La
frase “disapprovo ciò che dici, ma difenderò
fino alla morte il tuo diritto di
dirlo” viene sovente attribuita a Voltaire, ma si tratta in realtà di una parafrasi
del pensiero del filosofo francese che compare per la prima volta in Friends of
Voltaire dell’autrice inglese Evelyn Beatrice Hall, pubblicato nel 1906.
La
libertà di parola è un concetto acquisito. Questo non significa che tutte le
idee siano ugualmente difendibili. Mi preme però iniziare con questa premessa
ribadendo una volta di più che ciascuno ha diritto alle proprie opinioni.
Da più
parti, e con una ragguardevole insistenza, leggo di dubbi e perplessità
riguardo al Koshiki no kata, e quindi del Kitō ryū no kata, che si possono
riassumere come segue:
1.
Alcune tecniche non hanno reale valore o senso
in battaglia
2.
Non tutti gli attacchi, o comunque non tutte le
tecniche, presuppongono che tori e uke siano in armatura.
Ad
esempio, l’esecuzione di shikoro kaeshi viene contestata sulla base del fatto
che, e cito testualmente, sul campo di battaglia possono esserci “sassi e oggetti
acuminati”, dunque non avrebbe senso lasciarsi cadere di peso.
Facciamo
un passo indietro.
Il
precursore del Koshiki no kata è il Kitō ryū no kata. La genesi del Kitō ryū si
colloca nella tradizione dello yoroi kumiuchi 鎧組討ち, il combattimento in armatura. Benché la prima scuola
di cui si possa stabilire con ragionevole certezza la fondazione sia il
Takenouchi ryū, che risale alla prima metà del 1500, la dinamica dello yoroi
kumiuchi è descritta sovente nei gunki monogatari, una categoria
letteraria che raccoglie i racconti epici composti tra il XII e il XVI secolo e
che narrano eventi delle guerre interne del Giappone.
Non si
tratta di descrizioni precise dal punto di vista della tecnica in sé, ma sono
coerenti con il principio dello yoroi kumiuchi: lo scopo è abbattere l’avversario
in armatura per poi finirlo con un colpo di arma bianca.
Lo
yoroi kumiuchi, e le tecniche sviluppate per esso, vanno quindi inquadrate in
questa prospettiva: un combattimento corpo a corpo all’ultimo sangue che poteva
concludersi unicamente con la morte di uno dei combattenti, e con la sua
conseguente decapitazione. Di conseguenza, discutere della concreta utilità di
shikoro kaeshi sulla base del fatto che tori cade pesantemente sulle terga è, a
mio avviso, un argomento di per sé inconsistente che rivela un problema più
profondo e più interessante: l’idea che una qualsiasi tecnica di un kata debba
essere impiegata ad litteram.
Il problema
ha due aspetti collegati: uno logico e uno filologico. Il Kitō ryū no kata ha
21 tecniche, e anche a persone del XXI secolo che non hanno esperienza della
realtà del campo di battaglia del Giappone del XVI secolo possono dedurre facilmente
che il numero di variabili sul campo di battaglia stesso è molto più alto del
numero delle tecniche. Di conseguenza, bisogna concludere che il Kitō ryū no kata
non sia un repertorio di tecniche indipendenti da usare ad litteram sul
campo di battaglia, quanto piuttosto un sistema ragionato e coerente per
trasmettere un principio. Questa visione è esemplificata dal noto paragone tra
kata come grammatica e randori come frase proposta da Kanō Jigorō.
Il
secondo aspetto riguarda la denominazione della scuola e come essa viene
descritta nei suoi documenti esegetici. I termini 組討ち( da kumu 組む, “intrecciare, venire a contatto in
corpo a corpo”, e utsu 討つ “ferire o uccidere con un’arma”), e kacchū 甲冑 (armatura
completa di elmo) ricorrono con regolarità.
Ed
eccoci al secondo tema: il Kitō ryū no kata, e dunque il Koshiki no kata, sono
da eseguire come se tori e uke indossassero l’armatura?
Anche
qui, è legittimo e plausibile che si possa ritenere che un determinato attacco appaia
più confacente a un avversario senza armatura, ma l’opinione personale non ha
la medesima gravitas del riscontro testuale.
La letteratura del Kōdōkan
Il
manuale di Koshiki no Kata pubblicato dal Kōdōkan nel 2008 contiene la frase
seguente:
“この形は、往時の武士が甲冑を身に着けた鎧組打ちの投げ技を主としたもので […]
Questo
kata, poiché è costituito principalmente da tecniche di proiezione dello yoroi
kumuichi dei bushi del passato che avevano indosso l’armatura …”
Il passaggio
offre due informazioni importanti: collega direttamente le tecniche di proiezione
allo yoroi kumiuchi e specifica che a praticarlo erano i bushi che
avevano indosso l’armatura. Questo è un dettaglio rilevante perché mentre la
fanteria generica, chiamata ashigaru 足軽, veniva dispiegata con equipaggiamento minimo ed era
costituita essenzialmente da coscritti raccolti tra i contadini e gli artigiani,
i bushi appartenevano a una classe distinta e andavano sul campo di battaglia
in armatura completa. Si potrebbe sollevare un’obiezione rispetto al fatto che
la frase descriva una realtà storica effettiva, ma non c’è dubbio che essa
rappresenti la posizione ufficiale del Kōdōkan rispetto all’esecuzione del
Koshiki no kata: le tecniche di proiezione del Koshiki no kata derivano dalle
tecniche di proiezione del combattimento in armatura.
Nel
1953 i maestri Kotani e Ōtaki prepararono il volume Jūdō no kata. In
esso, a pagina 250, si legge:
“この形は重い具足を身に着けて行う形でありますから
[…]
Poiché
questo è un kata che si esegue indossando un pesante gusoku…”
Il
termine gusoku è una forma abbreviata di tōsei gusoku. Si tratta
di una evoluzione dell’armatura ōyoroi verificatasi tra l’epoca Muromachi (1336-1573)
e la fine del periodo Sengoku con la battaglia Sekigahara del 1600. Innovazioni
nella pragmatica del combattimento, fra le quali una maggior importanza della
lancia e l’introduzione delle armi da fuoco, risultarono in tentativi di
adattare l’armatura rendendola più solida e robusta. Senza entrare nel dettaglio,
si può dire con sicurezza che questo comportò un aumento del peso rispetto alle
tipologie di armatura precedenti. Poiché il processo di realizzazione dell’armatura
era artigianale e dedicato a uno specifico individuo non è possibile
identificare un peso medio dell’armatura come se si trattasse di un prodotto
industriale. Esempi di tōsei gusoku superstiti variano da un minimo di
10 a un massimo di 27 nel caso dell’armatura di Ii Naomasa, passando per i 15
chili dell’armatura di Honda Tadakatsu e i 20 chili di quella di Date Masamune.
Presumendo
quindi che Kotani e Ōtaki abbiano deliberatamente usato con cognizione un
termine tecnico che indica esattamente il tipo di armatura venuto in essere nel
periodo in cui le tecniche che confluiscono nel Kitō ryū no kata vengono
sviluppate, è plausibile che l’esecuzione del Kitō ryū no kata richieda a tori
e uke di agire come se avessero un tōsei gusoku addosso del peso di
almeno dieci chili.
Inoltre,
poiché lo scopo del tōsei gusoku era aumentare la protezione, e non ridurla,
l’area tra la parte dell’armatura a difesa del petto e quella a difesa del
collo non era scoperta. Di conseguenza, vi sono senz’altro tecniche del Kitō ryū
no kata, e quindi quelle del Koshiki no kata che contengono un attacco verso la
parte alta del petto che comprendono afferrare i baveri del keikogi, ma il
fatto che esista una presa al bavero non autorizza a concludere che la tecnica sia
mirata per forza a un avversario non in armatura. Primo, perché il kata non
insegna il movimento puntuale da applicare per forza in una data circostanza,
ma il principio che va adattato alla realtà del momento. Secondo, perché dal
punto di vista testuale ci sono elementi a sostegno del Kitō ryū come espressione
dello yoroi kumiuchi, ma in nessuno dei densho del Kitō ryū né dei testi di
esegesi, come il Tōka shū, il Tōka mondō e il Jūdō uchū mondō, né tantomeno il Kitō ryū jūjutsu
torikata ōmune composto da Yoshida Okunojo Aritsune nel 1638, menzionano l’idea
che l’avversario non sia in armatura.
Il manuale Kōdōkan jūdō, pubblicato in originale nel 1954 e quindi
uscito in Italia nella traduzione di Cesare Barioli, afferma a pagina 234:
“è essenziale eseguirne i movimenti immaginando di avere addosso una
pesante armatura”.
È importante sottolineare che il testo non fa distinzione tra tori e uke,
in mancanza della quale l’istruzione di eseguire il kata come se si avesse
addosso un’armatura pesante vale per entrambi.
Maruyama Sanzō, in Sekai jūdō shi pubblicato nel 1967, afferma a
pagina 882:
“この形が鎧を着用した態で行うからであって
Poiché questo kata si esegue con la postura di chi ha indosso l’armatura…”
Il Dai Nippon jūdō shi, uscito nel 1939 poco dopo la morte di Kanō,
riporta a pagina 996:
“「受」も「取」も甲冑を着けた所謂戦所組打の態である
Sia uke che tori sono della postura di quello che si chiama kumiuchi del
campo di battaglia, con indosso l’armatura”.
È quindi possibile tracciare una linea di continuità dal 1939 al momento
attuale, in cui il Kōdōkan afferma costantemente che l’esecuzione del Koshiki
no kata richiede di assumere una postura e di eseguire i movimenti come se tori
e uke stessero indossando un’armatura pesante.
La letteratura non-Kōdōkan
Testi di importanza rilevante realizzati da autori non legati
istituzionalmente al Kōdōkan di Tōkyō confluiscono verso una visione identica.
Yves Klein, in Fondamenti del judo del 1954, illustra un punto di vista
identico a p. 172:
“poiché nel Koshiki no kata si suppone che tori e uke siano rivestiti dalla
pesante armatura del samurai…”
Kawaishi Mikinosuke, uno dei “padri” della tradizione del jūdō francese
e sovente indicato in contrapposizione alla tradizione del Kōdōkan post-Kanō,
scrisse un volume intitolato I kata completi del judo, tradotto e pubblicato in
Italia da Marco Marzagalli. A pagina 251 si legge:
“Il Koshiki no kata è quindi il kata più vivo, il più vero, il più
vicino al combattimento reale […] comprende numerose forme di proiezioni, in
genere sutemi, che gli esecutori devono eseguire immaginando di indossare l’armatura
feudale Yoroi”.
Non avendo accesso al testo originale in francese non è possibile
escludere che non vi siano state delle sfumature di significato nel passaggio
dal francese all’italiano, ma il senso generale è preciso: da una parte,
confuta l’obiezione che il Koshiki no kata non sia un kata reale o pensato per
il combattimento reale, e dall’altra conferisce ulteriore solidità alla nozione
che vada eseguito immaginando di avere addosso l’armatura.
Di identico avviso è il libro in due volumi Koshiki no kata,
recentemente pubblicato da Paolo Malaguti, il quale a pagina 9 scrive:
“I movimenti di tori e uke prevedevano inizialmente l’indossare un’armatura
del peso di circa 20-25 kg”.
I documenti del Kitō ryū
L’ultimo passaggio è interrogare i densho del Kitō ryū e alcuni dei
testi esegetici più importanti.
Ibaraki Sensai, da molti considerato il fondatore del Kitō ryū, redasse
un testo intitolato Gyōyōshū 行用集nel 1655. In esso si legge:
“此起倒流乱と立ることは、組打の理法なり。
Il fatto che questa scuola sia denominata “Kitō-ryū no Midare” deriva
dai principi del combattimento corpo a corpo in armatura”.
Un altro testo, intitolato Kitō ryū ikki mae起倒流一騎前, afferma:
“是は当流の心持兎角着用しては一方へ片ぶくは悪し
Questo è il principio della nostra scuola: quando si indossa
[l’armatura], è comunque sbagliato inclinarsi da un lato”,
Un terzo testo, intitolato Kitō
ryū jūdō yoroi kumiuchi no hiketsu 起倒流柔道鎧組打討之秘訣, riporta quanto segue:
“この組討に形有性鏡皆伝に至て甲冑を着用し伝授す
In questo kumichi vi sono delle forme (kata); giunti alla trasmissione
completa del seikyō 性鏡, esse vengono
insegnate indossando l’armatura.”
Seikyō
è il titolo dell’ultimo dei cinque densho principali del Kitō ryū, quello che
viene conferito come menkyo kaiden, la trasmissione completa del
contenuto della scuola.
Dunque,
molteplici testi esegetici del Kitō ryū stabiliscono un collegamento diretto
tra il Kitō ryū e lo yoroi kumiuchi, e specificano che il menkyo kaiden della
scuola prevedeva l’insegnamento delle forme del Kitō ryū con indosso l’armatura.
Alla luce di queste fonti, la questione non può essere ridotta alla plausibilità immediata di una singola tecnica osservata con occhi moderni. Il Koshiki no kata, in quanto erede del Kitō ryū no kata, va letto nel quadro dello yoroi kumiuchi e della trasmissione di princìpi legati al combattimento in armatura. Si può discutere il modo in cui questi princìpi siano stati preservati, trasformati o formalizzati nel Kōdōkan jūdō; molto più difficile è sostenere che il riferimento all’armatura sia un’aggiunta marginale, arbitraria o priva di fondamento testuale.
Emanuele Bertolani

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