il jūdō di Abe Kenshirō fosse il “vero jūdō”, rispetto a quello del Kōdōkan. Primo, perché il jūdō del Butokukai era Kōdōkan jūdō. Secondo, perché i maestri con i quali Abe Kenshirō aveva studiato jūdō al Butokukai appartenevano alla tradizione del Kōdōkan jūdō. Terzo, perché se Abe Kenshirō ha proposto un insegnamento ibrido che comprendeva non solo il jūdō che aveva appreso al Butokukai, ma anche elementi, tecnici o teorici, del kendō e dell’aikidō, è di per sé evidente che si tratta di una modifica del Kōdōkan jūdō, quindi non del Kōdōkan jūdō “originale”, o tradizionale.

Non ci sono prove testuali che Abe Kenshirō fosse in polemica con l’istituto del Kōdōkan prima della fine della guerra. Nell’articolo sui rapporti tra Kōdōkan e Butokukai, Kanō solleva un problema concreto che riguardava l’attribuzione dei dan, in particolar modo il fatto che il Butokukai utilizzasse la vittoria in gara come elemento per il passaggio di grado. Questo è un dato interessante per il futuro dibattito sul rapporto tra i cosiddetti “ju-do” e “ju-sport”, perché in questo caso è il Butokukai, non il Kōdōkan, a favorire in concreto la pratica agonistica.

Dopo la guerra, il Dai Nippon Butokukai e il Budō Senmon Gakkō scompaiono. Non si tratta, come hanno sostenuto e sostengono tuttora in molti, di una proibizione del Comando Supremo Alleato o di una clausola del Trattato di Pace. L’una e l’altra affermazione sono storicamente indifendibili. L’ Instrument of surrender del 1945 non fa riferimento alla pratica delle arti marziali. Non c’è un solo ordine SCAPIN che decreti lo scioglimento del Dai Nippon Butokukai e, soprattutto, né il Dai Nippon Butokukai né il Kōdōkan compaiono nella lista delle entità da purgare.

Il Dai Nippon Butokukai si scioglie di propria iniziativa nel 1946. Di conseguenza, i titoli conferiti dal Dai Nippon Butokukai vengono convertiti in dan del Kōdōkan, e il Kōdōkan ritorna ad essere, come era stato in origine, l’unico ente responsabile del Kōdōkan jūdō. È difficile giustificare l’opposizione a questo passaggio quando si considera che si tratta dell’istituzione fondata da Kanō Jigorō per la disciplina che egli stesso aveva fondato.

Esiste una determinata linea di pensiero secondo cui la successione alla presidenza del Kōdōkan, dopo la morte di Kanō Jigorō nel 1938, fosse delegittimata dal fatto che la direzione fosse passata a Nangō Jirō, un alto ufficiale in pensione della Marina da Guerra Imperiale, e quindi, nel 1946, a Kanō Risei, che non praticava Kōdōkan jūdō.

La mancanza di legittimità può essere argomentata su due filoni: quello procedurale e quello della competenza tecnica.

Dal punto di vista procedurale, tutti i successori alla guida del Kōdōkan, compresi Kanō Yukimitsu e l’attuale presidente Uemura Haruki, sono stati nominati a seguito della raccomandazione dei membri del Comitato di Preservazione, o Ijiin kai 維持員会, perciò si può affermare che questa è la procedura consolidata, ed è relativamente coerente con la tradizione dal momento che la linea di successione è rimasta sostanzialmente all’interno della famiglia del maestro fondatore, come era prassi per ogni altro stile o scuola tradizionale, fino a tempi molto recenti. Nel caso di persone esterne alla famiglia, la successione avveniva previa adozione formale, che di fatto rendeva la persona in questione membro a tutti gli effetti della nuova famiglia.

All’epoca della successione il figlio maggiore del maestro, Kanō Rishin, che era stato adottato nella famiglia Takezoe, non era più in vita, essendo morto nel 1934 a 37 anni. Il secondo figlio del maestro, Kanō Risei, aveva 38 anni mentre il figlio minore, Kanō Rihō, ne aveva 26. Per contro, Nangō Jirō, nipote di Kanō perché figlio di una delle sorelle del maestro, Kanō Ryūko, ne aveva 61.

L’annuario del Kōdōkan del 1939, disponibile pubblicamente nella biblioteca digitale della Biblioteca della Dieta Giapponese (https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/a/a2/NDL1150663_%E6%9F%94%E9%81%93%E5%B9%B4%E9%91%91_%E6%98%AD%E5%92%8C14%E5%B9%B4_part1.pdf?utm_)

indica inoltre che tra i membri dello Ijiin kai vi erano sia Kanō Risei che Isogai Hajime, che era contemporaneamente una figura rilevante all’interno del Butokukai.

Kanō Risei non figura nell’elenco dei membri dello Ijiin kai nell’annuario del 1937, quindi non è possibile dire con certezza se sia diventato membro prima della morte di Kanō né se abbia partecipato alla discussione che portò alla raccomandazione di Nangō Jirō, ma la sua presenza è attestata dal 1939 in poi, il che significa che

a.        Non era stato semplicemente escluso dalla dirigenza del Kōdōkan, e

b.       La famiglia Kanō era ampiamente rappresentata all’interno della dirigenza del Kōdōkan, dal momento che il nipote di Kanō era stato nominato suo successore e suo figlio era membro dello Ijiin kai.

Inoltre, l’investitura di Nangō Jirō non era a vita, ma per un periodo di sette anni, che venne rinnovato con un’identica procedura nel 1945. Non risultano, al momento della presente ricerca, documenti che dimostrino la presenza di Kanō Risei tra i membri dello Ijiin kai che riconfermò Nangō Jirō nel 1945. Pochi mesi dopo Nangō Jirō si dimise e lo Ijiin kai raccomandò la nomina di Kanō Risei, che accettò dopo avere in primo tempo rifiutato la carica.

Questo rende l’accusa di “tradimento” estremamente difficile da sostenere dal punto di vista della legittimità formale, soprattutto alla luce del fatto che il regolamento adottato quando il Kōdōkan divenne una fondazione, nel 1909, stabiliva che la carica di presidente del Kōdōkan non fosse ereditaria, ma dipendesse dalla decisione dello Ijiin kai, che eleggeva un presidente che sarebbe rimasto in carica per un periodo di sette anni.

L’argomento della competenza ha i suoi meriti, poiché vi erano maestri tecnicamente molto più competenti di Nangō Jirō e di Kanō Risei. Tuttavia, è bene ricordare che avere praticanti più competenti dello stesso iemoto non era infrequente nelle scuole di jūjutsu tradizionali. Ad esempio, il quinto iemoto del Tenjin shin’yō ryū Iso Mataemon, nel manuale del 1893 Tenjin shin’yō ryū jūjutsu gokui kyōju zukai, afferma di non avere ancora padroneggiato ogni aspetto della propria scuola. Nello stesso periodo era attivo Inoue Keitarō, che era famoso per essere un eccellente esperto di Tenjin shin’yō ryū. Kanō stesso, in uno dei suoi articoli, afferma di essersi rivolto più di una volta a Inoue Keitarō per farsi correggere l’esecuzione dei kata, anche dopo avere ottenuto il permesso di insegnare.

Il Dai Nippon Butokukai viene talvolta descritto come un’istituzione più radicata nella competenza tecnica a livello direttivo, ma è vero il contrario. Non ci sono fonti che attestino che i membri fondatori del Dai Nippon Butokukai praticassero arti marziali. Lo stesso vale per il patrono membro della famiglia imperiale e per i presidi del Budō Senmon Gakkō. I maestri e i praticanti all’interno del Butokukai erano per lo più concentrati a livello di insegnamento, non a livello dirigenziale. Viceversa, la maggior parte dei membri della dirigenza del Kōdōkan erano veterani e alti gradi allievi diretti di Kanō.

Di conseguenza, qualsiasi cosa fosse ciò a cui Cesare Barioli si riferiva con “il tradimento della successione del Kodokan shihan”, non può avere a che fare con la corretta procedura da seguire né con un problema legato alla competenza di Nangō Jirō e Kanō Risei rispetto all’equivalente dirigenza del Dai Nippon Butokukai.

Quale che sia il motivo, i riscontri testuali che raccontano del periodo di Abe in Italia e la successiva elaborazione che ne fa Cesare Barioli convergono verso una mitopoeia, una costruzione del mito, che vede nel Butokukai l’erede del “vero judo” e nel Kōdōkan l’istituzione compromessa e decadente per via dell’inclusione del Kōdōkan jūdō tra le discipline olimpiche, qualificata come “vendita” per “riabilitare il Giappone”. Come abbiamo visto, questo non corrisponde alla realtà storica, ma è coerente con il legittimo desiderio di Cesare Barioli di costruire una via nuova, separata dal Kōdōkan jūdō e ispirata all’insegnamento di Abe Kenshirō, più confacente ai suoi ideali.

 

Quindi, che ci faccio qui?

È comprensibile, e perfino auspicabile, che persone esperte del lato tecnico del Kōdōkan jūdō facciano le dovute correzioni quando vedono errori che riguardano il lato tecnico del Kōdōkan jūdō. La competenza in una determinata pratica è una conseguenza della pratica stessa, ma essa non ha carattere di trasferibilità verso altre branche del sapere o verso pratiche differenti, se non in modo molto generale. Il nuoto e il calcio sono entrambi sport, ma un buon nuotatore non è necessariamente un buon calciatore. Il kendō e il Kōdōkan jūdō sono entrambe arti marziali, ma l’abilità nel seme 攻め del kendō è una cosa diversa dall’abilità del kuzushi nel Kōdōkan jūdō, malgrado vi siano alcuni elementi di continuità.

Ho specificato in apertura che non faccio mai ricorso alla mia esperienza, ai miei titoli o ai miei contatti per validare la mia argomentazione. Questo significa che cerco di parlare di ciò di cui sono competente, precisamente perché devo essere in grado di sviluppare l’argomentazione in modo che possa sostenersi sulla base della propria qualità, senza prendere in prestito l’autorità di un altro.

Per questa ragione, pur trattando con il dovuto rispetto la trasmissione orale tra maestro e allievo, non utilizzo, e di conseguenza non accetto, l’ipse dixit come elemento probatorio. Il maestro del caso, compreso il maestro Kanō, può avere detto o scritto una determinata cosa. Prima di considerarla un dato storico affidabile, essa dovrebbe essere verificata.

Il problema di accettare acriticamente l’ipse dixit è che rende molto complicato falsificare, inteso nell’accezione in cui lo usa Popper, ciò che viene detto. In questo modo, informazioni imprecise o false si diffondono per il semplice fatto che a sostenerle è un tale maestro o una tale istituzione. Una dimostrazione facile e immediata è la popolarità di cui godono falsi storici come la fondazione del primo club di baseball giapponese o la disobbedienza di Kanō nei confronti del padre per studiare jūjutsu, entrambi in voga sia in ambito federale che associativo. L’uno e l’altro sono parte di una agiografia che mira ad aggiungere nobiltà e prestigio alla figura di Kanō, e nel fare questo rende indistinguibile il mito dalla verità storica. Tuttavia, è quest’ultima che il maestro Kanō merita, ed è a quest’ultima che deve ispirarsi l’atteggiamento dell’allievo nei confronti del proprio maestro. La virtù del sei , nel confucianesimo, non è negoziabile.

Per queste stesse ragioni, rifiuto qualsiasi compromesso con la posizione postmodernista. La realtà oggettiva esiste. La verità non viene costruita. Non è una questione di potere. Un punto di vista rispetto a un argomento non ha la stessa validità di qualunque altro punto di vista. Dunque, rispettando il fatto che si possano proporre visioni e interpretazioni personali, esse dovrebbero essere tenute distinte da quello che è possibile affermare sulla base delle fonti storiche verificabili.

I temi che ho affrontato in questo articolo non hanno a che fare con la tecnica del Kōdōkan jūdō o con la propria, personale interpretazione di un aspetto del Kōdōkan jūdō. Hanno a che fare con la realtà storica, linguistica, e filosofica del Kōdōkan jūdō, che è materia di studio, non di opinione. Lo studio del passato richiede lo studio e la comprensione delle fonti. La comprensione delle fonti richiede una traduzione e un commento adeguati, e questo richiede che le parole con le quali vengono svolte la traduzione e il commento corrispondano esattamente a ciò che devono indicare, il che ci riporta alla Rettificazione dei Nomi di Confucio. Rispondere “tu non conosci abbastanza il judo” è facile, ed è la risposta giusta quando si tratta di temi tecnici. Questi non lo sono. Allo stesso modo, l’abilità e la competenza nella tecnica non comportano un’equivalente abilità e competenza negli ambiti necessari allo studio dei testi classici del bujutsu giapponese. Ad esempio, tra le fonti che ho consultato non c’è traccia che Watanabe Ichirō, uno dei più grandi esperti di teoria e storia del budō di sempre, abbia mai praticato arti marziali.

Spero così di essere riuscito a spiegare almeno in parte che non nutro alcuna animosità verso nessuno in particolare. Ho grande rispetto e stima per coloro che prima della mia generazione hanno costruito quello di cui oggi vediamo i frutti, e non c’è dubbio che fra questi Cesare Barioli sia stato di gran lunga il più influente, il più attivo, e quello dotato della visione più grande. Tuttavia, come egli stesso scrive nell’introduzione a Fondamenti del judo, non c’è via di scampo alla verità. Questo significa che ciò che deve essere corretto va corretto, sia per rispetto verso la tradizione del Kōdōkan jūdō che verso il maestro stesso. Considerando, naturalmente, che l’accesso all’informazione di oggi non è quello che era disponibile in passato, che determinati argomenti richiedono una conoscenza specialistica, e che le risorse di oggi sono molto superiori a quelle di venti o trent’anni fa.

Il senso di shuhari, che viene spesso citato, non è di difendere pedissequamente il passato in quanto tale. È prendere la propria strada dopo avere concluso il proprio apprendistato. Quello che per me era iniziato da bambino si è concluso con la morte di colui al quale dovevo la mia lealtà di allievo, motivo per cui, pur rispettando ogni sigla, non appartengo a nessuna.

Anche io preferisco un jūdō orientato all’educazione a un jūdō orientato alla competizione, e non perché vi sia qualcosa di sbagliato nell’agonismo in sé, ma nella competizione vince uno solo, mentre nell’educazione vincono tutti. Anche io penso che il jūdō abbia potenzialità educative enormi, perché è proprio così che Kanō Jigorō l’ha concepito. Però, con tutto il dovuto rispetto per chi non la pensa come me, è la sua visione che vorrei vedere restaurata, perché per me il jūdō è e rimane Kōdōkan jūdō, così come il Kōdōkan jūdō è e rimane giapponese. Dunque, è a quella visione che mi attengo. Dal momento che il testimone più diretto di quella visione è ciò che il maestro Kanō ha scritto, la traduzione corretta e rigorosa dei suoi testi è per me una questione della massima importanza, anche quando riguarda dettagli che altri possono considerare trascurabili e anche il contenuto di quei testi contraddice la visione, le opinioni, o le interpretazioni di altri.

Questo non significa che ogni parola che ho scritto in passato sia stata sempre misurata secondo lo standard a cui oggi cerco di attenermi. Un blog non è una pubblicazione scientifica sottoposta a revisione paritaria, e in alcuni casi il registro polemico, l’ironia o il sarcasmo possono avere preso più spazio di quanto sarebbe auspicabile in uno studio propriamente detto, specie quando si trattato, in passato, di uno spazio gestito da più voci. Per quello che mi riguarda, è una concessione che posso fare serenamente sul piano della retorica. Non cambia però il punto essenziale: quando una traduzione è errata, una glossa è arbitraria, una ricostruzione storica non è sostenuta dalle fonti, o una distinzione concettuale viene confusa, il problema rimane tale indipendentemente dal tono con cui viene segnalato.


Questo è quello che faccio, e quello che ci si può aspettare da me.  


Emanuele Bertolani


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