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COMRADE KANO

 

Illustrazione in stile propaganda cinese con Mao Zedong e Kanō Jigorō davanti a una folla con bandiere rosse.


PREAMBOLO

Una persona a me molto cara ha recentemente portato alla mia attenzione un passaggio tratto da un libro di John Stevens in cui l’autore, confermando una volta di più la sua scarsa affidabilità come divulgatore storico e la sua disinvoltura nel mescolare fatti e supposizioni con la più completa noncuranza, lascia intendere che Kanō Jigorō abbia in qualche modo influenzato Mao Zedong. John Stevens afferma che Yang Chiangji avrebbe “presentato le idee di Kanō” a Mao Zedong e che questi avrebbe poi scritto un articolo “basato sulle teorie educative di Kanō”, apparso nella rivista Xin Qingnian.

Questa è la traduzione dell’articolo in questione, intitolato “Studio sull’Educazione Fisica” e pubblicato nel 1921, quando Mao Zedong era poco più che vent’enne, con lo pseudonimo di Studente Ventotto Tratti. Il numero 28 non ha alcun significato recondito: è semplicemente il numero di tratti richiesti per scrivere il nome Mao Zedong in cinese.

I lettori curiosi troveranno una sezione di commento in calce.

STUDIO SULL’EDUCAZIONE FISICA

La forza della nazione è fiacca, il suo spirito marziale è in declino e la costituzione fisica del suo popolo si fa di giorno in giorno più gracile. È un fenomeno estremamente preoccupante. Coloro che hanno cercato di promuovere l’educazione fisica non sono riusciti a coglierne la radice; di conseguenza, nonostante sforzi prolungati, non hanno ottenuto risultati. Se questo stato di cose continuerà senza mutamenti, la debolezza non potrà che aggravarsi.

Colpire il bersaglio e raggiungere un obiettivo distante sono questioni esteriori: sono effetti. La pienezza della forza fisica è invece una questione interiore: è la causa. Se il corpo non è forte e saldo, alla sola vista delle armi si proverà timore; come si potrà allora sperare di colpire il bersaglio o di raggiungere un obiettivo distante?

Forza e solidità dipendono dall’allenamento; l’allenamento dipende dall’autoconsapevolezza. Coloro che oggi lo promuovono non hanno certo mancato di escogitare ogni sorta di metodo. Eppure tali metodi si dimostrano inefficaci, perché una forza esterna non basta a muovere la mente delle persone: esse non comprendono quale sia il vero significato dell’educazione fisica. Quale valore possieda realmente l’educazione fisica, quali effetti produca e da dove si debba cominciare: tutto ciò rimane loro oscuro, come se si trovassero immersi nella nebbia. È dunque del tutto naturale che i loro sforzi risultino inefficaci.

Se si vuole che l’educazione fisica produca effetto, è necessario mettere in moto l’elemento soggettivo e favorire una consapevolezza cosciente dell’educazione fisica stessa. Una volta sorta tale consapevolezza, i singoli aspetti dell’educazione fisica potranno essere compresi senza bisogno che vengano enunciati; e risultati quali colpire il bersaglio e raggiungere un obiettivo distante verranno anch’essi da sé, senza dover essere perseguiti direttamente.

Sento profondamente l’importanza dell’educazione fisica e deploro che coloro che la promuovono non abbiano trovato il modo appropriato. So che in tutto il paese devono esserci molti uomini di idee affini, afflitti dallo stesso male e capaci di comprendere reciprocamente la propria condizione. Senza lasciarmi trattenere dall’imbarazzo, offro dunque queste mie inadeguate opinioni affinché possano essere discusse e valutate.

Non tutto ciò che affermo qui è qualcosa che io stesso abbia già messo in pratica; molto rimane ancora allo stato di mere parole e ideali. Non oserei nasconderlo. Qualora vogliate avere la benevolenza di non respingere queste osservazioni e di favorirmi con i vostri insegnamenti, li accoglierò con la massima umiltà.

 

第一 釋體育
I. Definizione dell’educazione fisica

Da quando esiste l’umanità, per quanto gli uomini possano essere stati ottenebrati nell’intelletto, nessuno ha mai mancato di sapere come preservare la propria vita. Così, quando la fame diventa estrema, si finisce per mangiare perfino le felci dei Monti Occidentali; non ci si può trattenere dall’inghiottire le prugne accanto al pozzo. Gli uomini costruivano nidi sugli alberi per abitarvi e si vestivano con pelli di animali. Tutto ciò nasceva da una capacità naturale, senza che essi sapessero perché fosse così.

Tuttavia, tutto questo era ancora rozzo e non raffinato. In seguito apparvero i saggi e con essi venne l’ordine rituale: il mangiare e il bere, l’attività e il riposo, tutto venne sottoposto a misura e regolazione appropriate.

Da qui le espressioni: «Quando il Maestro era in riposo, appariva rilassato e a proprio agio»; «Non mangiava cibo irrancidito o inacidito, pesce guasto o carne avariata»; e «Quando praticava il tiro con l’arco nel giardino di Juexiang, gli spettatori erano fitti come un muro».

Quanto alla costituzione del corpo, gli esseri umani non differiscono dagli altri animali; e tuttavia gli altri animali non raggiungono la longevità degli esseri umani, perché il modo in cui regolano la propria vita non conosce misura. Gli esseri umani, al contrario, regolano la propria vita attraverso misura e moderazione; e con il succedersi delle generazioni questo principio divenne sempre più chiaro. Così ebbe origine l’educazione fisica.

L’educazione fisica è la Via del nutrimento della vita.

Ciò che Oriente e Occidente hanno compreso a questo riguardo ha assunto forme differenti. Zhuangzi prese a modello il cuoco Ding; Confucio trasse insegnamento dal tiro con l’arco e dalla guida dei carri. Fra le nazioni civilizzate del presente, la Germania primeggia: la pratica della scherma si è diffusa in tutto il paese. Il Giappone, da parte sua, possiede il bushidō; e più recentemente, traendo spunto dai residui trasmessi dal nostro paese, ha sviluppato il jūjutsu, formidabile e degno di grande attenzione.

Se ne esaminiamo tuttavia il contenuto, troviamo che tutti questi sistemi prendono le mosse da un’indagine precisa della fisiologia: la struttura degli organi corporei, il funzionamento dei vasi e delle reti corporee, quali parti si sviluppino prima e quali risultino relativamente carenti. L’educazione fisica viene quindi organizzata di conseguenza, contenendo ciò che si sviluppa in eccesso e compensando ciò che rimane insufficiente.

La loro conclusione, pertanto, è che il corpo debba essere sviluppato in maniera equilibrata. Da questo punto di vista, l’educazione fisica può essere definita come quella parte della Via con cui l’umanità nutre la propria vita che mira allo sviluppo equilibrato del corpo secondo un metodo ordinato e sistematico.

 

第二 體育在吾人之位置
II. Il posto dell’educazione fisica nella nostra vita

L’educazione fisica si colloca accanto all’educazione morale e all’educazione intellettuale; e tuttavia moralità e intelletto risiedono entrambe nel corpo. Senza il corpo non possono esistere né moralità né intelletto.

Eppure forse pochi comprendono questo fatto. Alcuni ritengono che ciò che più conta sia la conoscenza; altri sostengono che sia la moralità.

La conoscenza è certamente preziosa: è grazie ad essa che gli esseri umani si distinguono dagli animali. Ma che cosa può portare la conoscenza?

Anche la moralità è certamente preziosa: è grazie ad essa che si costituisce la società e che vengono ordinati correttamente i rapporti fra sé e gli altri. Ma dove può dimorare la moralità?

Il corpo è ciò che porta la conoscenza e ciò in cui dimora la moralità.

Nel portare la conoscenza è simile a un veicolo; nell’ospitare la moralità è simile a una dimora.

Il corpo è il veicolo che porta la conoscenza e la dimora che ospita la moralità.

Quando i bambini raggiungono l’età per entrare nella scuola primaria, in quegli anni si dovrebbe prestare particolare attenzione allo sviluppo del corpo, mentre il progresso della conoscenza e la formazione della moralità dovrebbero venire in secondo luogo. Il nutrimento e la cura dovrebbero essere primari; l’insegnamento e l’addestramento secondari.

Oggi questo principio è perlopiù ignorato; di conseguenza vi sono bambini che, a causa dello studio, si ammalano o addirittura muoiono prematuramente.

Nella scuola media e nei livelli superiori, le tre forme di educazione dovrebbero ricevere uguale attenzione. Gli uomini di oggi, invece, tendono perlopiù a privilegiare l’educazione intellettuale.

Negli anni della scuola media lo sviluppo del corpo non è ancora completo. Eppure oggi vi è poco che lo nutra e molto che lo danneggi. Non rischia dunque il suo sviluppo di essere arrestato?

Nel sistema educativo del nostro paese, i corsi sono fitti come i peli di un bue. Perfino un adulto dalla costituzione robusta riuscirebbe a malapena a sostenerne il peso: quanto meno potrebbe farlo chi non ha ancora raggiunto l’età adulta? E quanto meno chi è debole?

A giudicare dalle loro apparenti intenzioni, sembrerebbe quasi che gli educatori abbiano concepito questi gravosi programmi apposta per logorare gli studenti, calpestandone il corpo e devastandone la vita. Se qualcuno rifiuta di sottomettervisi, viene punito; quelli la cui capacità intellettuale supera quella degli altri vengono costretti a leggere ancora più libri di ogni genere, adescati con parole lusinghiere e allettati con ricche ricompense.

Ahimè! Non è forse questo ciò che si intende per rovinare i figli degli altri?

Gli studenti stessi si comportano come se detestassero l’idea di vivere a lungo e fossero decisi a spezzare il proprio corpo, sacrificandolo senza rimpianto. Quanto sono profondamente illusi!

L’unica vera disgrazia per un essere umano è non avere più un corpo; quale altra disgrazia dovrebbe temere?

Se si cerca il mezzo con cui perfezionare il proprio corpo, tutte le altre cose seguiranno.

Per perfezionare il corpo, nulla supera l’educazione fisica.

L’educazione fisica occupa dunque realmente il primo posto nella nostra vita.

Soltanto quando il corpo è forte il progresso nello studio e nella moralità può procedere vigorosamente e produrre risultati duraturi. Nei nostri studi, pertanto, questo deve essere considerato un elemento di primaria importanza.

Lo studio ha radice e rami; le cose hanno una fine e un principio. Sapere ciò che viene prima e ciò che viene dopo significa avvicinarsi alla Via. È precisamente questo che intendo.

 

第三 前此體育之弊及吾人自處之道
III. I difetti dell’educazione fisica fino ad oggi e il modo in cui dobbiamo comportarci

Le tre forme di educazione dovrebbero avere uguale importanza. Eppure gli studiosi del passato si occupavano minuziosamente della formazione morale e intellettuale, trascurando invece il corpo.

Il risultato di tale difetto furono schiene incurvate e teste chine, con mani delicate e pallide; nel salire una montagna restavano senza fiato e nell’attraversare l’acqua venivano colti da crampi alle gambe.

Così Yan Hui morì giovane e Jia Yi morì prematuramente; anche Wang Bo e Lu Zhaolin furono rispettivamente colpiti in giovane età o resi invalidi. Tutti questi uomini possedevano moralità e intelletto del più alto livello. Ma una volta venuto meno il corpo, moralità e intelletto necessariamente perirono insieme ad esso.

Vi era invece la forza del Nord, i cui uomini indossavano armature, impugnavano armi e affrontavano la morte senza tirarsi indietro. Yan e Zhao produssero molti uomini dallo spirito impetuoso ed eroico, mentre da Liangzhou provennero numerosi uomini valorosi e guerrieri.

All’inizio della dinastia Qing, Yan Xizhai e Li Gangzhu unirono cultura letteraria e addestramento marziale. Xizhai percorse più di mille li fino alla frontiera settentrionale per apprendere l’arte della scherma, e là si misurò con uomini valorosi e li sconfisse.

Per questo disse:

«Se manca o il civile o il marziale, come può questa essere la Via?»

Gu Yanwu, pur essendo un uomo del Sud, preferiva vivere al Nord; non amava viaggiare in barca e preferiva andare a cavallo. Tutti questi uomini dell’antichità meritano di essere presi a modello.

Quando sorsero le scuole moderne e vennero adottati metodi consolidati provenienti da altri paesi, le abitudini cominciarono gradualmente a cambiare. Tuttavia, coloro che si occupavano dell’istruzione non si erano ancora liberati dei vecchi modi. Limitati da ciò a cui erano essi stessi abituati, non potevano mutare improvvisamente.

Anche quando si prestava una certa attenzione all’educazione fisica, si trattava perlopiù di ostentazione esteriore: non se ne esaminavano i fondamenti e ci si occupava invece delle manifestazioni superficiali.

Di conseguenza, l’educazione fisica nelle scuole possiede perlopiù forma senza sostanza.

Non è che manchino lezioni di ginnastica, né che manchino insegnanti di ginnastica; e tuttavia sono pochi gli studenti che traggono davvero beneficio dalla ginnastica. Non solo essa può non arrecare beneficio: può addirittura recare danno.

L’insegnante impartisce ordini e gli studenti si costringono a obbedire:

il corpo si conforma, mentre la mente resiste.

La loro condizione mentale viene sottoposta a sofferenze incalcolabili; e quando soffre la mente, soffre anche il corpo. Alla fine di una sessione di ginnastica vi sono studenti dal volto emaciato e dalla mente esausta.

Non ci si preoccupa che cibi e bevande siano puliti; sostanze inorganiche e microrganismi penetrano nel corpo e provocano malattie. Se negli ambienti interni la luce è insufficiente, la vista subisce danni considerevoli. Se tavoli e sedie hanno dimensioni inappropriate, costringendo il corpo ad adattarvisi come quando si taglia il piede per farlo entrare nella scarpa, il tronco del corpo ne viene danneggiato. Esistono molti altri abusi di questo genere; non è possibile elencarli tutti.

Che cosa dobbiamo dunque fare noi studenti?

L’organizzazione della scuola e l’insegnamento impartito dai docenti sono fattori esterni e oggettivi. Ma noi stessi possediamo anche un fattore interno e soggettivo.

Quando la decisione viene presa interiormente nella mente, tutte le parti del corpo ne seguono il comando.

Non vi è fortuna o sventura che, almeno in una certa misura, non venga ricercata da noi stessi.

«Se desidero la benevolenza, la benevolenza è qui.»

Lo stesso vale per l’educazione fisica: se non ci scuotiamo da noi stessi, anche qualora le condizioni esterne e oggettive fossero rese perfette, continueremmo a non poterne trarre beneficio.

Pertanto, l’educazione fisica deve cominciare dall’attività autodiretta.

 

第四 體育之效
IV. Gli effetti dell’educazione fisica

Gli esseri umani sono animali, e il movimento è dunque connaturato ad essi. Ma gli esseri umani sono animali razionali, e pertanto il loro movimento deve seguire una Via o un principio.

Ma che cosa vi è di prezioso nel movimento in quanto tale? E che cosa vi è di prezioso nel movimento che segue una Via appropriata?

Dire che ci muoviamo per sostentarci significa parlarne in termini ristretti; dire che ci muoviamo per difendere la nazione significa parlarne in termini grandiosi. Nessuna delle due cose, tuttavia, ne esprime il significato fondamentale.

Il movimento, nella sua essenza, è semplicemente ciò mediante cui nutriamo la nostra vita e procuriamo gioia alla nostra mente.

Zhu Xi sosteneva l’attenzione reverente; Lu Jiuyuan sosteneva la quiete. La quiete è naturalmente quiete; e anche l’attenzione reverente, pur non essendo identica ad essa, è in ultima analisi una forma di quiete.

Laozi considerava suprema la non-azione motoria, mentre i buddhisti ricercano la tranquillità silenziosa. Il metodo della meditazione seduta in quiete è stato parimenti onorato dai seguaci tanto di Zhu quanto di Lu.

Più recentemente, colui che si fa chiamare Yinshizi ha esposto un metodo di meditazione seduta, magnificandone le qualità prodigiose e disprezzando coloro che praticano esercizio fisico come persone che non fanno altro che danneggiare il proprio corpo.

Forse anche questa costituisce una Via, ma io personalmente non ho osato seguirla.

A mio modesto giudizio, in Cielo e Terra non esiste altro che movimento.

Il movimento umano regolato, tale da poter essere discusso secondo principi ordinati, è ciò che chiamiamo educazione fisica. Questo è già stato spiegato.

Il primo effetto dell’educazione fisica consiste nel rafforzare muscoli e ossa.

Un tempo avevo sentito dire che gli organi, la struttura scheletrica, i muscoli e le reti corporee di una persona si fissano a una certa età e non possono più essere modificati; che, grosso modo dopo i venticinque anni, diventano definitivamente stabiliti. Ora so che non è così.

Il corpo umano cambia infatti di giorno in giorno: il processo del metabolismo — la sostituzione del vecchio con il nuovo — procede senza interruzione nei diversi tessuti. Una vista debole può migliorare e un udito scarso può migliorare. Persino persone di sessanta o settant’anni possono ancora produrre mutamenti nella propria struttura corporea; tali risultati possono certamente essere raggiunti.

Avevo anche sentito dire che è difficile per una persona debole diventare forte; ora so che anche questo è falso.

Coloro che nascono forti spesso abusano della propria forza. Non pongono freno ai vari appetiti e danneggiano gradualmente il proprio corpo, dicendo a sé stessi: «La natura mi ha dato un bel fisico; questo dovrebbe bastare. Che bisogno ho di allenarmi?»

Così, chi comincia estremamente forte può finire per diventare estremamente debole.

I deboli, al contrario, sono costantemente consapevoli delle carenze del proprio corpo e temono che la loro vita possa non durare; per questo si comportano con vigilanza e prudenza. Dal lato negativo, tengono sotto stretto controllo gli appetiti ed evitano tutto ciò che potrebbe arrecare danno; dal lato positivo, si allenano diligentemente e sviluppano quelle capacità nelle quali sono carenti.

Col tempo, diventano così forti.

Coloro che nascono forti non hanno dunque ragione di compiacersene; coloro che nascono deboli non hanno ragione di disperare.

Sono forse nato debole? Può darsi che il Cielo, proprio per questo, mi abbia indotto a raggiungere la forza; chi può saperlo?

Fra i celebri esponenti della cultura fisica d’Oriente e d’Occidente — Roosevelt in America, Sandow in Germania e Kanō in Giappone — tutti partirono da corpi estremamente deboli e riuscirono a conseguire una forza straordinaria.

Ho anche sentito sostenere che l’eccellenza mentale e quella fisica non possano coesistere: che coloro che si dedicano al pensiero siano generalmente carenti nel fisico, mentre coloro che possiedono corpi robusti e potenti siano spesso carenti nel pensiero. Anche questa affermazione è errata.

Una simile descrizione vale soltanto per persone dalla volontà debole e dalla condotta fragile; non può essere generalizzata all’uomo coltivato.

Confucio morì a settantadue anni e non abbiamo notizia che avesse un corpo malsano. Śākyamuni viaggiò predicando la Via e morì anch’egli in età avanzata. Gesù ebbe la sventura di morire a causa di un’ingiusta esecuzione. Quanto a Maometto, teneva le Scritture nella mano sinistra e la spada nella destra e impose il proprio potere su un’intera epoca.

Tutti costoro furono quelli che l’antichità chiamava saggi, e furono fra i più grandi pensatori.

Il signor Wu Zhiyong, uomo del nostro tempo, ha già superato i settant’anni e sostiene di poter vivere oltre i cento; anch’egli è un uomo dedito all’attività intellettuale. Wang Xiangqi morì oltre i settant’anni mantenendosi sano e vigoroso.

Come spiegano dunque questi casi coloro che sostengono il contrario?

In breve, un diligente allenamento fisico rafforza il corpo; una volta rafforzato il corpo, la costituzione può essere trasformata, la debolezza può diventare forza, e corpo e mente possono entrambi raggiungere un pieno sviluppo.

Questo non dipende dal decreto del Cielo; dipende interamente dallo sforzo umano.

L’educazione fisica non si limita a rafforzare il corpo; può anche accrescere la conoscenza.

Un contemporaneo ha detto:

«Civilizzare la mente; barbarizzare il corpo.»

È corretto.

Se vogliamo civilizzare la mente, dobbiamo prima cominciare barbarizzando il corpo.

Una volta reso robustamente «barbaro» il corpo, la mente civilizzata seguirà.

La conoscenza consiste nel conoscere le cose del mondo e nel giudicare i principi che le governano. Ma per questo il corpo è indispensabile.

La percezione diretta dipende dagli occhi e dalle orecchie; la riflessione dipende dal cervello. Occhi, orecchie e cervello appartengono tutti al corpo; quando il corpo è integro, anche le operazioni della conoscenza possono esserlo.

Possiamo dunque dire che la conoscenza viene acquisita indirettamente attraverso l’educazione fisica.

Nel perseguire i molteplici rami del sapere moderno, sia a scuola sia nello studio indipendente, bisogna possedere la forza necessaria per affrontare il compito. Coloro che possiedono tale capacità sono quelli il cui corpo è forte; coloro che non riescono a sostenerla sono fisicamente deboli. A seconda di questa differenza fra forza e debolezza, varierà anche l’ambito delle attività che si è capaci di affrontare.

L’educazione fisica non si limita ad accrescere la conoscenza; è anche capace di regolare le emozioni.

Il potere esercitato dalle emozioni sugli esseri umani è enorme. Gli antichi cercavano di governarle mediante la ragione. Da qui le espressioni: «Il padrone che è in noi è sempre desto?» e «Governare la mente mediante il principio».

Eppure la ragione emerge dalla mente, e la mente esiste nel corpo.

Osserviamo spesso che le persone fisicamente deboli diventano schiave delle proprie emozioni e non possiedono la forza per liberarsene. Coloro i cui organi sensoriali o arti sono menomati rimangono spesso imprigionati in emozioni unilaterali dalle quali la ragione non basta a salvarli.

Pertanto, quando il corpo è integro, le emozioni vengono correttamente regolate; ciò può essere considerato un principio stabile.

Per esempio, quando ci capita qualcosa di spiacevole, il suo stimolo può gettare la mente in un’agitazione difficile da controllare. Ma se ci si dedica a un esercizio vigoroso e intenso, è possibile liberarsi immediatamente dei pensieri che avevano occupato la mente e restituire chiarezza al cervello; l’effetto può essere atteso quasi immediatamente.

L’educazione fisica non si limita a regolare le emozioni; è anche capace di rafforzare la volontà.

Anzi, è proprio qui che risiede soprattutto il massimo effetto dell’educazione fisica.

Lo scopo centrale dell’educazione fisica è il coraggio marziale.

Le qualità comprese nel coraggio marziale — impetuosità, assenza di timore, audacia nell’agire e resistenza — appartengono tutte alla volontà.

Per fare un esempio: bagnarsi in acqua fredda può allenare l’impetuosità e l’assenza di timore, e può anche allenare l’audacia nell’agire. Qualsiasi forma di esercizio, se proseguita senza interruzione, è utile per allenare la resistenza. La corsa su lunga distanza è particolarmente efficace a questo scopo.

«Forza capace di sradicare le montagne, spirito capace di sovrastare il mondo»: questa è impetuosità.

«Giuro che non tornerò finché Loulan non sarà distrutta»: questa è assenza di timore.

Trasformare la casa in uno Stato: questa è audacia nell’agire.

Otto anni lontano da casa, passando tre volte davanti alla propria porta senza entrarvi: questa è resistenza.

Tutte queste qualità possono, in sostanza, essere coltivate mediante il normale esercizio fisico quotidiano.¹

La volontà, in fin dei conti, è l’avanguardia di ogni impresa umana.

Coloro che hanno arti esili, sostiene Mao, tendono ad avere comportamenti leggeri e instabili; coloro i cui tessuti corporei sono rilassati tendono alla lentezza mentale. Tale è, secondo lui, l’influenza del corpo sulla psiche.

Gli effetti dell’educazione fisica sono dunque i seguenti:

rafforza il corpo; attraverso ciò accresce la conoscenza; attraverso ciò regola le emozioni; attraverso ciò rafforza la volontà.

Muscoli e ossa costituiscono il nostro corpo; conoscenza, emozioni e volontà costituiscono la nostra mente.

Quando corpo e mente si trovano entrambi nella condizione appropriata, entrambi raggiungono uno stato di pieno benessere.

L’educazione fisica, dunque, non è altro che nutrire la nostra vita e procurare gioia alla nostra mente.

 

第五 不好運動之原因
V. Le ragioni per cui le persone non amano l’esercizio fisico

L’esercizio fisico è l’elemento più importante dell’educazione fisica. Eppure, fra gli studenti di oggi, molti non amano fare esercizio. Le ragioni principali sono quattro.

La prima è l’assenza di autoconsapevolezza.

Perché qualcosa si manifesti nell’azione, bisogna anzitutto essere mossi dal sentimento di volerla compiere; ma, ancor prima, bisogna possedere una comprensione chiara e completa della questione e sapere perché essa sia così.

Comprendere qualcosa in modo chiaro e completo, e sapere perché sia così: questo è ciò che viene chiamato autoconsapevolezza.

La maggior parte delle persone non comprende quale rapporto l’esercizio fisico abbia con loro stesse. Oppure, anche quando lo sa in termini generali, la sua comprensione non ha ancora raggiunto un grado sufficiente di precisione e profondità. Non esiste dunque una base sulla quale sviluppare la comprensione e, di conseguenza, neppure una base sulla quale mettere in moto i sentimenti.

Coloro che riescono ad applicarsi instancabilmente allo studio delle varie discipline lo fanno perché riconoscono quanto direttamente tali studi li riguardino. Se oggi non studiano, domani non avranno modo di guadagnarsi da vivere.

Per quanto riguarda l’esercizio fisico, invece, essi non possiedono una simile consapevolezza.

Metà della responsabilità ricade sulla loro incapacità di riflettere profondamente sulla questione; l’altra metà ricade sugli insegnanti, che non sanno come risvegliare in loro tale consapevolezza.

La seconda ragione è che le abitudini radicate sono difficili da rovesciare.

Il nostro paese ha storicamente attribuito valore al civile e si è vergognato di essere annoverato fra coloro che vestono le corte vesti marziali; continuamente si sente dire:

«Un uomo perbene non fa il soldato.»

Benché le persone comprendano che l’esercizio fisico dovrebbe essere praticato e conoscano gli effetti di rafforzamento che esso ha prodotto in altri paesi, la forza delle vecchie concezioni rimane potente. Nei confronti della nuova idea esse continuano a essere per metà favorevoli e per metà ostili.

Non sorprende dunque che non amino fare esercizio.

La terza ragione è la debolezza di coloro che ne promuovono la pratica. Questo problema assume a sua volta due forme.

In primo luogo, molti di quelli che oggi vengono chiamati educatori non comprendono affatto l’educazione fisica. Essi stessi non sanno che cosa sia; ne hanno semplicemente sentito il nome e tuttavia, seguendo gli altri, si mettono a praticarla.

La promuovono senza convinzione e non possiedono alcun metodo con cui attuarla. Il risultato è che diminuisce negli studenti il desiderio di investigare personalmente l’argomento.

Se un dissoluto parla di autosufficienza, o un ubriacone parla di moderazione nel bere, naturalmente nessuno gli crederà.

In secondo luogo, coloro che insegnano ginnastica sono spesso privi di istruzione. Il loro linguaggio è grossolano e volgare, sgradevole alle orecchie di chi li ascolta. Conoscono soltanto questa unica abilità, e neppure in essa sono necessariamente competenti.

Giorno dopo giorno, tutto ciò che lo studente vede è sempre lo stesso movimento meccanico.

Qualunque cosa possieda soltanto una forma esteriore, senza un’idea essenziale che la animi e la permei, non può durare neppure un giorno.

Ed è precisamente questa la condizione attuale della ginnastica.

La quarta ragione è che gli studenti stessi considerano l’esercizio fisico qualcosa di imbarazzante o vergognoso.

Da quanto ho osservato, questa è in realtà una delle ragioni principali per cui le persone non fanno esercizio.

Vesti lunghe e fluenti; un modo tranquillo e misurato di muoversi e fermarsi; uno sguardo calmo e senza fretta e un atteggiamento rilassato e composto: queste sono considerate belle forme di comportamento e vengono ammirate dalla società.

Poi, all’improvviso, si tendono le braccia e si scoprono i piedi, si allungano gli arti e si piega il corpo.

Che genere di comportamento è mai questo?

Non apparirà forse estremamente strano?

Vi sono dunque persone che comprendono perfettamente che il corpo non può fare a meno dell’esercizio e desiderano sinceramente mettere in pratica questa convinzione, ma alla fine non riescono a farlo.

Alcuni riescono a fare esercizio quando vi sono altri che lo praticano insieme a loro, ma non riescono a farlo da soli.

Altri riescono a farlo nel tempo libero, nella riservatezza della propria stanza, ma non davanti a una grande folla.

In una parola, tutto questo nasce da un unico pensiero:

l’imbarazzo.

Queste sono dunque le quattro ragioni per cui le persone non amano l’esercizio fisico.

La prima e la quarta appartengono alla sfera soggettiva; modificarle dipende da noi stessi.

La seconda e la terza appartengono alla sfera oggettiva; modificarle dipende dagli altri.

L’uomo nobile guarda a sé stesso; quanto a ciò che dipende dagli altri, può lasciarlo agli altri.

 

第六 運動之方法貴少
VI. Nei metodi di esercizio fisico è preferibile il poco

Io stesso ho sofferto di una costituzione debole e per questa ragione ho desiderato studiare metodi per preservare la salute. Anche gli antichi, del resto, non mancavano di cose da dire in proposito. Oggi nelle scuole esiste la ginnastica e circolano pubblicamente libri sull’argomento. Mi sono applicato ad essi e ho cercato in molte direzioni, ma alla fine ho trovato difficile ricavarne grande beneficio.

La ragione è che questa questione non dipende principalmente dalle discussioni: ciò che conta è la pratica effettiva.

Se si riesce davvero a mettere qualcosa in pratica, possedere un solo metodo — o perfino mezzo metodo — è già sufficiente.

Zeng Wenzheng praticava il metodo di lavarsi i piedi prima di coricarsi e quello di camminare mille passi dopo i pasti, e ne ricavò considerevole beneficio. Vi era inoltre un vecchio che, a ottant’anni, godeva ancora di buona salute. Quando gli chiesero come vi fosse riuscito, rispose:

«Semplicemente, non mangio mai fino a saziarmi completamente.»

La ginnastica moderna, invece, espone una profusione di metodi, troppi per poterli enumerare tutti: sicuramente decine, se non centinaia.

Un uccello che nidifica nella foresta ha bisogno di un solo ramo; un animale che beve al fiume ha bisogno soltanto di quanto basta a riempirgli il ventre.

Noi possediamo un solo corpo, con questi organi, questa struttura, queste viscere e queste reti corporee. Anche moltiplicando i metodi cento volte, il loro scopo ultimo non va oltre quello di far circolare liberamente il sangue attraverso i vasi.

L’effetto che i metodi devono produrre è uno solo. Se un metodo produce tale effetto e cento metodi producono lo stesso effetto, gli altri novantanove possono essere scartati.

Gli occhi non hanno bisogno di due diversi modi di vedere per vedere chiaramente, né le orecchie di due diversi modi di udire per udire distintamente. Moltiplicare cento volte i metodi per allenare muscoli e ossa significa semplicemente gettarli nella confusione. Si desidera ottenere efficacia, ma non vedo come una tale moltiplicazione possa renderli più efficaci.

Esiste tuttavia una differenza fra allenarsi per i diversi impieghi pratici cui il corpo può essere destinato e allenare il proprio corpo in quanto tale.

Il ponte oscillante serve a prepararsi alla navigazione; il palo serve a prepararsi a superare ostacoli in altezza; i giochi sono appropriati alla scuola primaria; l’addestramento di tipo militare è appropriato alla scuola media e ai livelli superiori. Questi sono metodi diretti a specifici impieghi particolari.

Muovere muscoli e struttura corporea affinché sangue e vasi circolino liberamente appartiene invece all’allenamento del proprio corpo in quanto tale.

Per i vari impieghi pratici, i metodi devono essere numerosi.

Per allenare il proprio corpo, i metodi devono essere pochi.

Gli studenti di oggi spesso non comprendono questa distinzione e cadono pertanto in due errori.

Da un lato, coloro che amano l’esercizio fisico ritengono che la molteplicità sia un pregio. Vorrebbero quasi che un’unica persona possedesse ogni genere di abilità fisica, con il risultato che nessuna di esse finisce realmente per arrecare beneficio al corpo.

Dall’altro, coloro che non amano l’esercizio vedono che gli altri possiedono molte abilità mentre essi ne conoscono poche; abbandonano dunque completamente la questione e non fanno nulla.

Ciò che ammette opportunamente molti metodi non è necessariamente buono soltanto perché è numeroso. Cercare tanta ampiezza da rendere i propri sforzi dispersi e superficiali: quale valore può avere?

E ciò che impiega pochi metodi non è necessariamente cattivo.

Perfino se non si facesse altro che flettere e distendere una sola mano o un solo piede, purché lo si trasformasse in una pratica costante, se ne trarrebbe comunque beneficio.

Soltanto una volta compreso questo principio si può cominciare a parlare di autentico progresso nell’educazione fisica.

 

第七 運動應注意之項
VII. Aspetti cui prestare attenzione nell’esercizio fisico

In ogni cosa è necessario avere costanza; l’esercizio fisico non fa eccezione.

Supponiamo che due persone pratichino esercizio. Una si allena per un certo periodo e poi smette; l’altra persevera fino alla fine senza rilassarsi. I risultati che otterranno saranno necessariamente differenti.

La costanza nell’esercizio possiede, innanzitutto, la capacità di generare interesse.

Ciò che è fermo non può mettersi in moto da sé: deve esserci qualcosa che lo muova. E nulla è più capace di muoverlo dell’interesse.

Ogni disciplina dovrebbe suscitare interesse in molti modi diversi, e questo vale in particolare per l’esercizio fisico. Quando le persone rimangono ferme si sentono perfettamente a proprio agio; quando cominciano a muoversi, trovano il movimento faticoso. Gli esseri umani amano abitualmente la comodità e detestano lo sforzo. Se non vi è qualcosa che li spinga, non basta a rovesciare questa tendenza e a modificare ciò che amano e ciò che detestano.

Un simile interesse nasce più facilmente facendo esercizio ogni giorno senza interruzione.

È preferibile esercitarsi due volte al giorno, una volta al risveglio e una prima di coricarsi. Fare esercizio nudi è la soluzione migliore; indossare abiti leggeri viene subito dopo; gli abiti pesanti costituiscono un impedimento considerevole.

Bisogna farne un’abitudine quotidiana, così che il pensiero dell’esercizio rimanga continuamente connesso e non venga mai interrotto:

l’esercizio di oggi continua quello di ieri e, a sua volta, dà origine all’esercizio di domani.

Ogni sessione non deve necessariamente essere lunga; trenta minuti sono sufficienti.

In questo modo nasce spontaneamente una forma di interesse.

Il secondo beneficio è che la costanza può generare piacere.

Una volta praticato l’esercizio per lungo tempo e quando i risultati diventano chiaramente evidenti, nasce un senso del proprio valore. Nello studio ci si scopre all’altezza del compito e si lavora con soddisfazione; nella coltivazione morale si progredisce giorno dopo giorno. Anche l’infinito piacere che si prova interiormente viene ottenuto grazie alla costanza.

Esiste una distinzione fra piacere e interesse.

L’interesse appartiene all’inizio dell’esercizio; il piacere appartiene alla sua conclusione.

L’interesse nasce nel corso della pratica; il piacere nasce dai risultati.

Le due cose sono dunque differenti.

Tuttavia, anche possedendo costanza, è difficile ottenere risultati se non si applica la mente.

Guardare i fiori dal dorso di un cavallo — anche se lo si facesse ogni giorno — equivale quasi a non averli guardati affatto.

Se la propria mente è rivolta all’oca selvatica nel cielo, anche studiando insieme a un’altra persona non si riuscirà a eguagliarla.

Nell’esercizio fisico esiste pertanto un principio di concentrazione totale delle proprie forze.

Quando si pratica esercizio, la mente deve essere nell’esercizio. Pensieri oziosi e preoccupazioni varie devono essere tutti messi da parte.

Bisogna rivolgere l’attenzione a come circolano il sangue e i vasi, a come i muscoli si contraggono e si rilassano, a come le articolazioni si muovono avanti e indietro e a come il respiro entra ed esce.

I movimenti stessi devono seguire il proprio ritmo appropriato; flessione ed estensione, avanzamento e arretramento devono essere eseguiti in modo pieno e concreto.

Zhu Xi, parlando del «mantenersi su un’unica cosa senza deviare», disse che quando si mangia bisogna pensare al mangiare e quando ci si veste bisogna pensare al vestirsi.

Concentrare tutte le proprie forze sull’esercizio non significa altro che questo.

La mitezza civilizzata e la docilità costituiscono il portamento dell’uomo nobile.

Tuttavia, non sono questi i termini appropriati all’esercizio fisico.

L’esercizio deve essere selvaggio e rozzo:

cavalleria che carica e lance che cozzano;
dieci assalti e dieci sfondamenti;
un ruggito capace di abbattere le montagne;
un grido capace di mutare vento e nubi;
la forza di re Xiang che sradicava le montagne;
la prodezza di Youji capace di trapassare l’armatura.

La Via dell’esercizio fisico risiede in questa selvatichezza e rozzezza e non ha nulla a che vedere con l’abilità delicata o la raffinatezza.

Nel perseguire l’esercizio fisico si deve essere selvaggi: la selvatichezza rende potente il vigore e forti muscoli e ossa.

I metodi dell’esercizio devono essere rozzi e semplici: quando sono rozzi e semplici, ci si può attenere a qualcosa di sostanziale e la pratica risulta facile.

Queste due qualità sono particolarmente importanti per chi ha appena cominciato ad allenarsi.

Vi sono dunque tre aspetti principali cui prestare attenzione nell’esercizio:

primo, la costanza;
secondo, la concentrazione totale;
terzo, selvatichezza e rozzezza.

Vi sono molti altri aspetti cui prestare attenzione, ma questi sono quelli essenziali.

 

第八 運動一得之商榷
VIII. Una modesta acquisizione sull’esercizio fisico, proposta alla discussione

Ho compiuto uno studio sommario di varie forme di esercizio. Poiché si trattava in tutti i casi di cose imposte o modellate dall’esterno e non corrispondevano a ciò che io stesso avevo appreso attraverso l’esperienza, ho selezionato i punti di forza delle varie forme di esercizio e ho ideato una forma di esercizio mia propria.

I benefici che ne ho ricavato non sono stati affatto trascurabili.

Essa si divide in sei sezioni:

  1. esercizi per braccia e mani;
  2. esercizi per gambe e piedi;
  3. esercizi per il tronco;
  4. esercizi per la testa;
  5. esercizi di percussione;
  6. esercizi di armonizzazione.

All’interno di queste sezioni vi sono complessivamente ventisette esercizi. Poiché il sistema è composto da sei sezioni, l’ho chiamato Esercizio in Sei Sezioni.

Lo descrivo qui sotto, nella speranza che lettori competenti abbiano la benevolenza di correggermi.

I. 手部運動

Esercizi per braccia e mani

Posizione seduta.

1. Chiudere i pugni e flettere e distendere le braccia in avanti, alternando destra e sinistra, tre volte per lato.

Quando si dice che destra e sinistra si alternano, significa che quando si muove la sinistra la destra rimane ferma, e quando si muove la destra la sinistra rimane ferma: le due si alternano reciprocamente.

2. Con i pugni chiusi e i gomiti piegati, compiere movimenti semicircolari dalla parte anteriore, passando lateralmente e dirigendosi verso il retro, alternando destra e sinistra, tre volte per lato.

3. Con i pugni chiusi, flettere e distendere le braccia verso il basso e in avanti, entrambe contemporaneamente, tre volte.

Quando si dice che destra e sinistra si muovono insieme, significa che entrambe si muovono simultaneamente anziché alternarsi.

4. Con i palmi rivolti verso l’alto, descrivere cerchi verso l’esterno, tre volte per ciascun lato.

5. Con i palmi rivolti verso il basso, descrivere cerchi verso l’esterno, tre volte per ciascun lato.

6. Distendere le dita, flettere i gomiti e spingere direttamente in avanti, alternando destra e sinistra, tre volte per lato.

II. 足部運動

Esercizi per gambe e piedi

Posizione seduta.

1. Con i pugni chiusi e le braccia pendenti ai lati, dalla posizione originaria flettere una gamba in avanti mentre l’altra si distende obliquamente all’indietro. Alternare destra e sinistra tre volte.

2. Tenere i pugni chiusi all’altezza della parte anteriore del corpo. Distendere una gamba lateralmente e flettere l’altra in avanti. La gamba distesa può cambiare posizione; quella flessa poggia soltanto sulle dita del piede, con il tallone a contatto con il gluteo. Alternare destra e sinistra tre volte.

3. Con i pugni chiusi e le braccia pendenti ai lati, sostenersi su una gamba e sollevare l’altra. Alternare destra e sinistra tre volte.

4. Con i pugni chiusi e le braccia pendenti ai lati, sostenersi su una gamba e calciare in avanti con l’altra. Alternare destra e sinistra tre volte.

5. Con i pugni chiusi e le braccia pendenti ai lati, flettere una gamba in avanti e distendere l’altra all’indietro. La gamba flessa rimane nella posizione originaria mentre quella distesa cambia posizione. I due piedi dovrebbero trovarsi approssimativamente lungo una linea retta. Alternare destra e sinistra tre volte.

6. Aprire i pugni. Sollevare l’intero corpo e poi accovacciarsi; nell’accovacciarsi, portare i glutei vicino ai talloni. Ripetere tre volte.

III. 軀幹部運動

Esercizi per il tronco

Posizione eretta.

1. Flettere il corpo in avanti e all’indietro tre volte.

Tenere le mani chiuse a pugno. Lo stesso vale per gli esercizi successivi.

2. Distendere una mano verso l’alto mentre l’altra rimane pendente, allungando il petto e il fianco su ciascun lato. Eseguire una volta per lato.

3. Lasciare una mano pendere lungo il fianco e l’altra obliquamente in avanti, allungando la schiena e il fianco sui due lati. Eseguire una volta per lato.

4. Disporre i piedi in una posizione a T. Oscillare le mani orizzontalmente da un lato all’altro ruotando la vita e i fianchi. Eseguire una volta per lato.

IV. 頭部運動

Esercizi per la testa

Posizione seduta.

1. Flettere la testa in avanti e all’indietro tre volte.

2. Ruotare la testa a sinistra e a destra tre volte.

3. Con le mani, massaggiare fronte, guance, naso, labbra, gola, orecchie e nuca.

4. Movimento libero. Mantenere sostanzialmente ferma la posizione della testa e provocare consapevolmente il movimento della pelle e della mandibola. Ripetere cinque volte.

V. 打擊運動

Esercizi di percussione

Nessuna posizione fissa.

Lo scopo degli esercizi di percussione consiste nell’utilizzare i pugni per colpire le varie parti del proprio corpo, facendo affluire rapidamente il sangue e rendendo saldi i muscoli.

1. Braccia. Colpire il braccio sinistro con la mano destra e il braccio destro con la mano sinistra.

a. Avambracci: colpire le superfici superiore, inferiore, sinistra e destra.

b. Braccia: colpire le superfici superiore, inferiore, sinistra e destra.

2. Spalle. Colpire le spalle.

3. Petto. Colpire il petto.

4. Fianchi. Colpire i fianchi.

5. Schiena. Colpire la schiena.

6. Addome. Colpire l’addome.

7. Glutei. Colpire i glutei.

8. Gambe. Colpire cosce e parte inferiore delle gambe.

VI. 調和運動

Esercizi di armonizzazione

Nessuna posizione fissa.

1. Saltare e danzare più di dieci volte.

2. Compiere tre respiri profondi.

Fine.

 

二十八畫生
Studente Ventotto Tratti


Commento

Alcune precisazioni in merito alla Storia della Cina e alla biografia di Mao Zedong potrebbero essere utili per inquadrare l’articolo nel contesto corretto.

Per cominciare, il Mao Zedong che pubblica nel 1921 non è l’uomo che poi diventerà una volta alla guida del Cina comunista. Non solo all’epoca della pubblicazione il Partito Comunista Cinese non era ancora stato fondato, cosa che avverrà nel 1922, ma la rivoluzione bolscevica non aveva ancora avuto luogo e Mao Zedong stesso non era ancora divenuto comunista. Il suo pensiero è radicato in una combinazione di Confucianesimo, scientismo, e idee pedagogiche occidentali. Infatti, nello studio Mao cita con grande liberalità tanto Confucio che Zhu Xi, pensatori ai quali moverà una critica feroce una volta superata quella che egli stesso definisce la sua “fase borghese” per abbraciare l’ideale comunista.

In secondo luogo, come è evidente anche a una lettura superficiale, l’articolo di Mao Zedong è ben lontano dall’essere “basato sulle teorie di Kanō Jigorō”, o dal trattare di essere. Kanō Jigorō è menzionato insieme ad altri personaggi e le teorie discusse da Mao Zedong nell’articolo hanno molto più a vedere con autori occidentali come Herbert e Pestalozzi, il cui pensiero era entrato fortemente nel sistema educativo giapponese dell’epoca Meiji, che non con Kanō stesso, che aveva a sua volta studiato gli stessi autori.

Mao Zedong scrive in un momento particolare per la storia cinese: dopo la guerra sino-giapponese vinta dal Giappone nel 1895, la dinastia Qing è caduta e Yuan Shikai, sostituendosi all’imperatrice Cixi, ha avviato la fase repubblicana nel 1912. La Cina si è avvicinata al Giappone, e in questo contesto è nato un programma tramite il quale studenti cinesi vengono selezionati e mandati a studiare il Giappone. Kanō Jigorō è direttamente coinvolto, ed è tramite la sua raccomandazione che Yang Chiangji studia alla Scuola Normale di Tōkyō. Il contatto fra i due è quindi storicamente accertato, ma mancano prove certe per stabilire quale fosse la sua esatta natura e fino a che punto Yang Chiangji abbia effettivamente studiato e compreso le idee di Kanō, idee che per altro, all’epoca, non avevano ancora assunto la loro forma definitiva.

Il lettore non mancherà certo di notare una differenza significativa tra la “ginnastica” proposta da Mao Zedong e i movimenti proposti da Kanō, benché sembri esservi qualche somiglianza superficiale con il seiryoku zen’yō kokumin taiiku no kata, ma questo aggiunge al problema invece di sottrarre. Una differenza ancora più notevole è l’insistenza di Mao Zedong sul fatto che l’esercizio debba essere “selvaggio e rozzo”, termini che non compaiono mai nel linguaggio di Kanō e che sono in contrasto con le sue idee in merito ai kata, specialmente per quanto riguarda il Jū no kata, il Koshiki no kata e l’Itsutsu no kata.

Kanō Jigorō formulò i principi Jita kyōei e Seiryoku zen’yō nel 1922, un anno dopo la pubblicazione di Kanō e due anni dopo la morte di Yang, il che significa che Yang non può avere trasmesso al giovane Mao Zedong gli insegnamenti di Kanō così come egli li sistematizzò, perché all’epoca in cui Mao Zedong pubblicò l’articolo il processo non si era ancora concluso e principi Jita kyōei e Seiryoku zen’yō non erano ancora stati formulati. Si può quindi escludere che Mao Zedong li conoscesse all’epoca in cui scrisse l’articolo.

Nel proprio articolo, Mao cita il bushidō e il jūjutsu, e la costruzione della frase lascia intendere che il jūjutsu sia posteriore al bushidō. In realtà, l’elaborazione del bushidō propriamente detto si concretizza con il pensiero di Yamaga Sokō e Yamamoto no Tsunetomo nel XVII secolo, benché i due autori propongano idee significativamente differenti, mentre il jūjutsu è attestato almeno dalla prima metà del 1500 con la fondazione del Takenouchi ryū. Questo stesso dato confuta la teoria di Chen  Yuanbin come ispiratore o iniziatore del jūjutsu, a cui Mao Zedong sembra alludere, poiché il suo arrivo in Giappone è posteriore alla fondazione del Takenouchi ryū. È anche possibile che Mao Zedong si riferisca invece alla presenza della teoria cosmologica cinese all’interno dello Yōshin ryū, ma è una soluzione meno convincente perché essa non è mai stata descritta come la base o il fondamento del jūjutsu giapponese alla maniera di Chen Yuanbin.

 

BIBLIOGRAFIA

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