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Giappone impossibile: pseudoscienza e archeologia alternativa

 


 Introduzione

Per capire perché è importante adottare un approccio rigoroso quando si tratta di temi che riguardano la cultura giapponese, e nella fattispecie le arti marziali, è opportuno essere a conoscenza del fatto che a partire dal XIX secolo il Giappone ha dato origine non solo a risultati culturali eccezionali come il Japonisme e il Kōdōkan jūdō, ma anche a una serie impressionante di fandonie formidabili che vanno dall’origine alternativa dell’umanità agli UFO passando per i paleoastronauti e le previsioni sul futuro del genere umano. Molte nacquero dall'incontro fra nazionalismo, cristianesimo e iperdiffusionismo, oltre alla tradizione dei cosiddetti koshi koden 古史古伝, testi che pretendono di conservare versioni della storia giapponese anteriori o alternative al Kojiki e al Nihon shoki.

A seconda dei casi, queste teorie si reggono su falsificazioni documentarie, anacronismi linguistici, associazioni fonetiche arbitrarie, interpretazioni errate di reperti archeologici o semplicemente assenza completa delle tracce materiali che una determinata ipotesi richiederebbe.

Mi sono fermato a tredici, e non per penuria di materiale. Solo aprendo il capitolo Ōmotokyō-Aikidō, ci sarebbe da trattarne il doppio.

Tuttavia, questi esempi dovrebbero bastare a far capire il valore eccezionale di un’affermazione come “il Kōdōkan jūdō si basa sulla scienza”, e forse ancora di più, “non vi sono cornici religiose o filosofiche in Jita kyōei e Seiryoku zen’yō”.

 

1. I giapponesi discendono dai Sumeri:  Sumeraスメラ e Sumer

Origine e sostenitori

Il principale esponente di questa teoria è Mishima Atsuo 三島敦雄 (1878–1955), che nel 1927 pubblicò Studio sulla storia di seimila anni della razza di discendenza celeste『天孫人種六千年史の研究』 presso la Società per gli studi su Sumer スメル学会. Il primo capitolo presenta esplicitamente la casa imperiale e il popolo giapponese come il ramo principale della razza sumera e i Sumeri come progenitori delle civiltà orientali e occidentali. La documentazione bibliografica dell'opera e il suo indice sono conservati dalla National Diet Library.


“Prove”

L'argomento più celebre è l'associazione fonetica sume すめ/ sumeraすめら ≈ Sumer. Ad essa vengono aggiunte, secondo il metodo iperdiffusionista, somiglianze selezionate fra simboli, miti e istituzioni mesopotamiche e giapponesi. Una somiglianza viene trattata come indizio di trasmissione storica o origine etnica comune.


Cosa la confuta la teoria

Una somiglianza fonetica isolata non costituisce una relazione etimologica o una parentela, per dimostrare la quale occorrerebbero corrispondenze fonetiche sistematiche, cronologia plausibile, una catena di trasmissione e un numero consistente di forme comparabili. Nessuno di questi elementi è stato dimostrato per sumero e giapponese.

L'archeologia e la genetica delle popolazioni collocano la formazione della popolazione giapponese nel quadro dell'Asia orientale, combinando ascendenza Jōmon e successive ondate migratorie dall’Asia continentale, ipotesi corroborata dagli studi genomici recenti.

Riferimenti: [1], [18].

 

2. I giapponesi sono le Tribù Perdute d'Israele e lo Yata no Kagami reca un'iscrizione ebraica

La teoria secondo la quale il popolo giapponese e il popolo ebraico abbiano un’origine comune è piuttosto antica e va sotto il nome di Nichiyu dōsoron日ユ同祖論. È stata sostenuta sia da giapponesi che da persone di origine straniera. Tra questi vale la pena di ricordare il missionario scozzese Nicholas McLeod, il cui libro Epitome of the Ancient History of Japan, Including a Guide Book venne pubblicato a Nagasaki nel 1875, pochi anni dopo il Rinnovamento Meiji. In esso McLeod, servendosi di presunti omofoni e analogie tra la religione shintō e il giudaismo, sosteneva che le élite aristocratiche e sacerdotali giapponesi discendessero dalle Dieci Tribù Perdute di Israele.

Tuttavia, nessuna delle “prove” a disposizione dell’origine comune di giapponesi ed ebrei ha la forza simbolica della cosiddetta «iscrizione ebraica» sullo Yata no Kagami 八咫鏡, uno dei Tre Tesori che simboleggiano il potere imperiale, conservato secondo la tradizione presso il santuario di Ise. Secondo la versione oggi più diffusa, sul retro dello specchio sacro sarebbe incisa in caratteri ebraici la formula biblica אהיה אשר אהיה, ʾehyeh ʾăšer ʾehyeh, pronunciata da Dio a Mosè in Esodo 3:14 e tipicamente tradotta come «Io sono colui che sono» o «Io sono colui che sarò». La scoperta sarebbe stata effettuata dal primo ministro dell’Istruzione del Giappone moderno, Mori Arinori 森有礼 (1847–1889).

In realtà, la genesi della teoria è più articolata, ma non meno interessante.

 

Una delle immagini del supposto testo ebraico sul retro dello Specchio Yata no Kagami

Lo specchio che nessuno vede

Lo Yata no Kagami è uno dei Tre Sacri Tesori 三種の神器. Secondo la tradizione mitologica fu realizzato per far uscire la kami del sole Amaterasu Ōmikami dalla caverna celeste e successivamente affidato al nipote Ninigi come simbolo di sovranità. Il santuario di Ise identifica ufficialmente lo specchio custodito nel Kōtaijingū 皇大神宮, il Naikū, come lo shintai, cioè l’oggetto sacro nel quale si ritiene risieda o si manifesti Amaterasu, di Amaterasu Ōmikami, attribuendogli il nome di Yata no Kagami.

Lo Yata no Kagami non viene mai esposto, né è consentita la sua osservazione pubblica. Pertanto, non esiste una fotografia pubblicamente autenticata del retro dello specchio con cui i supposti schizzi esistenti possano essere confrontati. Esiste inoltre un altro specchio sacro, custodito nel Kashikodokoro 賢所 del Palazzo imperiale, che è tradizionalmente considerato l’equivalente o la replica rituale dello Yata no Kagami, ed è di quest’ultimo che parlano le prime testimonianze verificabili che parlano della teoria dell’iscrizione in ebraico.

 

1948: la prima testimonianza documentabile

Il 10 maggio 1948 compare sulla rivista cristiana Kiyome no tomo『きよめの友』un articolo intitolato 「神秘日本」, «Il Giappone misterioso», a cura del pastore della Kiyome Church Ikutame Shunzō 生田目俊造. In esso, Ikutame riporta un aneddoto udito anni prima dalla vedova del suo maestro, il leader della Holiness Church Nakada Jūji 中田重治 (1870–1939), la quale gli avrebbe riferito che un giorno un certo «dottor S. dell’istituto A.» sarebbe arrivato al centro di studi biblici raccontando di essere stato convocato per esaminare alcuni segni presenti sul retro di uno specchio sacro custodito a Corte. Non gli sarebbe stato mostrato lo specchio stesso, ma solo una copia dei segni. Il professore li avrebbe identificati come ebraico e quindi letti come la formula di Esodo 3:14, 「我は有て在る者なり」 “io sono colui che sono/sarò”. Fotografie, copie ulteriori e divulgazione sarebbero state proibite.

Il «dottor S. dell’istituto A.»  venne successivamente identificato con Sakon Yoshisuke 左近義弼, professore dell’ Aoyama Gakuin e studioso di ebraico. La catena della testimonianza era dunque già indiretta all’epoca della pubblicazione di Ikutame nel 1948. A questo si deve aggiungere una considerazione tutt’altro che irrilevante relativa al contesto: Nakada era fortemente interessato al ruolo del Giappone come nazione della “provvidenza”, e ai rapporti fra Giappone e Israele: nel 1933 aveva pubblicato Il Giappone nella Bibbia『聖書より見たる日本』, parlando diffusamente dell’origine dei giapponesi, degli ebrei, e di un presunto ruolo escatologico del Giappone una volta che il mondo fosse giunto alla Fine dei Giorni.

Tuttavia, Ikutame non dice mai che Sakon abbia effettivamente visto lo Yata no Kagami di Ise. Parla di uno specchio sacro all’interno della Corte, e precisa che a Sakon ne fu mostrata una copia, non l’originale.

 

1953: Mimura trasforma lo specchio di corte nello Yata no Kagami

Queste erano le condizioni della teoria quando il giornalista Mimura Saburō 三村三郎 riprese la storia in La questione ebraica e una rilettura capovolta della storia del Giappone『ユダヤ問題と裏返してみた日本歴史』nel 1953.

Mimura aveva ricevuto da Ikutame una copia di Kiyome no tomo, e il suo ragionamento era chiaramente ipotetico: se lo specchio custodito nel Kashikodokoro recava davvero una iscrizione in ebraico, allora la stessa iscrizione avrebbe dovuto trovarsi sul suo modello originario, lo Yata no Kagami di Ise.

Nelle iterazioni successive, questo passaggio logico scompare, risultando nella versione semplificata che lo Yata no Kagami reca un’iscrizione in ebraico.

 

Il principe Mikasa e il titolo che fece il giro del mondo

Il 25 gennaio 1953, durante una riunione della Associazione per il dialogo nippo-ebraico 日猶懇話会, tenuta a Tōkyō nella casa dell’imprenditore ebreo Michael Kogan, il pastore Ozaki Kyōichi 尾崎喬一 sollevò la questione davanti al principe Mikasa Takahito 三笠宮崇仁親王, fratello minore dell’imperatore Shōwa e studioso del Vicino Oriente antico. Mikasa rispose che non poteva accedere allo specchio con tanta facilità, e che avrebbe dovuto indagare attraverso documentazione o testimonianze. Il giorno successivo, 26 gennaio 1953, il Tokyo Evening News trasformò la prudente e indiretta risposta del principe in un titolo in inglese che lasciava poco spazio all’immaginazione:

“Mikasa Will Check the Hebrew Words on the Holy Mirror!”

La notizia contribuì enormemente alla diffusione internazionale della storia.

Tuttavia, la successiva testimonianza del rabbino Marvin Tokayer fornisce un’interpretazione meno sensazionalista: il rabbino riferì di avere chiesto personalmente a Mikasa della faccenda: il principe gli avrebbe risposto di non avere mai visto lo Yata no Kagami, che neppure suo fratello, l’imperatore Shōwa, l’aveva visto, e di nutrire seri dubbi riguardo alla storia.

Non esiste alcuna documentazione indipendente in grado di dimostrare la veridicità della leggenda secondo cui Mikasa avrebbe aperto segretamente il contenitore durante la notte, scoperto che l’iscrizione esisteva davvero e quindi mantenuto il silenzio.

 

Mori Arinori

Numerose delle versioni attualmente in circolazione fanno iniziare tutto con Mori Arinori, che durante una visita a Ise avrebbe visto direttamente il retro dello Yata no Kagami e letto la seguente iscrizione:

אהיה אשר אהיהEhyeh asher ehyeh.

Il problema è che non solo non è stata individuata alcuna testimonianza contemporanea di Mori che racconti l’episodio, ma il racconto pubblicato da Ikutame nel 1948 non menziona mori Mori, poiché la sua fonte è Sakon.

Mori era stato tuttavia protagonista di un celebre episodio legato a Ise. Egli fu assassinato l’11 febbraio 1889 da Nishino Buntarō 西野文太郎, che lo accusava di avere commesso un atto sacrilego durante una visita al santuario. La documentazione relativa all’assassino conserva una dichiarazione di Nishino nella quale egli giustifica l’azione sostenendo che Mori Arinori avesse profanato Ise. Gli studi sul caso mostrano però che la storia del comportamento sacrilego di Mori, che sarebbe entrato con le scarpe e avrebbe sollevato una cortina del santuario con il bastone, guardando all’interno, era già stata fortemente deformata dalla polemica politica e giornalistica.

Successivamente, i due racconti finirono per essere fusi in chiave occultista: Mori avrebbe visto l’iscrizione ebraica e sarebbe stato assassinato perché aveva scoperto o rivelato il segreto. Non esiste tuttavia alcuna prova storica che colleghi l’assassinio di Mori alla supposta iscrizione in ebraico o allo specchio sacro.

 

Yano Yūtarō e la comparsa del disegno

Una ulteriore versione del mito dell’iscrizione in ebraico viene da Yano Yūtarō 矢野祐太郎,  un ex ufficiale di marina, studioso dei Documenti Takenouchi e fondatore dello Shinsei Ryūjinkai 神政龍神会.

Secondo la versione trasmessa nel dopoguerra, Yano avrebbe ottenuto eccezionalmente il permesso di vedere direttamente lo specchio di Ise e ne avrebbe copiato l’iscrizione sul retro. Il disegno sarebbe rimasto conservato all’interno della Shinsei Ryūjinkai, e successivamente presso ambienti legati alla figlia di Yano.

Tuttavia, Yano interpretava l’iscrizione non come ebraico, ma come una forma di jindai moji, precisamente hifu moji ヒフ文字. Secondo Yano, le tre sezioni del disegno decifrato avrebbero prodotto frasi relative ad Amaterasu, allo specchio, alla spada, alla gemma (gli altri due tesori imperiali) e all’unicità dell’imperatore. Per riuscirci, Yano è costretto a fare in modo che gli stessi valori fonetici vengono assegnati a segni graficamente diversi e segni identici ricevano letture differenti, rendendo la sua lettura incoerente.

Secondo Kōsaka Wadō 高坂和導, il disegno gli fu affidato affinché lo recapitasse al principe Mikasa dopo che un messaggio divino ricevuto all’interno della Shinsei Ryūjinkai aveva indicato la necessità che il disegno fosse consegnato al principe. Kōsaka afferma di averlo fatto l’8 gennaio 1980, tramite l’intermediazione dell’ex dirigente della polizia imperiale Nakayama Jun’ichi. Kōsaka pubblicò infine il disegno nel secondo volume di I Documenti Takenouchi: guida illustrata『超図解 竹内文書II il 30 novembre 1995.

 

Il misterioso disegno del 1977

Il disegno di Kōsaka non è però il più antico schema grafico oggi rintracciabile della presunta iscrizione.

Nel numero di marzo 1977 della rivista L’epoca dell’ Occulto  『オカルト時代』, pubblicata dall’editore Minori Shobō, comparve un articolo intitolato Il mistero delle iscrizioni in ebraico dello Yata no Kagami「八咫鏡のヘブライ文字の謎」. Il fascicolo è identificabile bibliograficamente come 『オカルト時代』23, marzo 1977. L’autore si presenta come Takeuchi Yū 武内裕, pseudonimo di Takeda Sūgen 武田崇元, una figura importantissima nella sottocultura dell’occulto in Giappone nel dopoguerra e fondatore della casa editrice Hachiman.


Una delle immagini del supposto testo ebraico sul retro dello Specchio Yata no Kagami

La struttura generale dell’immagine simile a un calco pubblicata nell’articolo di Takeda, lo specchio ottolobato, il campo circolare centrale, le file di segni, è molto simile al successivo disegno attribuito a Yano, ma differisce nei caratteri. Questo solleva una questione importante, perché se il disegno della rivista è effettivamente precedente al disegno pubblicato diciotto anni dopo come copia di Yano, quest’ultima non potrebbe essere la prima rappresentazione della supposta iscrizione in ebraico.

 

Da Ehyeh asher ehyeh a “Yahweh è luce”

La lettura dell’iscrizione cambia nel tempo. Nel racconto di Ikutame il testo è inequivocabilmente Esodo 3:14: אהיה אשר אהיה. Il disegno attribuito a Yano, tuttavia, contiene nel cerchio centrale soltanto sette segni, disposti tre sopra e quattro sotto. Per farli corrispondere alla formula biblica occorre quindi interpretarli in modo assai libero.  Il problema di fondo è che non esiste una sequenza di caratteri chiaramente riconoscibile come ebraico che possa essere letta normalmente da un ebraista. La frase biblica viene prima conosciuta dalla leggenda e solo successivamente cercata all’interno dei segni presenti nei disegni.

Cionondimeno, autori successivi hanno proposto letture alternative. La fila superiore di tre segni è stata accostata a אור (ʾor, «luce») e quella inferiore al tetragrammaton יהוה (YHWH), ottenendo qualcosa che si avvicina a «luce di Yahweh» o «Yahweh è luce». Altri hanno tentato di leggere i caratteri esterni non come ebraico, ma come greco antico, arrivando a formulare traduzioni quali «questo è un oggetto importantissimo; è una copia dello Yata no Kagami», con l’evidente problema di chiamare “copia” lo specchio originale di Ise.

Riferimenti: [2], [3], [4], [18].

 

3. I Documenti Takenouchi 竹内文書: origine, contenuto e problema dell'autenticità

I Documenti Takenouchi sono un elemento cruciale per comprendere la nascita e lo sviluppo di molte teorie pseudostoriche e pseudoscientifiche successive.

Origine e trasmissione dichiarata

I Documenti Takenouchi si presentano come un insieme di cronache, genealogie, presunti testi imperiali in scritture arcaiche e oggetti sacri presentati da Takeuchi Kiyomaro 竹内巨麿 (1874-1965) negli anni ’20 del Novecento. Takeuchi affermava che la propria famiglia, collegata a Takenouchi no Sukune 武内宿禰, avesse custodito per quasi due millenni documenti molto più antichi del Kojiki e del Nihon shoki. Il materiale è strettamente collegato alla nuova religione Kōso Kōtaijingū Amatsukyō 皇祖皇太神宮天津教.

 

Takeuchi Kiyomaro 竹内巨麿

Contenuto

Il corpus dei Documenti Takenouchi propone una versione della storia giapponese radicalmente diversa da quella ortodossa: dinastie imperiali anteriori a Jinmu, cronologie di dimensioni fantastiche, il Giappone come centro originario dell'umanità, sovrani che dominano o visitano il mondo, “razze” di esseri umani di cinque colori diversi (compreso il blu), scritture preistoriche, e oggetti indicati come veri tesori imperiali.

I rotoli del Documenti Takenouchi

Cosa la confuta la teoria

Nel 1936 Kanō Kōkichi 狩野亨吉 pubblicò un articolo intitolato Critica degli antichi documenti dell’Amatsukyō『天津教古文書の批判』 dopo avere esaminato materiale fotografico relativo ai Documenti Takenouchi. La sua analisi individua una serie di seri problemi circa la supposta datazione millenaria dei Documenti Takenouchi: grafie recenti, costruzioni linguistiche incompatibili con l'antichità dichiarata, errori grammaticali, anacronismi, e in alcuni casi, come quello della classificazione dell'umanità secondo cinque colori, in cui presupposti e concetti sviluppatisi in Europa in epoca relativamente recente vengono sovrapposti retroattivamente ai Documenti Takenouchi.

Takeuchi fu arrestato nel 1936 per reati che comprendevano la lesa maestà, perché la sua storia alternativa e i suoi presunti veri tesori imperiali erano in conflitto con l'ortodossia imperiale.

Secondo i sostenitori della validità dei Documenti Takenouchi, molti degli originali confiscati andarono distrutti durante i bombardamenti di Tokyo. Ciò impedisce nuove analisi materiali, ma non elimina il fatto che i documenti fossero già stati esaminati e giudicati anacronistici prima della loro presunta scomparsa.

Riferimenti: [5], [19], [20].

 

4. I Documenti Takenouchi descrivono un impero mondiale preistorico, velivoli e contatti extraterrestri

Origine

Nella cosmologia proposta dai Documenti Takenouchi prebellici il Giappone è il centro politico e religioso primordiale del mondo; dinastie remotissime precedono il primo imperatore umano Jinmu; gli imperatori compiono viaggi attraverso le nazioni della Terra; l'umanità è suddivisa in cinque razze di colore diverso e mezzi indicati come navi celesti o volanti consentono spostamenti eccezionali. I Documenti Takenouchi non sono i primi a discutere di mezzi volanti nel lontano passato del genere umano. I vimāna della tradizione indù, regolarmente smentiti da modelli e ricostruzioni scientifiche, l’avevano già fatto molto prima. Dal dopoguerra in poi, i propugnatori dei Documenti Takenouchi li identifiano esplicitamente con astronavi extraterrestri, inserendosi nel solco della teoria sugli antichi astronauti e della cultura UFO.

 

Prove

Chi sostiene la legittimità dei Documenti Takenouchi lo fa solitamente in modo circolare: i documenti sono veri perché conservano la storia segreta e sconosciuta, nascosta, il cui contenuto “spiega” monumenti, toponimi e miti sparsi nel mondo.

 

Cosa la confuta la teoria

Al di là dei problemi legati alla genealogia dei documenti, e all’evidente anacronismo segnalato da Kanō circa l’uso della terminologia moderna usata per descrivere “razze” preistoriche di cinque colori diversi, il problema principale è di tipo pratico: un impero mondiale tecnologicamente avanzato dovrebbe produrre tracce archeologiche diffuse e coerenti a livello di infrastrutture, metallurgia, sistemi amministrativi, trasporti, materiali lavorati. Tracce simili non sono mai state rinvenute.

Riferimenti: [5], [19], [20].

 

5. Gesù sopravvisse alla crocifissione e morì a Shingō

Origine e sostenitori

La teoria affiora a Shingō, nella prefettura di Aomori, nel 1935. Takeuchi Kiyomaro (il succitato divulgatore dei Documenti Takenouchi) e il pittore Toriya Banzan visitano l'area all’epoca chiamata Herai 戸来 e identificano due tumuli preesistenti come le tombe di Gesù e di suo fratello Isukiri. La storia ufficiale della prefettura di Aomori sottolinea che la notizia arrivò dall'esterno e fu inizialmente accolta dagli abitanti con scetticismo.

Nel 1937 Yamane Kikuko 山根菊子 contribuisce alla popolarità della leggenda con La luce dall’est 『光りは東方より』, che riprende l’espressione in Latino ex oriente lux.

 

La "Tomba di Gesù" a Shingō

«Prove»

La leggenda fa uso dei cosiddetti “anni nascosti” della vita di Gesù per postulare che egli sarebbe giunto in Giappone da giovane per studiare, per poi tornare in Giudea, dove il fratello Isukiri sarebbe stato crocifisso al suo posto. Gesù sarebbe quindi rientrato in Giappone passando attraverso l'Asia settentrionale, avrebbe messo su famiglia e sarebbe morto all’età di 106 anni.

A suffragare l’ipotesi ci sono argomenti linguistici di dubbia affidabilità, quali: Herai sarebbe collegato a “Hebrew” (dove l’ebraico ha עִבְרִי ʿivrī e l’aramaico ha ʿiray) e il canto locale Nanyadoyara, il cui testo conserverebbe una forma corrotta o deformata di parole in ebraico.

 

Cosa la confuta la teoria

Non è il caso di entrare nel merito della vicenda dal punto di vista delle testimonianze e della storiografia romana. Dal punto di vista squisitamente giapponese, non esiste alcuna attestazione precedente al 1935 che identifichi quei tumuli con Gesù. Mancano inoltre resti, iscrizioni, oggetti mediterranei, documenti cristiani antichi o una tradizione locale indipendentemente attestata. L’unica evidenza disponibile è una fonte pseudo-storica che porta a reinterpretare monumenti locali già esistenti.

Riferimenti: [6], [21].

 

6. Gli shakōki-dogū rappresentano astronauti e il Giappone Jōmon conobbe la guerra nucleare

Qui si tratta di due teorie diverse, che raggruppiamo per comodità.

Origine

Secondo Nakajima Takeshi, l'interpretazione dei dogū con gli occhiali da neve 遮光器土偶 come astronauti è attestata in Giappone almeno dal 1962. Nel numero di settembre del Notiziario sui dischi volanti 『空飛ぶ円盤ニュース』, pubblicato dall’ Associazione per l’amicizia nello Spazio 宇宙友好協会, Washio Isao 鷲尾功 pubblicò Tute pressurizzate anche nell’antico Giappone? Il mistero della tuta Jōmon「古代日本にも機密服? じょうもんスーツの謎」. Washio riteneva che il confronto degli occhi enormi, degli arti rigonfi e delle decorazioni del dogū con quelle del casco, degli occhiali e della tuta pressurizzata di un astronauta portasse a concludere che il dogū fosse una rappresentazione di questi ultimi.

La teoria della guerra nucleare Jōmon è successiva. Nel 1995 Takahashi Yoshinori 高橋良典 pubblicò Il mistero della civiltà spaziale Jōmon: la dinastia mondiale del Giappone primordiale e la verità sulla guerra nucleare dell’ultra-antichità『縄文宇宙文明の謎――太古日本の世界王朝と超古代核戦争の真相』, difficilmente separabile dal volume intitolato The Wars of Gods and Men di Zecharia Sitchin, uscito nel 1985, che collocava l’uso di armi atomiche tattiche non in Giappone ma nella penisola del Sinai.

 

Lo shakōki-dogū

Prove

Per gli astronauti si tratta essenzialmente di analogia visuale. Nella versione nucleare si aggiungono miti di catastrofi, reperti reinterpretati come strumenti tecnologici e l'idea di una civiltà globale avanzata successivamente distrutta.

 

Cosa la confuta la teoria

Gli shakōki-dogū non sono un’anomalia archeologica, ma un fenomeno ben contestualizzato nella parte finale del periodo Jōmon, soprattutto nella cultura Kamegaoka.

I reperti archeologici Jōmon, per quanto numerosi, non mostrano segni di metallurgia industriale, reattori, infrastrutture energetiche, materiali tecnologici avanzati o tracce di esplosioni nucleari. Una civiltà capace di costruire e utilizzare armi atomiche richiede una catena industriale complessa, della quale non è stata trovata traccia.

Riferimenti: [7], [8], [22].

 

7. Mosè venne in Giappone ed è sepolto in Ishikawa

Origine e sostenitori

L’ ambiente che produsse la leggenda di Gesù sepolto in Giappone non risparmiò Mosè.  Yamane Kikuko, una giornalista e attivista per i diritti delle donne finita nel circolo dei Documenti Takenouchi, la presentò nel 1937 in La luce dall’Est 『光りは東方より』. Il luogo identificato come tomba di Mosè è il Mitsukozuka 三ツ子塚, nell'attuale Hōdatsushimizu, prefettura di Ishikawa.

 

Prove

Nelle versioni più elaborate Mosè, dopo avere ricevuto i Dieci Comandamenti, sarebbe giunto in Giappone per ricevere ulteriori insegnamenti dalla casa imperiale; dopo viaggi successivi sarebbe infine morto nell'arcipelago alla non trascurabile età di 583 anni.

Come per altre “tradizioni” di derivazione Takenouchi, il meccanismo probatorio è labile: il testo identifica una località; un tumulo o una tradizione locale vengono successivamente interpretati come conferma materiale di quanto il testo afferma; somiglianze linguistiche e simboliche con l'antico Israele vengono aggiunte come prove indipendenti.

 

Cosa la confuta la teoria

Prima dell'intervento dei sostenitori dei Documenti Takenouchi non è attestata nessuna tradizione locale che identificasse il tumulo con Mosè, né sono stati trovati testi ebraici, corredi vicino-orientali, resti umani con una provenienza levantina dimostrabile o materiali archeologici compatibili con un viaggiatore dell’antico Vicino Oriente.

Riferimenti: [6].

 

8. L'Arca dell'Alleanza o il tesoro di Salomone è nascosto nel monte Tsurugi

Origine e sostenitori

La teoria fu sviluppata soprattutto da Takane Masanori 高根正教, un insegnante di scuola elementare, e successivamente preside, che negli anni Trenta condusse ricerche e scavi sul monte Tsurugi 剣山, a Shikoku. Il figlio Takane Mitsunori continuò a divulgarla nel dopoguerra; Il tesoro segreto di Salomone: l’Apocalisse che giace sepolta nel monte Tsurugi, nello Shikoku『ソロモンの秘宝――四国・剣山に眠る黙示録』 fu pubblicato nel 1979 da suo figlio.

Takane aveva studiato in modo indipendente la teoria del kotodama, la convinzione cioè che la parola possieda un’anima e sia in grado di influenzare la realtà, al quale aveva affiancato studi biblici e altri riguardanti il passato del Giappone. Era inoltre in contatto con Uchida Bunkichi, appartenente al circolo dei Documenti Takenouchi, il quale finanziò gli scavi di Takane.

 

Prove

Takane cercava corrispondenze fra la Bibbia, il Kojiki, la geografia di Shikoku e la teoria dell’origine comune dei giapponesi e degli ebrei. L’esempio forse più importante è il parallelo che egli traccia tra le quattro creature dell'Apocalisse e la descrizione mitologica di Shikoku come corpo dotato di quattro volti, interpretata come un codice geografico che localizzava lo Shikoku nella Bibbia.

Gli scavi, avviati nel 1936, portarono alla luce rocce levigate, blocchi insoliti, presunte strutture artificiali e “pietre-specchio”, che vennero interpretati come tracce di un complesso costruito per custodire il tesoro o l'Arca della quale, tuttavia, non è stata rinvenuta traccia.

 

Cosa la confuta la teoria

Nessuna antica iscrizione in ebraico, materiale archeologico israelita, oggetti di provenienza vicino-orientale, né naturalmente l'Arca stessa, è stata rinvenuta in loco. L’associazione tra la descrizione dello Shikoku presente nel Kojiki e il testo dell’Apocalisse non va oltre una similitudine superficiale, e l'associazione con il quadro più ampio della teoria dell’origine comune di giapponesi ed ebrei non risolve il problema, poiché essa non dispone di alcuna dimostrazione genetica, linguistica o archeologica indipendente.

Riferimenti: [9].

 

9. Le prime piramidi del mondo furono costruite in Giappone

Origine e sostenitori

Il principale divulgatore fu Sakai Katsuisa 酒井勝軍 (1874–1940), uno dei principali sistematizzatori della pseudostoria nazionalistico-religiosa giapponese del primo Shōwa. Dopo essersi interessato al cristianesimo, pubblicando libri dal contenuto apertamente antisemita come Il movimento ebraico per la conquista del mondo 『猶太人の世界征略運動』e La vera natura del mondo e gli ebrei 『世界の正体と猶太人』, partecipò a una missione di studio sulla “questione ebraica”, recandosi nel Mandato Britannico della Palestina, in Egitto e in Europa insieme all’ufficiale dell’esercito Yasue Norihiro, il quale aveva partecipato all’intervento giapponese in Siberia in chiave anticomunista. In quell’occasione, Yasue era entrato in contatto con ambienti russi bianchi e con il falso storico I protocolli dei savi di Sion, divenendo uno dei sostenitori giapponesi del complotto ebraico per il dominio sul mondo. Dopo la missione, la produzione di Sakai si riorientò verso la teoria dell’origine comune di ebrei e giapponesi. Successivamente si avvicinò all’ambito dei documenti Takenouchi, pubblicando il libro I Dieci Comandamenti segreti di Mosè, custoditi in Giappone per tremila anni, e sviluppò la tesi che le piramidi avessero avuto origine nel Giappone preistorico.

Nel 1934 pubblicò Le Piramidi del Giappone Antico『太古日本のピラミッド』, dedicato soprattutto ad Ashitakeyama 葦嶽山 nella prefettura di Hiroshima.

 

Prove

Secondo la definizione utilizzata da Sakai, una piramide può essere un edificio interamente artificiale, una montagna naturale profondamente modificata dall'uomo oppure una formazione in buona parte naturale trasformata in centro rituale.

Attorno alla montagna venivano individuate “pietre del sole”, “pietre-specchio”, allineamenti, enormi blocchi e strutture simili a dolmen. Sakai arrivò così a interpretare un intero paesaggio naturale come complesso monumentale. La sua cronologia deriva principalmente dai Documenti Takenouchi e dalle presunte dinastie anteriori a Jinmu.

 

Cosa la confuta la teoria

Le piramidi costruite dall'uomo, come quelle in Egitto e in America Centrale, lasciano indicatori archeologici riconoscibili: fondazioni, trasporto e lavorazione dei materiali, riempimenti, cave, strumenti, sequenze costruttive, reperti associati e livelli databili. Tutto ciò manca nelle principali montagne-piramide giapponesi.

Inoltre, le datazioni proposte da Sakai non derivano da stratigrafia o metodi scientifici: Sakai le deduce dalla medesima cronologia pseudo-storica che la montagna dovrebbe contribuire a dimostrare, creando un argomento circolare.

Riferimenti: [10].

 

10. Il regno preistorico del Fuji / 富士王朝

Origine e sostenitori

L’idea che in epoca preistorica esistesse un regno nella zona del Monte Fuji deriva dai Documenti Miyashita宮下文書, detti anche Antichi documenti del monte Fuji富士古文書. Si tratta di una raccolta eterogenea associata alla famiglia Miyashita e all'area del Fuji. Secondo la moderna storia della loro trasmissione, materiali oggi inclusi nel corpus sarebbero emersi nel tardo XIX secolo.

Nel 1986 il materiale fu pubblicato in grande formato nella raccolta in sette volumi Grande compendio degli antichi documenti del Fuji trasmessi dagli dèi『神伝富士古文献大成』, che conserva riproduzioni di documenti della famiglia.

 

Prove

I testi dei Documenti Miyashita descrivono un antico centro politico e religioso nella regione del Fuji, e offrono una genealogia che, se veritiera, precederebbe di molto la storia convenzionale del Giappone. Da questo quadro deriva l'espressione moderna 富士王朝, “dinastia” o “regno del Fuji”.

Alcune tradizioni collegano inoltre i testi a Xu Fu 徐福, il leggendario inviato del primo imperatore Qin partito verso oriente alla ricerca dell'immortalità.

Un elemento di ulteriore interesse è la presenza, all’interno dei medesimi Documenti, di informazioni su antiche eruzioni del Fuji. Il vulcanologo Koyama Masato ha osservato che alcune potrebbero preservare frammenti di tradizioni orali o di documentazione autentica successivamente perduta.

 

Cosa la confuta la teoria

Koyama sottolinea nello stesso studio che gli storici classificano generalmente i Miyashita bunsho come dei falsi storici. Alcuni dati vulcanologici risultano plausibili, mentre altri sono incompatibili con le attuali conoscenze della geologia del Giappone.

Nessuna prova archeologica indipendente che possa dimostrare l’esistenza dell'enorme regno preistorico descritto dal corpus dei Documenti Miyashita è stata reperita.

Riferimenti: [11], [23].

 

11. Yonaguni è un monumento della civiltà perduta di Mu

Origine e sostenitori

La formazione sommersa di Yonaguni fu individuata dal subacqueo Aratake Kihachirō nel 1986. A partire dagli anni Novanta, la particolare geometria del sito diede adito all'interpretazione secondo cui si trattava delle rovine di una civiltà preistorica.

Il suo principale sostenitore accademico fu il geologo marino Kimura Masaaki 木村政昭, dell'Università delle Ryūkyū, che nel 2000 pubblicò un volume intitolato Il mistero delle rovine sottomarine di Okinawa: la più antica civiltà megalitica del mondo!? 『沖縄海底遺跡の謎――世界最古の巨石文明か!? e un rapporto sulle immersioni.

La cultura occultistica giapponese collegò rapidamente il sito al continente perduto di Mu, inventato da Augustus Le Plongeon nell’Ottocento e divulgato da James Churchward nel XX secolo. È importante sottolineare che mentre non è escluso che parte del complesso di Yonaguni possa essere di origine umana, associarlo alla teoria di Mu è un salto logico ingiustificabile, oltre che fondamentalmente antiscientifico.

 

Cosa la confuta la teoria

La geologia locale offre una solida spiegazione naturale per la genesi delle formazioni di Yonaguni: le rocce sedimentarie presentano piani di stratificazione e fratture lineari lungo i quali erosione e attività sismica producono superfici piatte, pareti e gradoni. Formazioni analoghe sono visibili anche sopra il livello del mare.

Il geologo Robert Schoch, dopo avere esaminato direttamente il sito, concluse che esso è principalmente naturale, pur non escludendo piccoli interventi umani. Studi geomorfologici moderni sulla geologia di Yonaguni confermano l'importanza della fratturazione, erosione e alterazione naturale nella formazione del complesso.

Riferimenti: [12], [24], [25].

 

12. Katakamuna: un'antichissima civiltà giapponese conosceva la fisica moderna

Origine e sostenitori

Katakamuna presenta una particolarità rispetto alle teorie pseudostoriche delle “antiche cronache” perché la sua storia documentabile è interamente postbellica. Il personaggio centrale è Narasaki Satsuki 楢崎皐月 (1899–1974), conosciuto per il volume I tre metodi elettrostatici: agricoltura mediante onde vegetali, metodo di trasformazione della materia e metodo salutistico mediante onde del corpo umano『静電三法 - 植物波農法・物質変性法・人体波健康法』, pubblicato postumo nel 1991. In esso, Narasaki postula l’esistenza di particelle ultramicroscopiche che egli chiama “isa”, che possiederebbero due “stati”: uno statico, chiamato isa-nagi e uno dinamico, chiamato isa-nami. Di conseguenza, secondo Narasaki, gli antichi giapponesi erano a conoscenza del comportamento di queste particelle e codificarono la loro interazione, che dà origine al mondo, nel racconto mitologico dell’amore fisico tra Izanagi no mikoto e Izanami no mikoto, presente nel Kojiki. Secondo Narasaki, il medesimo principio elettrico universale che struttura il cosmo si manifesta analogicamente nella materia, nelle piante e nell'uomo. Comprendendolo, è possibile intervenire su tutti e tre.

Secondo il racconto tramandato dai suoi seguaci, nel 1949 Narasaki avrebbe incontrato nell'area del monte Rokkō un uomo chiamato Hira Tōji 平十字, che gli avrebbe mostrato un antico rotolo scritto con simboli geometrici sconosciuti. Narasaki ne avrebbe eseguito una copia e successivamente ne avrebbe decifrato gli ottanta canti in esso contenuti.

Uno Tamie 宇野多美恵, una delle principali discepole di Narasaki, ne sistematizzò gli insegnamenti e li divulgò attraverso la rivista Fenomeni Analoghi 『相似象』, il cui primo numero apparve nel 1970.

 

Un esempio della scrittura Katakamuna


Prove

Narasaki afferma che attraverso una particolare interpretazione fonetica dei simboli, i testi sarebbero in grado di descrivere materia visibile e invisibile, struttura atomica, elettromagnetismo, processi biologici e leggi fondamentali dell'universo. Le somiglianze fra termini Katakamuna e nomi che si trovano all’interno del Kojiki vengono utilizzate per retrodatare questa conoscenza a una civiltà giapponese remotissima, e mai rinvenuta all’infuori dei “testi” che Narasaki avrebbe copiato.

 

Cosa la confuta la teoria

Il problema principale riguardo al Katakamuna è che non ne esiste un originale antico con provenienza verificabile. Il testo entra nella documentazione storica soltanto attraverso la copia che Narasaki afferma di avere realizzato nel 1949. Allo stesso modo, non esistono reperti Katakamuna provenienti da scavi controllati, né una sequenza paleografica che colleghi tale scrittura a periodi antichi.

Riferimenti: [13], [26], [27].

 

13. 神代文字: il Giappone possedeva una scrittura prima dei caratteri cinesi

Origine e sostenitori

La possibilità che il Giappone preistorico disponesse di una scrittura indigena è stata discussa già in epoca medievale, ma divenne un campo di battaglia intellettuale importante fra gli studiosi degli “studi nazionali” (kokugaku 国学) del periodo Edo.

Hirata Atsutane 平田篤胤 fu uno dei principali sostenitori dell'esistenza dei cosiddetti jindai moji神代文字,  cioè i caratteri dell’epoca dei kami, raccogliendo e discutendo vari sistemi nel suo Tradizione della scrittura Hifumi dei Kami『神字日文伝』, completato all'inizio del XIX secolo e pubblicato nel 1824.  Altri mossero critiche intense all’idea che esistesse un sistema di scrittura giapponese antecedente all’introduzione dei caratteri cinesi. Tra questi, Ban Nobutomo 伴信友, il cui Origini e sviluppo dei kana『仮字の本末』 del 1850 contiene un capitolo intitolato Discussione critica sulla scrittura dell’età dei kami 神代字弁.

 

Un esempio dei jindai moji

Prove

I sostenitori della teoria della scrittura giapponese autoctona utilizzano due tipi di argomentazioni. Da una parte, iscrizioni, alfabeti conservati da famiglie o santuari e sistemi grafici attribuiti all'antichità, dall’altra il ragionamento logico secondo cui una società dotata di genealogie, rituali e amministrazione avrebbe “dovuto” possedere anche un sistema di scrittura.

 

Cosa la confuta la teoria

Non è impossibile che forme limitate di notazione abbiano preceduto la piena adozione della scrittura cinese tra il V e il VI secolo d.C., ma non ne sono mai state trovate tracce concrete sufficienti per affermarlo con certezza. Soprattutto, manca la prova che uno dei sistemi presentati come jindai moji dagli autori del kokugaku sia effettivamente quella scrittura.

In molti casi è la struttura fonologica stessa dei sistemi proposti a costituire l’argomento determinante contro la loro presunta antichità. Numerosi jindai moji dispongono infatti di quarantasette o cinquanta segni, organizzati secondo un inventario sillabico sostanzialmente corrispondente a quello attestato in epoche molto più tarde e riconducibile ai modelli dell’iroha o del gojūon.

Le fonti dell’VIII secolo scritte in man’yōgana mostrano invece che il giapponese antico conservava distinzioni successivamente scomparse. Se i jindai moji fossero realmente anteriori all’introduzione della scrittura cinese, sarebbe logico aspettarsi che registrassero almeno alcune di queste distinzioni, ancora operative nell’VIII secolo. Il fatto che molti di essi riproducano invece perfettamente una struttura sillabica formatasi dopo la perdita di tali opposizioni costituisce un forte indizio della loro creazione in epoca posteriore.

Dal punto di vista archeologico, nonostante la grande quantità di reperti delle epoche Jōmon, Yayoi e Kofun, non è ancora stata trovata nessuna lunga iscrizione in jindai moji proveniente da un contesto archeologico precedente all’introduzione dei caratteri cinesi controllato e databile.

Riferimenti: [14], [15], [28].

 

Conclusione: l'importanza del pensiero critico

Considerate queste teorie come una semplice raccolta di eccentricità indipendenti sarebbe superficiale e ingenuo. Esse non solo formano una genealogia relativamente coerente, ma dimostrano con chiarezza come le più spericolate bizzarrie pseudoscientifiche possano coesistere con una cultura tipicamente associata, non sempre a ragione, con la modernità e l’efficienza.

Durante il periodoMeiji, l'apertura internazionale e l'arrivo massiccio del cristianesimo produssero teorie iperdiffusioniste come quella di McLeod, in cui la storia biblica diventa una chiave universale con cui reinterpretare il Giappone. Tra la fine del periodo Meiji e i primi decenni del periodo Shōwa, l'idea viene progressivamente nazionalizzata e in parte rovesciata: non è più soltanto Israele ad avere influenzato il Giappone: in Mishima, Sakai e soprattutto nei Takenouchi è sempre più spesso il Giappone a diventare l'origine della civiltà mondiale.

I koshi koden forniscono una struttura narrativa completa: cronologie alternative, imperatori preistorici, scritture primordiali, religioni mondiali derivate dal Giappone, viaggi planetari e monumenti dimenticati. Studi moderni sulla costruzione e ricezione dei koshi koden mettono tuttavia in luce il progressivo fallimento della loro pretesa di essere fonti storiche autentiche.

Nel dopoguerra, nuovi paradigmi culturali producono nuove reinterpretazioni delle strutture pseudostoriche e pseudoscientifiche preesistenti: i dogū diventano astronauti; la civiltà primordiale diventa civiltà tecnologica; il cataclisma mitologico diventa guerra nucleare. La grande esplosione dell'occultismo giapponese negli anni Settanta fornisce un mercato editoriale ideale per queste contaminazioni.

Allo stesso tempo, il repertorio delle cosiddette “prove” a suffragio di queste teorie rimane sorprendentemente stabile: omofonie, somiglianze visive, reinterpretazione letterale del mito, toponimi, monumenti naturali dall'aspetto artificiale, documenti senza provenienza verificabile e originali scomparsi. L’interpretazione di queste prove si muove nello stesso senso: il testo pseudo-storico identifica un luogo; quel luogo viene poi usato come prova del testo. Una somiglianza produce un'ipotesi; l'ipotesi rende significative nuove somiglianze. La mancanza di documentazione, invece di indebolire la teoria, può infine essere reinterpretata come prova che la verità sia stata soppressa.

È proprio questa struttura ricorrente, più delle singole affermazioni, a rendere la pseudostoria giapponese un oggetto interessante di storia culturale, e al tempo stesso un segnale di allarme che deve mettere in guardia chiunque voglia approcciarsi allo studio della cultura e della tradizione giapponese da un punto di vista oggettivo.

Il tema è particolarmente importante per quanto riguarda la discussione delle arti marziali giapponesi, alla luce del fatto che Yano Yūtarō era uno dei cinque membri dell’Ōmotokyō, tra i quali anche il fondatore dell’Aikidō Ueshiba Morihei, che accompagnarono Deguchi Onisaburō nel suo fallito tentativo di attraversare la Mongolia.

Ancora una volta, è importante sottolineare la differenza tra un approccio di questo tipo e quello di Kanō Jigorō, strettamente improntato alla scienza e alla pratica concreta, e quello di altre esperienze coeve di Kanō, caratterizzate da un sincretismo mistico/metafisico ben documentato nell’ambiente culturale del Giappone dal periodo Meiji agli inizi del periodo Shōwa.


Emanuele Bertolani

 

Riferimenti e bibliografia

Fonti primarie, testi fringe e documenti storici

  1. 三島敦雄 Mishima Atsuo, 『天孫人種六千年史の研究』, スメル学会, 1927. Opera fondamentale per la teoria sumerico-giapponese; il primo capitolo definisce esplicitamente la casa imperiale e il popolo giapponese come ramo principale dei Sumeri. National Diet Library, NDL Bib ID 000000763800.
  2. McLeod, Nicholas, Epitome of the Ancient History of Japan, Including a Guide Book, Nagasaki, 1875. Una delle prime esposizioni moderne della teoria israelita delle origini giapponesi. National Diet Library, NDL Bib ID 000000525228.
  3. 佐伯好郎 Saeki Yoshiro, 『景教碑文研究』, 待漏書院, 1911; e 『景教の研究』, 東方文化学院東京研究所, 1935. Fondamentali per ricostruire il contesto delle teorie di Saeki sull'espansione del cristianesimo orientale in Asia.
  4. 三村三郎 Mimura Saburō, 『ユダヤ問題と裏返してみた日本歴史』, 日猶関係研究会, 1953; rist. 八幡書店. Importante fonte postbellica per la diffusione delle leggende sull'iscrizione ebraica dello specchio sacro. La formulazione riportata da Mimura è significativamente condizionale.
  5. 狩野亨吉 Kanō Kōkichi, 「天津教古文書の批判」, 『思想』, giugno 1936. Critica coeva essenziale dei 竹内文書, basata sull'analisi di grafia, lingua e contenuto dei materiali allora disponibili.
  6. 山根菊子 Yamane Kikuko, 『光りは東方より』, 日本と世界社, 1937. Fonte primaria fondamentale per le leggende di Gesù, Mosè e altri fondatori religiosi giunti e morti in Giappone. National Diet Library, NDL Bib ID 000000695318 / 000000653461.
  7. 鷲尾功 Washio Isao, 「古代日本にも機密服? じょうもんスーツの謎」, 『空飛ぶ円盤ニュース』, settembre 1962. Una delle prime formulazioni documentabili in Giappone dello shakōki-dogū interpretato come figura in tuta spaziale.
  8. 高橋良典 Takahashi Yoshinori, 『縄文宇宙文明の謎――太古日本の世界王朝と超古代核戦争の真相』, 日本文芸社, 1995. Fonte esplicita per la teoria della civiltà spaziale Jōmon e della guerra nucleare preistorica.
  9. 高根三教 Takane Mitsunori, 『ソロモンの秘宝――四国・剣山に眠る黙示録』, 大陸書房, 1979. Principale testo postbellico della tradizione del tesoro di Salomone nel monte Tsurugi.
  10. 酒井勝軍 Sakai Katsuisa, 『太古日本のピラミッド』, 国教宣明団, 1934. Testo fondamentale della teoria delle piramidi preistoriche giapponesi.
  11. 神伝富士古文献編纂委員会, 『神伝富士古文献大成』, 7 voll., 八幡書店, 1986. Edizione in facsimile del corpus associato ai 宮下文書/富士古文書.
  12. 木村政昭 Kimura Masaaki, 『沖縄海底遺跡の謎――世界最古の巨石文明か!?, 第三文明社, 2000; Kimura Masaaki (ed.), 『与那国島海底遺跡・潜水調査記録』, ザ・マサダ, 2000. Principali testi favorevoli all'interpretazione artificiale del sito di Yonaguni.
  13. 宇野多美恵 Uno Tamie (ed.), 『相似象――相似象学会誌』, n. 1, 相似象学会, 1970. Principale veicolo editoriale della tradizione Katakamuna sviluppata a partire dalle idee di Narasaki Satsuki.
  14. 平田篤胤 Hirata Atsutane, 『神字日文伝』, 1824. Una delle più importanti difese Edo dell'esistenza di 神代文字.
  15. 伴信友 Ban Nobutomo, 『仮字の本末』, 1850, con 『神代字弁』. Importante espressione della critica ottocentesca alla presunta scrittura dell'età degli dèi.

Studi critici, storici e scientifici

  1. 原田実 Harada Minoru, 『「古史古伝」異端の神々』, ビイング・ネット・プレス, 2006. Tratta fra gli altri 竹内文書, 上記 e 富士宮下文書.
  2. 原田実 Harada Minoru, 「『古史古伝』論争とは何だったのか――神代文字の伝承と文献が史実として破綻した過程を再検証」, 『歴史読本』54(8), 2009, pp. 50–57.
  3. Yamamoto, Kenichi et al., “Genetic legacy of ancient hunter-gatherer Jomon in Japanese populations,” Nature Communications 15, 9780 (2024). Studio genomico su larga scala a sostegno della struttura tripartita dell'ascendenza della popolazione giapponese moderna.
  4. 『新宗教教団・人物事典』, 弘文堂, 1996, voci 竹内巨麿 e 皇祖皇太神宮天津教. Utile per la storia dell'天津教 e del caso giudiziario. Segnalato anche nel Reference Collaborative Database della National Diet Library.
  5. 愛知学院大学宗教法制研究所紀要, n. 14, 1972, pp. 196–213, riproduzione della sentenza di primo grado relativa al caso 天津教/竹内巨麿.
  6. 青森県史デジタルアーカイブ / Aomori Prefectural History Database, sezione sulla leggenda della tomba di Cristo a Shingō. Particolarmente importante perché documenta l'arrivo improvviso della storia nel 1935 e l'iniziale reazione scettica della popolazione locale.
  7. 東京国立博物館 / e国宝, scheda del 遮光器土偶 da Kamegaoka, datato al Jōmon finale, circa 1000–400 a.C.
  8. 小山真人 Koyama Masato, studi sulla documentazione storica delle eruzioni del Fuji e sull'impiego dei 宮下文書 come fonte di bassa affidabilità. Koyama osserva che il corpus è generalmente considerato falso dagli storici, pur potendo aver conservato frammenti di tradizioni autentiche.
  9. Ogata, Takayuki; Otsubo, Makoto; Itoh, Hideyuki, “Geosites of Yonaguni Island Located at the Westernmost Point of Japan,” E-journal GEO 15(1), 2020, pp. 44–54. Studio geomorfologico sulla geologia, erosione e fratturazione delle formazioni dell'isola.
  10. Schoch, Robert M., “Yonaguni.” Resoconto geologico dell'esame diretto della formazione sommersa; conclude che il monumento è principalmente naturale, pur ammettendo la possibilità di limitate modifiche umane.
  11. 寺石悦章 Teraishi Etsushō, 「楢崎皐月に関する資料について」, 『四日市大学総合政策学部論集』9(1–2), 2010, pp. 1–23. Studio documentario su Narasaki.
  12. 寺石悦章 Teraishi Etsushō, 「楢崎皐月の生涯について」, 『四日市大学総合政策学部論集』9(1–2), 2010, pp. 25–50. Ricostruzione biografica utile per collocare storicamente la nascita della tradizione Katakamuna.
  13. 『「古史古伝」と「偽書」の謎を読む――危険な歴史書』, 『歴史読本』編集部編, 新人物往来社, 2012. Volume generale su 古史古伝, documenti falsi, genealogie pseudo-storiche e teorie affini.
  14. 一柳廣孝 Ichiyanagi Hirotaka (ed.), 『オカルトの帝国――1970年代の日本を読む』, 青弓社, 2006. Utile per comprendere il contesto culturale nel quale UFO, paleoastronautica, civiltà perdute e “nuove scienze” divennero fenomeni editoriali di massa nel Giappone postbellico.

Sullo Specchio di Ise

生田目俊造 Ikutame Shunzō, 「神秘日本」, 『きよめの友』, 10 maggio 1948; testo riprodotto in 三村三郎, 『ユダヤ問題と裏返してみた日本歴史』, 日猶関係研究会, 1953, pp. 23–34.

三村三郎 Mimura Saburō, 『ユダヤ問題と裏返してみた日本歴史』, 1953; rist. 八幡書店.

中田重治 Nakada Jūji, 『聖書より見たる日本』, ホーリネス教会出版部, 1933; 7ª ed., きよめ教会出版部, 1938.

Marvin Tokayer, 『ユダヤと日本――謎の古代史』, 産能大学出版部, 1975, pp. 126–128.

武内裕 [武田崇元], 『日本のキリスト伝説――イエス日本渡来説を実証する』, 大陸書房, 1976.

武内裕 [武田崇元], 「八咫鏡のヘブライ文字の謎」, 『オカルト時代』23, みのり書房, marzo 1977.

高坂和導 Kōsaka Wadō, 『超図解 竹内文書II, 徳間書店, 1995, in particolare pp. 6, 114–119.

レムナント, n. 99, ottobre 1997, sezione sullo Yata no Kagami; utile soprattutto per la pubblicazione e la discussione critica della copia attribuita a Yano.

伊勢神宮, 「神宮の神話」 e 「皇大神宮(内宮)正宮」, per lo status tradizionale dello Yata no Kagami come shintai del Naikū.

国立国会図書館, 三浦梧楼関係文書, n. 52, 西野文太郎書簡 e 「森有礼暗殺趣意書」, per la motivazione documentata dell’assassinio di Mori.

 

 

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