Alle origini del Randori no kata
una nuova edizione del manuale del Dai Nippon Butokukai del 1908
Nel 1906, a Kyōto, venti maestri di jūjutsu appartenenti a diverse tradizioni si riunirono sotto la presidenza di Kanō Jigorō per discutere l'adozione di un repertorio tecnico comune. Due anni dopo, il Dai Nippon Butokukai pubblicò la 『大日本武德會制定柔術形解説』 (Dai Nippon Butokukai Seitei Jūjutsu Kata Kaisetsu), una spiegazione delle forme approvate dalla commissione.
Si tratta di un documento importante per la storia del jūdō, ma anche per comprendere i rapporti fra il Kōdōkan e le scuole di jūjutsu ancora attive all'inizio del Novecento.
Oggi, a 118 anni dalla sua pubblicazione, questo testo è al centro del primo volume di Archai, una nuova collana indipendente dedicata alla traduzione e allo studio delle fonti storiche delle arti marziali giapponesi.
Un documento che merita di essere conosciuto
Il manuale del 1908 descrive le quindici tecniche del Nage no kata e le quindici del Katame no kata, riunite sotto la denominazione collettiva di Randori no kata. A queste si aggiungono otto tecniche di riferimento, che costituiscono una sezione autonoma del documento.
Il testo non fu scritto da Kanō Jigorō, come talvolta si potrebbe supporre, ma da tre istruttori del Butokukai: Isogai Hajime, Nagaoka Hidekazu e Satō Hōken, tutti insigniti del titolo di kyōshi. Kanō, che aveva diretto i lavori della commissione, ne curò la revisione e scrisse la prefazione.
Questa distinzione non è secondaria. Il manuale costituisce una testimonianza diretta della sistematizzazione tecnica del jūdō nei primi anni del Novecento, ma anche del rapporto fra il Kōdōkan e un'organizzazione che perseguiva finalità istituzionali proprie.
L'approvazione dei kata nel 1906 non significò infatti la scomparsa delle scuole precedenti, né l'assorbimento dei loro insegnamenti nel Kōdōkan. Rappresentò piuttosto l'adozione di un riferimento tecnico comune, esaminato e approvato da rappresentanti di tradizioni differenti.
Le tecniche, prima delle interpretazioni
Perché tradurre oggi un manuale di kata pubblicato nel 1908?
Anzitutto perché le tecniche hanno una storia, e questa storia non coincide necessariamente con le spiegazioni che ne vengono offerte oggi.
Nel testo originale troviamo indicazioni dettagliate sulla postura, sulle prese, sulle direzioni dello sbilanciamento e sulle condizioni necessarie all'esecuzione delle tecniche. I termini tsukuri e kake, per esempio, vengono definiti in relazione a precise azioni del corpo, secondo un linguaggio che merita di essere letto nel proprio contesto storico.
Le descrizioni permettono inoltre di osservare particolarità tecniche che possono essere state modificate, reinterpretate o abbandonate nel corso del tempo.
Non si tratta necessariamente di stabilire quale versione di una tecnica sia «migliore», ma di comprendere che cosa veniva effettivamente insegnato, come veniva spiegato e quali principi guidavano l'esecuzione.
Il documento è particolarmente interessante anche per un altro motivo. Sebbene le forme siano prescritte, il linguaggio degli autori è spesso quello dell'interazione concreta fra due praticanti. Si parla di iniziativa, reazione, resistenza, distribuzione del peso e scelta del momento opportuno. Il rapporto fra kata e randori, sul quale Kanō insiste nella prefazione, emerge così dalle spiegazioni tecniche stesse.
Un'introduzione storico-critica
La presente edizione non si limita alla traduzione del manuale.
Ho voluto accompagnarla con uno studio introduttivo che ricostruisce il contesto della fondazione del Dai Nippon Butokukai, le sue finalità educative e il rapporto con il Kōdōkan, utilizzando documenti contemporanei, testimonianze originali e la letteratura specialistica giapponese.
Un'attenzione particolare è riservata al significato storico di butoku (武徳), alle tradizioni del Tenjin Shin'yō ryū e del Kitō ryū e alla storia delle concezioni educative che precedettero e accompagnarono l'elaborazione del jūdō di Kanō.
Fra i documenti esaminati figurano il Rescritto imperiale sull'educazione del 1890, le dichiarazioni programmatiche del Butokukai, testi antichi del Kitō ryū e alcuni scritti di Kanō Jigorō, consultati nella raccolta 『嘉納治五郎大系』.
Lo studio affronta anche una questione che ritengo particolarmente interessante: i limiti della celebre massima 柔能制剛, «il morbido può prevalere sul duro», tanto nella tradizione strategica cinese quanto nella riflessione tecnica di Kanō.
L'obiettivo non è proporre una nuova ortodossia, ma ricostruire ciò che le fonti permettono effettivamente di affermare, distinguendolo dalle interpretazioni sviluppatesi successivamente.
Nasce Archai
Questo libro inaugura Archai, una collana indipendente di traduzioni specializzate dalle fonti originali, accompagnate da introduzioni storico-critiche, note e commenti.
L'idea alla base del progetto è semplice: per comprendere la storia delle arti marziali giapponesi è necessario, per quanto possibile, tornare ai testi.
Una traduzione accurata non sostituisce l'originale, ma permette a chi non conosce il giapponese di accedere a documenti che altrimenti rimarrebbero difficilmente consultabili. Il commento storico, a sua volta, aiuta a distinguere ciò che appartiene alla testimonianza originale da ciò che deriva dalla sua successiva interpretazione.
È il metodo che da anni cerco di applicare anche agli studi pubblicati su Acqua Autunnale, e che ora trova una forma editoriale più organica.
Il volume
Spiegazione delle forme di jūjutsu stabilite dal Dai Nippon Butokukai
Edizione italiana con introduzione storico-critica, traduzione e commento di Emanuele Bertolani.
Il libro conta 156 pagine e comprende un saggio introduttivo con 64 note, la traduzione italiana del manuale del 1908, riferimenti alle illustrazioni storiche e una bibliografia delle fonti utilizzate.
Il volume è disponibile in brossura e in copertina rigida.
Mi auguro che questa pubblicazione possa essere utile non soltanto a chi studia i kata, ma anche a chi desidera approfondire la storia del jūdō e del jūjutsu attraverso la lettura diretta delle fonti.
Perché, prima di discutere che cosa una tradizione dovrebbe essere, vale sempre la pena cercare di comprendere che cosa sia stata.
Emanuele Bertolani
Acqua Autunnale

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