Introduzione
Per capire perché è importante adottare un approccio
rigoroso quando si tratta di temi che riguardano la cultura giapponese, e nella
fattispecie le arti marziali, è opportuno essere a conoscenza del fatto che a
partire dal XIX secolo il Giappone ha dato origine non solo a risultati
culturali eccezionali come il Japonisme e il Kōdōkan jūdō, ma anche a una serie
impressionante di fandonie formidabili che vanno dall’origine alternativa
dell’umanità agli UFO passando per i paleoastronauti e le previsioni sul futuro
del genere umano. Molte nacquero dall'incontro fra nazionalismo, cristianesimo
e iperdiffusionismo, oltre alla tradizione dei cosiddetti koshi koden 古史古伝,
testi che pretendono di conservare versioni della storia giapponese anteriori o
alternative al Kojiki e al Nihon shoki.
A seconda dei casi, queste teorie si reggono su
falsificazioni documentarie, anacronismi linguistici, associazioni fonetiche
arbitrarie, interpretazioni errate di reperti archeologici o semplicemente
assenza completa delle tracce materiali che una determinata ipotesi
richiederebbe.
Mi sono fermato a tredici, e non per penuria di materiale.
Solo aprendo il capitolo Ōmotokyō-Aikidō, ci sarebbe da trattarne il doppio.
Tuttavia, questi esempi dovrebbero bastare a far capire il
valore eccezionale di un’affermazione come “il Kōdōkan jūdō si basa sulla
scienza”, e forse ancora di più, “non vi sono cornici religiose o filosofiche
in Jita kyōei e Seiryoku zen’yō”.
1. I giapponesi discendono dai Sumeri: Sumeraスメラ e Sumer
Origine e sostenitori
Il principale esponente di questa teoria è Mishima Atsuo 三島敦雄
(1878–1955), che nel 1927 pubblicò Studio sulla storia di seimila anni della
razza di discendenza celeste『天孫人種六千年史の研究』
presso la Società per gli studi su Sumer スメル学会. Il primo capitolo presenta esplicitamente la casa
imperiale e il popolo giapponese come il ramo principale della razza sumera e i
Sumeri come progenitori delle civiltà orientali e occidentali. La
documentazione bibliografica dell'opera e il suo indice sono conservati dalla
National Diet Library.
“Prove”
L'argomento più celebre è l'associazione fonetica sume すめ/ sumeraすめら ≈
Sumer. Ad essa vengono aggiunte, secondo il metodo iperdiffusionista,
somiglianze selezionate fra simboli, miti e istituzioni mesopotamiche e
giapponesi. Una somiglianza viene trattata come indizio di trasmissione storica
o origine etnica comune.
Cosa la confuta la teoria
Una somiglianza fonetica isolata non costituisce una
relazione etimologica o una parentela, per dimostrare la quale occorrerebbero
corrispondenze fonetiche sistematiche, cronologia plausibile, una catena di
trasmissione e un numero consistente di forme comparabili. Nessuno di questi
elementi è stato dimostrato per sumero e giapponese.
L'archeologia e la genetica delle popolazioni collocano la
formazione della popolazione giapponese nel quadro dell'Asia orientale,
combinando ascendenza Jōmon e successive ondate migratorie dall’Asia
continentale, ipotesi corroborata dagli studi genomici recenti.
Riferimenti: [1], [18].
2. I giapponesi sono le Tribù Perdute d'Israele e lo Yata no Kagami reca un'iscrizione ebraica
La teoria secondo la quale il popolo giapponese e il popolo
ebraico abbiano un’origine comune è piuttosto antica e va sotto il nome di Nichiyu
dōsoron日ユ同祖論. È stata sostenuta sia da giapponesi che da persone
di origine straniera. Tra questi vale la pena di ricordare il missionario scozzese
Nicholas McLeod, il cui libro Epitome of the Ancient History of Japan,
Including a Guide Book venne pubblicato a Nagasaki nel 1875, pochi anni dopo
il Rinnovamento Meiji. In esso McLeod, servendosi di presunti omofoni e analogie
tra la religione shintō e il giudaismo, sosteneva che le élite aristocratiche e
sacerdotali giapponesi discendessero dalle Dieci Tribù Perdute di Israele.
Tuttavia, nessuna delle “prove” a disposizione dell’origine
comune di giapponesi ed ebrei ha la forza simbolica della cosiddetta
«iscrizione ebraica» sullo Yata no Kagami 八咫鏡, uno dei Tre Tesori che simboleggiano il potere
imperiale, conservato secondo la tradizione presso il santuario di Ise. Secondo
la versione oggi più diffusa, sul retro dello specchio sacro sarebbe incisa in
caratteri ebraici la formula biblica אהיה
אשר אהיה, ʾehyeh
ʾăšer ʾehyeh,
pronunciata da Dio a Mosè in Esodo 3:14 e tipicamente tradotta come «Io sono
colui che sono» o «Io sono colui che sarò». La scoperta sarebbe stata
effettuata dal primo ministro dell’Istruzione del Giappone moderno, Mori
Arinori 森有礼
(1847–1889).
In realtà, la genesi della teoria è più articolata, ma non
meno interessante.
Lo specchio che nessuno vede
Lo Yata no Kagami è uno dei Tre Sacri Tesori 三種の神器. Secondo la tradizione
mitologica fu realizzato per far uscire la kami del sole Amaterasu Ōmikami
dalla caverna celeste e successivamente affidato al nipote Ninigi come simbolo
di sovranità. Il santuario di Ise identifica ufficialmente lo specchio
custodito nel Kōtaijingū 皇大神宮,
il Naikū, come lo shintai, cioè l’oggetto sacro nel quale si ritiene
risieda o si manifesti Amaterasu, di Amaterasu Ōmikami, attribuendogli il nome
di Yata no Kagami.
Lo Yata no Kagami non viene mai esposto, né è consentita la
sua osservazione pubblica. Pertanto, non esiste una fotografia pubblicamente
autenticata del retro dello specchio con cui i supposti schizzi esistenti
possano essere confrontati. Esiste inoltre un altro specchio sacro, custodito
nel Kashikodokoro 賢所
del Palazzo imperiale, che è tradizionalmente considerato l’equivalente o la replica
rituale dello Yata no Kagami, ed è di quest’ultimo che parlano le prime
testimonianze verificabili che parlano della teoria dell’iscrizione in ebraico.
1948: la prima testimonianza documentabile
Il 10 maggio 1948 compare sulla rivista cristiana Kiyome no
tomo『きよめの友』un
articolo intitolato 「神秘日本」,
«Il Giappone misterioso», a cura del pastore della Kiyome Church Ikutame Shunzō
生田目俊造. In
esso, Ikutame riporta un aneddoto udito anni prima dalla vedova del suo
maestro, il leader della Holiness Church Nakada Jūji 中田重治 (1870–1939), la quale gli avrebbe
riferito che un giorno un certo «dottor S. dell’istituto A.» sarebbe arrivato
al centro di studi biblici raccontando di essere stato convocato per esaminare
alcuni segni presenti sul retro di uno specchio sacro custodito a Corte. Non
gli sarebbe stato mostrato lo specchio stesso, ma solo una copia dei segni. Il
professore li avrebbe identificati come ebraico e quindi letti come la formula
di Esodo 3:14, 「我は有て在る者なり」
“io sono colui che sono/sarò”. Fotografie, copie ulteriori e divulgazione
sarebbero state proibite.
Il «dottor S. dell’istituto A.» venne successivamente identificato con Sakon
Yoshisuke 左近義弼,
professore dell’ Aoyama Gakuin e studioso di ebraico. La catena della
testimonianza era dunque già indiretta all’epoca della pubblicazione di Ikutame
nel 1948. A questo si deve aggiungere una considerazione tutt’altro che
irrilevante relativa al contesto: Nakada era fortemente interessato al ruolo
del Giappone come nazione della “provvidenza”, e ai rapporti fra Giappone e
Israele: nel 1933 aveva pubblicato Il Giappone nella Bibbia『聖書より見たる日本』,
parlando diffusamente dell’origine dei giapponesi, degli ebrei, e di un
presunto ruolo escatologico del Giappone una volta che il mondo fosse giunto
alla Fine dei Giorni.
Tuttavia, Ikutame non dice mai che Sakon abbia
effettivamente visto lo Yata no Kagami di Ise. Parla di uno specchio sacro
all’interno della Corte, e precisa che a Sakon ne fu mostrata una copia, non
l’originale.
1953: Mimura trasforma lo specchio di corte nello Yata no
Kagami
Queste erano le condizioni della teoria quando il
giornalista Mimura Saburō 三村三郎
riprese la storia in La questione ebraica e una rilettura capovolta della
storia del Giappone『ユダヤ問題と裏返してみた日本歴史』nel
1953.
Mimura aveva ricevuto da Ikutame una copia di Kiyome no
tomo, e il suo ragionamento era chiaramente ipotetico: se lo specchio
custodito nel Kashikodokoro recava davvero una iscrizione in ebraico, allora la
stessa iscrizione avrebbe dovuto trovarsi sul suo modello originario, lo Yata
no Kagami di Ise.
Nelle iterazioni successive, questo passaggio logico
scompare, risultando nella versione semplificata che lo Yata no Kagami reca
un’iscrizione in ebraico.
Il principe Mikasa e il titolo che fece il giro del mondo
Il 25 gennaio 1953, durante una riunione della Associazione
per il dialogo nippo-ebraico 日猶懇話会,
tenuta a Tōkyō nella casa dell’imprenditore ebreo Michael Kogan, il pastore
Ozaki Kyōichi 尾崎喬一
sollevò la questione davanti al principe Mikasa Takahito 三笠宮崇仁親王, fratello minore
dell’imperatore Shōwa e studioso del Vicino Oriente antico. Mikasa rispose che
non poteva accedere allo specchio con tanta facilità, e che avrebbe dovuto
indagare attraverso documentazione o testimonianze. Il giorno successivo, 26
gennaio 1953, il Tokyo Evening News trasformò la prudente e indiretta
risposta del principe in un titolo in inglese che lasciava poco spazio
all’immaginazione:
“Mikasa
Will Check the Hebrew Words on the Holy Mirror!”
La notizia contribuì enormemente alla diffusione
internazionale della storia.
Tuttavia, la successiva testimonianza del rabbino Marvin
Tokayer fornisce un’interpretazione meno sensazionalista: il rabbino riferì di
avere chiesto personalmente a Mikasa della faccenda: il principe gli avrebbe
risposto di non avere mai visto lo Yata no Kagami, che neppure suo fratello,
l’imperatore Shōwa, l’aveva visto, e di nutrire seri dubbi riguardo alla
storia.
Non esiste alcuna documentazione indipendente in grado di
dimostrare la veridicità della leggenda secondo cui Mikasa avrebbe aperto
segretamente il contenitore durante la notte, scoperto che l’iscrizione
esisteva davvero e quindi mantenuto il silenzio.
Mori Arinori
Numerose delle versioni attualmente in circolazione fanno
iniziare tutto con Mori Arinori, che durante una visita a Ise avrebbe visto
direttamente il retro dello Yata no Kagami e letto la seguente
iscrizione:
אהיה אשר אהיה — Ehyeh asher ehyeh.
Il problema è che non solo non è stata individuata alcuna
testimonianza contemporanea di Mori che racconti l’episodio, ma il racconto
pubblicato da Ikutame nel 1948 non menziona mori Mori, poiché la sua fonte è
Sakon.
Mori era stato tuttavia protagonista di un celebre episodio
legato a Ise. Egli fu assassinato l’11 febbraio 1889 da Nishino Buntarō 西野文太郎, che
lo accusava di avere commesso un atto sacrilego durante una visita al
santuario. La documentazione relativa all’assassino conserva una dichiarazione
di Nishino nella quale egli giustifica l’azione sostenendo che Mori Arinori
avesse profanato Ise. Gli studi sul caso mostrano però che la storia del
comportamento sacrilego di Mori, che sarebbe entrato con le scarpe e avrebbe sollevato
una cortina del santuario con il bastone, guardando all’interno, era già stata
fortemente deformata dalla polemica politica e giornalistica.
Successivamente, i due racconti finirono per essere fusi in
chiave occultista: Mori avrebbe visto l’iscrizione ebraica e sarebbe stato
assassinato perché aveva scoperto o rivelato il segreto. Non esiste tuttavia
alcuna prova storica che colleghi l’assassinio di Mori alla supposta iscrizione
in ebraico o allo specchio sacro.
Yano Yūtarō e la comparsa del disegno
Una ulteriore versione del mito dell’iscrizione in ebraico
viene da Yano Yūtarō 矢野祐太郎,
un ex ufficiale di marina, studioso dei Documenti
Takenouchi e fondatore dello Shinsei Ryūjinkai 神政龍神会.
Secondo la versione trasmessa nel dopoguerra, Yano avrebbe
ottenuto eccezionalmente il permesso di vedere direttamente lo specchio di Ise
e ne avrebbe copiato l’iscrizione sul retro. Il disegno sarebbe rimasto
conservato all’interno della Shinsei Ryūjinkai, e successivamente presso
ambienti legati alla figlia di Yano.
Tuttavia, Yano interpretava l’iscrizione non come ebraico,
ma come una forma di jindai moji, precisamente hifu moji ヒフ文字. Secondo Yano, le tre sezioni del
disegno decifrato avrebbero prodotto frasi relative ad Amaterasu, allo
specchio, alla spada, alla gemma (gli altri due tesori imperiali) e all’unicità
dell’imperatore. Per riuscirci, Yano è costretto a fare in modo che gli stessi
valori fonetici vengono assegnati a segni graficamente diversi e segni identici
ricevano letture differenti, rendendo la sua lettura incoerente.
Secondo Kōsaka Wadō 高坂和導,
il disegno gli fu affidato affinché lo recapitasse al principe Mikasa dopo che
un messaggio divino ricevuto all’interno della Shinsei Ryūjinkai aveva
indicato la necessità che il disegno fosse consegnato al principe. Kōsaka
afferma di averlo fatto l’8 gennaio 1980, tramite l’intermediazione dell’ex
dirigente della polizia imperiale Nakayama Jun’ichi. Kōsaka pubblicò infine il
disegno nel secondo volume di I Documenti Takenouchi: guida illustrata『超図解 竹内文書II』 il 30
novembre 1995.
Il misterioso disegno del 1977
Il disegno di Kōsaka non è però il più antico schema grafico
oggi rintracciabile della presunta iscrizione.
Nel numero di marzo 1977 della rivista L’epoca dell’ Occulto
『オカルト時代』,
pubblicata dall’editore Minori Shobō, comparve un articolo intitolato Il
mistero delle iscrizioni in ebraico dello Yata no Kagami「八咫鏡のヘブライ文字の謎」. Il fascicolo è
identificabile bibliograficamente come 『オカルト時代』2巻3号, marzo
1977. L’autore si presenta come Takeuchi Yū 武内裕, pseudonimo di Takeda Sūgen 武田崇元, una figura importantissima nella
sottocultura dell’occulto in Giappone nel dopoguerra e fondatore della
casa editrice Hachiman.
La struttura generale dell’immagine simile a un calco
pubblicata nell’articolo di Takeda, lo specchio ottolobato, il campo circolare
centrale, le file di segni, è molto simile al successivo disegno attribuito a
Yano, ma differisce nei caratteri. Questo solleva una questione importante,
perché se il disegno della rivista è effettivamente precedente al disegno
pubblicato diciotto anni dopo come copia di Yano, quest’ultima non potrebbe
essere la prima rappresentazione della supposta iscrizione in ebraico.
Da Ehyeh asher ehyeh a “Yahweh è luce”
La lettura dell’iscrizione cambia nel tempo. Nel racconto di
Ikutame il testo è inequivocabilmente Esodo 3:14: אהיה אשר
אהיה. Il disegno attribuito
a Yano, tuttavia, contiene nel cerchio centrale soltanto sette segni, disposti
tre sopra e quattro sotto. Per farli corrispondere alla formula biblica occorre
quindi interpretarli in modo assai libero.
Il problema di fondo è che non esiste una sequenza di caratteri
chiaramente riconoscibile come ebraico che possa essere letta normalmente da un
ebraista. La frase biblica viene prima conosciuta dalla leggenda e solo
successivamente cercata all’interno dei segni presenti nei disegni.
Cionondimeno, autori successivi hanno proposto letture
alternative. La fila superiore di tre segni è stata accostata a אור (ʾor, «luce») e quella inferiore al tetragrammaton
יהוה (YHWH), ottenendo
qualcosa che si avvicina a «luce di Yahweh» o «Yahweh è luce». Altri hanno
tentato di leggere i caratteri esterni non come ebraico, ma come greco antico,
arrivando a formulare traduzioni quali «questo è un oggetto importantissimo; è
una copia dello Yata no Kagami», con l’evidente problema di chiamare “copia” lo
specchio originale di Ise.
Riferimenti: [2], [3], [4], [18].
3. I Documenti Takenouchi 竹内文書: origine, contenuto e problema dell'autenticità
I Documenti Takenouchi sono un elemento cruciale per comprendere la nascita e lo sviluppo di molte teorie pseudostoriche e pseudoscientifiche successive.
Origine e trasmissione dichiarata
I Documenti Takenouchi si presentano come un insieme di
cronache, genealogie, presunti testi imperiali in scritture arcaiche e oggetti
sacri presentati da Takeuchi Kiyomaro 竹内巨麿
(1874-1965) negli anni ’20 del Novecento. Takeuchi affermava che la propria
famiglia, collegata a Takenouchi no Sukune 武内宿禰, avesse custodito per quasi due millenni documenti
molto più antichi del Kojiki e del Nihon shoki. Il materiale è strettamente
collegato alla nuova religione Kōso Kōtaijingū Amatsukyō 皇祖皇太神宮天津教.
Contenuto
Il corpus dei Documenti Takenouchi propone una versione della storia giapponese radicalmente diversa da quella ortodossa: dinastie imperiali anteriori a Jinmu, cronologie di dimensioni fantastiche, il Giappone come centro originario dell'umanità, sovrani che dominano o visitano il mondo, “razze” di esseri umani di cinque colori diversi (compreso il blu), scritture preistoriche, e oggetti indicati come veri tesori imperiali.
Cosa la confuta la teoria
Nel 1936 Kanō Kōkichi 狩野亨吉
pubblicò un articolo intitolato Critica degli antichi documenti
dell’Amatsukyō『天津教古文書の批判』
dopo avere esaminato materiale fotografico relativo ai Documenti Takenouchi. La
sua analisi individua una serie di seri problemi circa la supposta datazione
millenaria dei Documenti Takenouchi: grafie recenti, costruzioni linguistiche
incompatibili con l'antichità dichiarata, errori grammaticali, anacronismi, e in
alcuni casi, come quello della classificazione dell'umanità secondo cinque
colori, in cui presupposti e concetti sviluppatisi in Europa in epoca
relativamente recente vengono sovrapposti retroattivamente ai Documenti
Takenouchi.
Takeuchi fu arrestato nel 1936 per reati che comprendevano
la lesa maestà, perché la sua storia alternativa e i suoi presunti veri tesori
imperiali erano in conflitto con l'ortodossia imperiale.
Secondo i sostenitori della validità dei Documenti Takenouchi,
molti degli originali confiscati andarono distrutti durante i bombardamenti di
Tokyo. Ciò impedisce nuove analisi materiali, ma non elimina il fatto che i
documenti fossero già stati esaminati e giudicati anacronistici prima della
loro presunta scomparsa.
Riferimenti: [5], [19], [20].
4. I Documenti Takenouchi descrivono un impero mondiale preistorico, velivoli e contatti extraterrestri
Origine
Nella cosmologia proposta dai Documenti Takenouchi
prebellici il Giappone è il centro politico e religioso primordiale del mondo;
dinastie remotissime precedono il primo imperatore umano Jinmu; gli imperatori
compiono viaggi attraverso le nazioni della Terra; l'umanità è suddivisa in
cinque razze di colore diverso e mezzi indicati come navi celesti o volanti
consentono spostamenti eccezionali. I Documenti Takenouchi non sono i primi a
discutere di mezzi volanti nel lontano passato del genere umano. I vimāna della
tradizione indù, regolarmente smentiti da modelli e ricostruzioni scientifiche,
l’avevano già fatto molto prima. Dal dopoguerra in poi, i propugnatori dei Documenti
Takenouchi li identifiano esplicitamente con astronavi extraterrestri,
inserendosi nel solco della teoria sugli antichi astronauti e della cultura
UFO.
Prove
Chi sostiene la legittimità dei Documenti Takenouchi lo fa solitamente
in modo circolare: i documenti sono veri perché conservano la storia segreta e
sconosciuta, nascosta, il cui contenuto “spiega” monumenti, toponimi e miti
sparsi nel mondo.
Cosa la confuta la teoria
Al di là dei problemi legati alla genealogia dei documenti,
e all’evidente anacronismo segnalato da Kanō circa l’uso della terminologia
moderna usata per descrivere “razze” preistoriche di cinque colori diversi, il
problema principale è di tipo pratico: un impero mondiale tecnologicamente
avanzato dovrebbe produrre tracce archeologiche diffuse e coerenti a livello di
infrastrutture, metallurgia, sistemi amministrativi, trasporti, materiali
lavorati. Tracce simili non sono mai state rinvenute.
Riferimenti: [5], [19], [20].
5. Gesù sopravvisse alla crocifissione e morì a Shingō
Origine e sostenitori
La teoria affiora a Shingō, nella prefettura di Aomori, nel
1935. Takeuchi Kiyomaro (il succitato divulgatore dei Documenti Takenouchi) e
il pittore Toriya Banzan visitano l'area all’epoca chiamata Herai 戸来 e
identificano due tumuli preesistenti come le tombe di Gesù e di suo fratello
Isukiri. La storia ufficiale della prefettura di Aomori sottolinea che la
notizia arrivò dall'esterno e fu inizialmente accolta dagli abitanti con
scetticismo.
Nel 1937 Yamane Kikuko 山根菊子 contribuisce alla popolarità della leggenda con La
luce dall’est 『光りは東方より』,
che riprende l’espressione in Latino ex oriente lux.
«Prove»
La leggenda fa uso dei cosiddetti “anni nascosti” della vita
di Gesù per postulare che egli sarebbe giunto in Giappone da giovane per
studiare, per poi tornare in Giudea, dove il fratello Isukiri sarebbe stato
crocifisso al suo posto. Gesù sarebbe quindi rientrato in Giappone passando
attraverso l'Asia settentrionale, avrebbe messo su famiglia e sarebbe morto all’età
di 106 anni.
A suffragare l’ipotesi ci sono argomenti linguistici di
dubbia affidabilità, quali: Herai sarebbe collegato a “Hebrew” (dove l’ebraico
ha עִבְרִי ʿivrī e l’aramaico ha ʿiḇray)
e il canto locale Nanyadoyara, il cui testo conserverebbe una forma
corrotta o deformata di parole in ebraico.
Cosa la confuta la teoria
Non è il caso di entrare nel merito della vicenda dal punto
di vista delle testimonianze e della storiografia romana. Dal punto di vista
squisitamente giapponese, non esiste alcuna attestazione precedente al 1935 che
identifichi quei tumuli con Gesù. Mancano inoltre resti, iscrizioni, oggetti
mediterranei, documenti cristiani antichi o una tradizione locale
indipendentemente attestata. L’unica evidenza disponibile è una fonte
pseudo-storica che porta a reinterpretare monumenti locali già esistenti.
Riferimenti: [6], [21].
6. Gli shakōki-dogū rappresentano astronauti e il Giappone Jōmon conobbe la guerra nucleare
Qui si tratta di due teorie diverse, che raggruppiamo per comodità.
Origine
Secondo Nakajima Takeshi, l'interpretazione dei dogū con gli
occhiali da neve 遮光器土偶 come
astronauti è attestata in Giappone almeno dal 1962. Nel numero di settembre del
Notiziario sui dischi volanti 『空飛ぶ円盤ニュース』,
pubblicato dall’ Associazione per l’amicizia nello Spazio 宇宙友好協会, Washio Isao 鷲尾功 pubblicò Tute pressurizzate
anche nell’antico Giappone? Il mistero della tuta Jōmon「古代日本にも機密服? じょうもんスーツの謎」.
Washio riteneva che il confronto degli occhi enormi, degli arti rigonfi e delle
decorazioni del dogū con quelle del casco, degli occhiali e della tuta
pressurizzata di un astronauta portasse a concludere che il dogū fosse una
rappresentazione di questi ultimi.
La teoria della guerra nucleare Jōmon è successiva. Nel 1995
Takahashi Yoshinori 高橋良典 pubblicò Il mistero della civiltà spaziale Jōmon: la
dinastia mondiale del Giappone primordiale e la verità sulla guerra nucleare
dell’ultra-antichità『縄文宇宙文明の謎――太古日本の世界王朝と超古代核戦争の真相』,
difficilmente separabile dal volume intitolato The Wars of Gods and Men
di Zecharia Sitchin, uscito nel 1985, che collocava l’uso di armi atomiche
tattiche non in Giappone ma nella penisola del Sinai.
Prove
Per gli astronauti si tratta essenzialmente di analogia
visuale. Nella versione nucleare si aggiungono miti di catastrofi, reperti
reinterpretati come strumenti tecnologici e l'idea di una civiltà globale
avanzata successivamente distrutta.
Cosa la confuta la teoria
Gli shakōki-dogū non sono un’anomalia archeologica, ma un
fenomeno ben contestualizzato nella parte finale del periodo Jōmon, soprattutto
nella cultura Kamegaoka.
I reperti archeologici Jōmon, per quanto numerosi, non mostrano
segni di metallurgia industriale, reattori, infrastrutture energetiche,
materiali tecnologici avanzati o tracce di esplosioni nucleari. Una civiltà
capace di costruire e utilizzare armi atomiche richiede una catena industriale
complessa, della quale non è stata trovata traccia.
Riferimenti: [7], [8], [22].
7. Mosè venne in Giappone ed è sepolto in Ishikawa
Origine e sostenitori
L’ ambiente che produsse la leggenda di Gesù sepolto in Giappone
non risparmiò Mosè. Yamane Kikuko, una giornalista
e attivista per i diritti delle donne finita nel circolo dei Documenti
Takenouchi, la presentò nel 1937 in La luce dall’Est 『光りは東方より』. Il luogo identificato come
tomba di Mosè è il Mitsukozuka 三ツ子塚,
nell'attuale Hōdatsushimizu, prefettura di Ishikawa.
Prove
Nelle versioni più elaborate Mosè, dopo avere ricevuto i
Dieci Comandamenti, sarebbe giunto in Giappone per ricevere ulteriori
insegnamenti dalla casa imperiale; dopo viaggi successivi sarebbe infine morto
nell'arcipelago alla non trascurabile età di 583 anni.
Come per altre “tradizioni” di derivazione Takenouchi, il
meccanismo probatorio è labile: il testo identifica una località; un tumulo o
una tradizione locale vengono successivamente interpretati come conferma
materiale di quanto il testo afferma; somiglianze linguistiche e simboliche con
l'antico Israele vengono aggiunte come prove indipendenti.
Cosa la confuta la teoria
Prima dell'intervento dei sostenitori dei Documenti
Takenouchi non è attestata nessuna tradizione locale che identificasse il
tumulo con Mosè, né sono stati trovati testi ebraici, corredi vicino-orientali,
resti umani con una provenienza levantina dimostrabile o materiali archeologici
compatibili con un viaggiatore dell’antico Vicino Oriente.
Riferimenti: [6].
8. L'Arca dell'Alleanza o il tesoro di Salomone è nascosto nel monte Tsurugi
Origine e sostenitori
La teoria fu sviluppata soprattutto da Takane Masanori 高根正教, un
insegnante di scuola elementare, e successivamente preside, che negli anni
Trenta condusse ricerche e scavi sul monte Tsurugi 剣山, a Shikoku. Il figlio Takane Mitsunori
continuò a divulgarla nel dopoguerra; Il tesoro segreto di Salomone:
l’Apocalisse che giace sepolta nel monte Tsurugi, nello Shikoku『ソロモンの秘宝――四国・剣山に眠る黙示録』
fu pubblicato nel 1979 da suo figlio.
Takane aveva studiato in modo indipendente la teoria del
kotodama, la convinzione cioè che la parola possieda un’anima e sia in grado di
influenzare la realtà, al quale aveva affiancato studi biblici e altri
riguardanti il passato del Giappone. Era inoltre in contatto con Uchida
Bunkichi, appartenente al circolo dei Documenti Takenouchi, il quale finanziò
gli scavi di Takane.
Prove
Takane cercava corrispondenze fra la Bibbia, il Kojiki,
la geografia di Shikoku e la teoria dell’origine comune dei giapponesi e degli
ebrei. L’esempio forse più importante è il parallelo che egli traccia tra le
quattro creature dell'Apocalisse e la descrizione mitologica di Shikoku come
corpo dotato di quattro volti, interpretata come un codice geografico che
localizzava lo Shikoku nella Bibbia.
Gli scavi, avviati nel 1936, portarono alla luce rocce
levigate, blocchi insoliti, presunte strutture artificiali e “pietre-specchio”,
che vennero interpretati come tracce di un complesso costruito per custodire il
tesoro o l'Arca della quale, tuttavia, non è stata rinvenuta traccia.
Cosa la confuta la teoria
Nessuna antica iscrizione in ebraico, materiale archeologico
israelita, oggetti di provenienza vicino-orientale, né naturalmente l'Arca
stessa, è stata rinvenuta in loco. L’associazione tra la descrizione dello
Shikoku presente nel Kojiki e il testo dell’Apocalisse non va oltre una similitudine
superficiale, e l'associazione con il quadro più ampio della teoria dell’origine
comune di giapponesi ed ebrei non risolve il problema, poiché essa non dispone di
alcuna dimostrazione genetica, linguistica o archeologica indipendente.
Riferimenti: [9].
9. Le prime piramidi del mondo furono costruite in Giappone
Origine e sostenitori
Il principale divulgatore fu Sakai Katsuisa 酒井勝軍 (1874–1940), uno dei principali
sistematizzatori della pseudostoria nazionalistico-religiosa giapponese del
primo Shōwa. Dopo essersi interessato al cristianesimo, pubblicando libri dal
contenuto apertamente antisemita come Il movimento ebraico per la conquista
del mondo 『猶太人の世界征略運動』e
La vera natura del mondo e gli ebrei 『世界の正体と猶太人』, partecipò a una missione di studio sulla “questione
ebraica”, recandosi nel Mandato Britannico della Palestina, in Egitto e in Europa
insieme all’ufficiale dell’esercito Yasue Norihiro, il quale aveva partecipato
all’intervento giapponese in Siberia in chiave anticomunista. In quell’occasione,
Yasue era entrato in contatto con ambienti russi bianchi e con il falso storico
I protocolli dei savi di Sion, divenendo uno dei sostenitori giapponesi
del complotto ebraico per il dominio sul mondo. Dopo la missione, la produzione
di Sakai si riorientò verso la teoria dell’origine comune di ebrei e giapponesi.
Successivamente si avvicinò all’ambito dei documenti Takenouchi, pubblicando il
libro I Dieci Comandamenti segreti di Mosè, custoditi in Giappone per
tremila anni, e sviluppò la tesi che le piramidi avessero avuto origine nel
Giappone preistorico.
Nel 1934 pubblicò Le Piramidi del Giappone Antico『太古日本のピラミッド』,
dedicato soprattutto ad Ashitakeyama 葦嶽山
nella prefettura di Hiroshima.
Prove
Secondo la definizione utilizzata da Sakai, una piramide può
essere un edificio interamente artificiale, una montagna naturale profondamente
modificata dall'uomo oppure una formazione in buona parte naturale trasformata
in centro rituale.
Attorno alla montagna venivano individuate “pietre del
sole”, “pietre-specchio”, allineamenti, enormi blocchi e strutture simili a
dolmen. Sakai arrivò così a interpretare un intero paesaggio naturale come
complesso monumentale. La sua cronologia deriva principalmente dai Documenti
Takenouchi e dalle presunte dinastie anteriori a Jinmu.
Cosa la confuta la teoria
Le piramidi costruite dall'uomo, come quelle in Egitto e in
America Centrale, lasciano indicatori archeologici riconoscibili: fondazioni,
trasporto e lavorazione dei materiali, riempimenti, cave, strumenti, sequenze
costruttive, reperti associati e livelli databili. Tutto ciò manca nelle
principali montagne-piramide giapponesi.
Inoltre, le datazioni proposte da Sakai non derivano da
stratigrafia o metodi scientifici: Sakai le deduce dalla medesima cronologia
pseudo-storica che la montagna dovrebbe contribuire a dimostrare, creando un
argomento circolare.
Riferimenti: [10].
10. Il regno preistorico del Fuji / 富士王朝
Origine e sostenitori
L’idea che in epoca preistorica esistesse un regno nella
zona del Monte Fuji deriva dai Documenti Miyashita宮下文書, detti anche Antichi documenti
del monte Fuji富士古文書.
Si tratta di una raccolta eterogenea associata alla famiglia Miyashita e
all'area del Fuji. Secondo la moderna storia della loro trasmissione, materiali
oggi inclusi nel corpus sarebbero emersi nel tardo XIX secolo.
Nel 1986 il materiale fu pubblicato in grande formato nella
raccolta in sette volumi Grande compendio degli antichi documenti del Fuji
trasmessi dagli dèi『神伝富士古文献大成』,
che conserva riproduzioni di documenti della famiglia.
Prove
I testi dei Documenti Miyashita descrivono un antico centro
politico e religioso nella regione del Fuji, e offrono una genealogia che, se
veritiera, precederebbe di molto la storia convenzionale del Giappone. Da
questo quadro deriva l'espressione moderna 富士王朝, “dinastia” o “regno del Fuji”.
Alcune tradizioni collegano inoltre i testi a Xu Fu 徐福, il
leggendario inviato del primo imperatore Qin partito verso oriente alla ricerca
dell'immortalità.
Un elemento di ulteriore interesse è la presenza, all’interno
dei medesimi Documenti, di informazioni su antiche eruzioni del Fuji. Il
vulcanologo Koyama Masato ha osservato che alcune potrebbero preservare
frammenti di tradizioni orali o di documentazione autentica successivamente
perduta.
Cosa la confuta la teoria
Koyama sottolinea nello stesso studio che gli storici
classificano generalmente i Miyashita bunsho come dei falsi storici. Alcuni
dati vulcanologici risultano plausibili, mentre altri sono incompatibili con le
attuali conoscenze della geologia del Giappone.
Nessuna prova archeologica indipendente che possa dimostrare
l’esistenza dell'enorme regno preistorico descritto dal corpus dei Documenti
Miyashita è stata reperita.
Riferimenti: [11], [23].
11. Yonaguni è un monumento della civiltà perduta di Mu
Origine e sostenitori
La formazione sommersa di Yonaguni fu individuata dal
subacqueo Aratake Kihachirō nel 1986. A partire dagli anni Novanta, la particolare
geometria del sito diede adito all'interpretazione secondo cui si trattava
delle rovine di una civiltà preistorica.
Il suo principale sostenitore accademico fu il geologo
marino Kimura Masaaki 木村政昭,
dell'Università delle Ryūkyū, che nel 2000 pubblicò un volume intitolato Il
mistero delle rovine sottomarine di Okinawa: la più antica civiltà megalitica
del mondo!? 『沖縄海底遺跡の謎――世界最古の巨石文明か!?』 e un
rapporto sulle immersioni.
La cultura occultistica giapponese collegò rapidamente il
sito al continente perduto di Mu, inventato da Augustus Le Plongeon nell’Ottocento
e divulgato da James Churchward nel XX secolo. È importante sottolineare che
mentre non è escluso che parte del complesso di Yonaguni possa essere di
origine umana, associarlo alla teoria di Mu è un salto logico ingiustificabile,
oltre che fondamentalmente antiscientifico.
Cosa la confuta la teoria
La geologia locale offre una solida spiegazione naturale per
la genesi delle formazioni di Yonaguni: le rocce sedimentarie presentano piani
di stratificazione e fratture lineari lungo i quali erosione e attività sismica
producono superfici piatte, pareti e gradoni. Formazioni analoghe sono visibili
anche sopra il livello del mare.
Il geologo Robert Schoch, dopo avere esaminato direttamente
il sito, concluse che esso è principalmente naturale, pur non escludendo
piccoli interventi umani. Studi geomorfologici moderni sulla geologia di Yonaguni
confermano l'importanza della fratturazione, erosione e alterazione naturale
nella formazione del complesso.
Riferimenti: [12], [24], [25].
12. Katakamuna: un'antichissima civiltà giapponese conosceva la fisica moderna
Origine e sostenitori
Katakamuna presenta una particolarità rispetto alle teorie
pseudostoriche delle “antiche cronache” perché la sua storia documentabile è
interamente postbellica. Il personaggio centrale è Narasaki Satsuki 楢崎皐月
(1899–1974), conosciuto per il volume I tre metodi elettrostatici:
agricoltura mediante onde vegetali, metodo di trasformazione della materia e
metodo salutistico mediante onde del corpo umano『静電三法 - 植物波農法・物質変性法・人体波健康法』, pubblicato
postumo nel 1991. In esso, Narasaki postula l’esistenza di particelle
ultramicroscopiche che egli chiama “isa”, che possiederebbero due “stati”: uno
statico, chiamato isa-nagi e uno dinamico, chiamato isa-nami. Di conseguenza,
secondo Narasaki, gli antichi giapponesi erano a conoscenza del comportamento di
queste particelle e codificarono la loro interazione, che dà origine al mondo,
nel racconto mitologico dell’amore fisico tra Izanagi no mikoto e Izanami no
mikoto, presente nel Kojiki. Secondo Narasaki, il medesimo principio elettrico
universale che struttura il cosmo si manifesta analogicamente nella materia,
nelle piante e nell'uomo. Comprendendolo, è possibile intervenire su tutti e
tre.
Secondo il racconto tramandato dai suoi seguaci, nel 1949
Narasaki avrebbe incontrato nell'area del monte Rokkō un uomo chiamato Hira
Tōji 平十字, che
gli avrebbe mostrato un antico rotolo scritto con simboli geometrici
sconosciuti. Narasaki ne avrebbe eseguito una copia e successivamente ne
avrebbe decifrato gli ottanta canti in esso contenuti.
Uno Tamie 宇野多美恵,
una delle principali discepole di Narasaki, ne sistematizzò gli insegnamenti e li
divulgò attraverso la rivista Fenomeni Analoghi 『相似象』, il cui primo numero apparve nel
1970.
Prove
Narasaki afferma che attraverso una particolare
interpretazione fonetica dei simboli, i testi sarebbero in grado di descrivere
materia visibile e invisibile, struttura atomica, elettromagnetismo, processi
biologici e leggi fondamentali dell'universo. Le somiglianze fra termini
Katakamuna e nomi che si trovano all’interno del Kojiki vengono
utilizzate per retrodatare questa conoscenza a una civiltà giapponese
remotissima, e mai rinvenuta all’infuori dei “testi” che Narasaki avrebbe copiato.
Cosa la confuta la teoria
Il problema principale riguardo al Katakamuna è che non ne
esiste un originale antico con provenienza verificabile. Il testo entra nella
documentazione storica soltanto attraverso la copia che Narasaki afferma di
avere realizzato nel 1949. Allo stesso modo, non esistono reperti Katakamuna
provenienti da scavi controllati, né una sequenza paleografica che colleghi
tale scrittura a periodi antichi.
Riferimenti: [13], [26], [27].
13. 神代文字: il Giappone possedeva una scrittura prima dei caratteri cinesi
Origine e sostenitori
La possibilità che il Giappone preistorico disponesse di una
scrittura indigena è stata discussa già in epoca medievale, ma divenne un campo
di battaglia intellettuale importante fra gli studiosi degli “studi nazionali” (kokugaku
国学) del
periodo Edo.
Hirata Atsutane 平田篤胤
fu uno dei principali sostenitori dell'esistenza dei cosiddetti jindai moji神代文字, cioè i caratteri dell’epoca dei kami, raccogliendo
e discutendo vari sistemi nel suo Tradizione della scrittura Hifumi
dei Kami『神字日文伝』,
completato all'inizio del XIX secolo e pubblicato nel 1824. Altri mossero critiche intense all’idea che esistesse
un sistema di scrittura giapponese antecedente all’introduzione dei caratteri
cinesi. Tra questi, Ban Nobutomo 伴信友,
il cui Origini e sviluppo dei kana『仮字の本末』
del 1850 contiene un capitolo intitolato Discussione critica sulla scrittura
dell’età dei kami 神代字弁.
Prove
I sostenitori della teoria della scrittura giapponese
autoctona utilizzano due tipi di argomentazioni. Da una parte, iscrizioni,
alfabeti conservati da famiglie o santuari e sistemi grafici attribuiti
all'antichità, dall’altra il ragionamento logico secondo cui una società dotata
di genealogie, rituali e amministrazione avrebbe “dovuto” possedere anche un
sistema di scrittura.
Cosa la confuta la teoria
Non è impossibile che forme limitate di notazione abbiano preceduto
la piena adozione della scrittura cinese tra il V e il VI secolo d.C., ma non
ne sono mai state trovate tracce concrete sufficienti per affermarlo con
certezza. Soprattutto, manca la prova che uno dei sistemi presentati come jindai
moji dagli autori del kokugaku sia effettivamente quella scrittura.
In molti casi è la struttura fonologica stessa dei sistemi
proposti a costituire l’argomento determinante contro la loro presunta
antichità. Numerosi jindai moji dispongono infatti di quarantasette o cinquanta
segni, organizzati secondo un inventario sillabico sostanzialmente
corrispondente a quello attestato in epoche molto più tarde e riconducibile ai
modelli dell’iroha o del gojūon.
Le fonti dell’VIII secolo scritte in man’yōgana mostrano
invece che il giapponese antico conservava distinzioni successivamente
scomparse. Se i jindai moji fossero realmente anteriori all’introduzione della
scrittura cinese, sarebbe logico aspettarsi che registrassero almeno alcune di
queste distinzioni, ancora operative nell’VIII secolo. Il fatto che molti di
essi riproducano invece perfettamente una struttura sillabica formatasi dopo la
perdita di tali opposizioni costituisce un forte indizio della loro creazione
in epoca posteriore.
Dal punto di vista archeologico, nonostante la grande
quantità di reperti delle epoche Jōmon, Yayoi e Kofun, non è ancora stata
trovata nessuna lunga iscrizione in jindai moji proveniente da un contesto
archeologico precedente all’introduzione dei caratteri cinesi controllato e
databile.
Riferimenti: [14], [15], [28].
Conclusione: l'importanza del pensiero critico
Considerate queste teorie come una semplice raccolta di
eccentricità indipendenti sarebbe superficiale e ingenuo. Esse non solo formano
una genealogia relativamente coerente, ma dimostrano con chiarezza come le più
spericolate bizzarrie pseudoscientifiche possano coesistere con una cultura
tipicamente associata, non sempre a ragione, con la modernità e l’efficienza.
Durante il periodoMeiji, l'apertura internazionale e
l'arrivo massiccio del cristianesimo produssero teorie iperdiffusioniste come
quella di McLeod, in cui la storia biblica diventa una chiave universale con
cui reinterpretare il Giappone. Tra la fine del periodo Meiji e i primi decenni
del periodo Shōwa, l'idea viene progressivamente nazionalizzata e in parte
rovesciata: non è più soltanto Israele ad avere influenzato il Giappone: in
Mishima, Sakai e soprattutto nei Takenouchi è sempre più spesso il Giappone a
diventare l'origine della civiltà mondiale.
I koshi koden forniscono una struttura narrativa
completa: cronologie alternative, imperatori preistorici, scritture
primordiali, religioni mondiali derivate dal Giappone, viaggi planetari e
monumenti dimenticati. Studi moderni sulla costruzione e ricezione dei koshi
koden mettono tuttavia in luce il progressivo fallimento della loro pretesa
di essere fonti storiche autentiche.
Nel dopoguerra, nuovi paradigmi culturali producono nuove
reinterpretazioni delle strutture pseudostoriche e pseudoscientifiche preesistenti:
i dogū diventano astronauti; la civiltà primordiale diventa civiltà
tecnologica; il cataclisma mitologico diventa guerra nucleare. La grande
esplosione dell'occultismo giapponese negli anni Settanta fornisce un mercato
editoriale ideale per queste contaminazioni.
Allo stesso tempo, il repertorio delle cosiddette “prove” a suffragio
di queste teorie rimane sorprendentemente stabile: omofonie, somiglianze
visive, reinterpretazione letterale del mito, toponimi, monumenti naturali
dall'aspetto artificiale, documenti senza provenienza verificabile e originali
scomparsi. L’interpretazione di queste prove si muove nello stesso senso: il
testo pseudo-storico identifica un luogo; quel luogo viene poi usato come prova
del testo. Una somiglianza produce un'ipotesi; l'ipotesi rende significative
nuove somiglianze. La mancanza di documentazione, invece di indebolire la
teoria, può infine essere reinterpretata come prova che la verità sia stata
soppressa.
È proprio questa struttura ricorrente, più delle singole
affermazioni, a rendere la pseudostoria giapponese un oggetto interessante di
storia culturale, e al tempo stesso un segnale di allarme che deve mettere in
guardia chiunque voglia approcciarsi allo studio della cultura e della
tradizione giapponese da un punto di vista oggettivo.
Il tema è particolarmente importante per quanto riguarda la
discussione delle arti marziali giapponesi, alla luce del fatto che Yano Yūtarō
era uno dei cinque membri dell’Ōmotokyō, tra i quali anche il fondatore dell’Aikidō
Ueshiba Morihei, che accompagnarono Deguchi Onisaburō nel suo fallito tentativo
di attraversare la Mongolia.
Ancora una volta, è importante sottolineare la differenza
tra un approccio di questo tipo e quello di Kanō Jigorō, strettamente
improntato alla scienza e alla pratica concreta, e quello di altre esperienze
coeve di Kanō, caratterizzate da un sincretismo mistico/metafisico ben
documentato nell’ambiente culturale del Giappone dal periodo Meiji agli inizi
del periodo Shōwa.
Emanuele Bertolani
Riferimenti e bibliografia
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n. 14, 1972, pp. 196–213, riproduzione della sentenza di primo grado
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/ Aomori Prefectural History Database, sezione sulla leggenda della tomba
di Cristo a Shingō. Particolarmente importante perché documenta l'arrivo
improvviso della storia nel 1935 e l'iniziale reazione scettica della
popolazione locale.
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Koyama Masato, studi sulla documentazione storica delle eruzioni del Fuji
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come fonte di bassa affidabilità. Koyama osserva che il corpus è
generalmente considerato falso dagli storici, pur potendo aver conservato
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Robert M., “Yonaguni.” Resoconto geologico dell'esame diretto della
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pur ammettendo la possibilità di limitate modifiche umane.
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- 寺石悦章
Teraishi Etsushō, 「楢崎皐月の生涯について」,
『四日市大学総合政策学部論集』9(1–2),
2010, pp. 25–50. Ricostruzione biografica utile per collocare storicamente
la nascita della tradizione Katakamuna.
- 『「古史古伝」と「偽書」の謎を読む――危険な歴史書』,
『歴史読本』編集部編,
新人物往来社,
2012. Volume generale su 古史古伝,
documenti falsi, genealogie pseudo-storiche e teorie affini.
- 一柳廣孝
Ichiyanagi Hirotaka (ed.), 『オカルトの帝国――1970年代の日本を読む』,
青弓社,
2006. Utile per comprendere il contesto culturale nel quale UFO,
paleoastronautica, civiltà perdute e “nuove scienze” divennero fenomeni
editoriali di massa nel Giappone postbellico.
Sullo Specchio di Ise
生田目俊造
Ikutame Shunzō, 「神秘日本」, 『きよめの友』,
10 maggio 1948; testo riprodotto in 三村三郎,
『ユダヤ問題と裏返してみた日本歴史』,
日猶関係研究会,
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三村三郎
Mimura Saburō, 『ユダヤ問題と裏返してみた日本歴史』,
1953; rist. 八幡書店.
中田重治
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ホーリネス教会出版部,
1933; 7ª ed., きよめ教会出版部,
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武内裕
[武田崇元], 「八咫鏡のヘブライ文字の謎」,
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Kōsaka Wadō, 『超図解 竹内文書II』, 徳間書店,
1995, in particolare pp. 6, 114–119.
レムナント,
n. 99, ottobre 1997, sezione sullo Yata no Kagami; utile soprattutto per la
pubblicazione e la discussione critica della copia attribuita a Yano.
伊勢神宮,
「神宮の神話」 e 「皇大神宮(内宮)正宮」,
per lo status tradizionale dello Yata no Kagami come shintai del Naikū.
国立国会図書館,
三浦梧楼関係文書,
n. 52, 西野文太郎書簡 e 「森有礼暗殺趣意書」,
per la motivazione documentata dell’assassinio di Mori.







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