PREAMBOLO
Una persona a me molto cara ha recentemente portato alla mia
attenzione un passaggio tratto da un libro di John Stevens in cui l’autore,
confermando una volta di più la sua scarsa affidabilità come divulgatore
storico e la sua disinvoltura nel mescolare fatti e supposizioni con la più
completa noncuranza, lascia intendere che Kanō Jigorō abbia in qualche modo
influenzato Mao Zedong. John Stevens afferma che Yang Chiangji avrebbe “presentato
le idee di Kanō” a Mao Zedong e che questi avrebbe poi scritto un articolo “basato
sulle teorie educative di Kanō”, apparso nella rivista Xin Qingnian.
Questa è la traduzione dell’articolo in questione,
intitolato “Studio sull’Educazione Fisica” e pubblicato nel 1921, quando Mao
Zedong era poco più che vent’enne, con lo pseudonimo di Studente Ventotto
Tratti. Il numero 28 non ha alcun significato recondito: è semplicemente il
numero di tratti richiesti per scrivere il nome Mao Zedong in cinese.
I lettori curiosi troveranno una sezione di commento in calce.
STUDIO SULL’EDUCAZIONE FISICA
La forza della nazione è fiacca, il suo spirito marziale è
in declino e la costituzione fisica del suo popolo si fa di giorno in giorno
più gracile. È un fenomeno estremamente preoccupante. Coloro che hanno cercato
di promuovere l’educazione fisica non sono riusciti a coglierne la radice; di
conseguenza, nonostante sforzi prolungati, non hanno ottenuto risultati. Se
questo stato di cose continuerà senza mutamenti, la debolezza non potrà che
aggravarsi.
Colpire il bersaglio e raggiungere un obiettivo distante
sono questioni esteriori: sono effetti. La pienezza della forza fisica è invece
una questione interiore: è la causa. Se il corpo non è forte e saldo, alla sola
vista delle armi si proverà timore; come si potrà allora sperare di colpire il
bersaglio o di raggiungere un obiettivo distante?
Forza e solidità dipendono dall’allenamento; l’allenamento
dipende dall’autoconsapevolezza. Coloro che oggi lo promuovono non hanno certo
mancato di escogitare ogni sorta di metodo. Eppure tali metodi si dimostrano
inefficaci, perché una forza esterna non basta a muovere la mente delle
persone: esse non comprendono quale sia il vero significato dell’educazione
fisica. Quale valore possieda realmente l’educazione fisica, quali effetti
produca e da dove si debba cominciare: tutto ciò rimane loro oscuro, come se si
trovassero immersi nella nebbia. È dunque del tutto naturale che i loro sforzi
risultino inefficaci.
Se si vuole che l’educazione fisica produca effetto, è
necessario mettere in moto l’elemento soggettivo e favorire una consapevolezza
cosciente dell’educazione fisica stessa. Una volta sorta tale consapevolezza, i
singoli aspetti dell’educazione fisica potranno essere compresi senza bisogno
che vengano enunciati; e risultati quali colpire il bersaglio e raggiungere un
obiettivo distante verranno anch’essi da sé, senza dover essere perseguiti
direttamente.
Sento profondamente l’importanza dell’educazione fisica e
deploro che coloro che la promuovono non abbiano trovato il modo appropriato.
So che in tutto il paese devono esserci molti uomini di idee affini, afflitti
dallo stesso male e capaci di comprendere reciprocamente la propria condizione.
Senza lasciarmi trattenere dall’imbarazzo, offro dunque queste mie inadeguate
opinioni affinché possano essere discusse e valutate.
Non tutto ciò che affermo qui è qualcosa che io stesso abbia
già messo in pratica; molto rimane ancora allo stato di mere parole e ideali.
Non oserei nasconderlo. Qualora vogliate avere la benevolenza di non respingere
queste osservazioni e di favorirmi con i vostri insegnamenti, li accoglierò con
la massima umiltà.
第一 釋體育
I. Definizione dell’educazione fisica
Da quando esiste l’umanità, per quanto gli uomini possano
essere stati ottenebrati nell’intelletto, nessuno ha mai mancato di sapere come
preservare la propria vita. Così, quando la fame diventa estrema, si finisce
per mangiare perfino le felci dei Monti Occidentali; non ci si può trattenere
dall’inghiottire le prugne accanto al pozzo. Gli uomini costruivano nidi sugli
alberi per abitarvi e si vestivano con pelli di animali. Tutto ciò nasceva da
una capacità naturale, senza che essi sapessero perché fosse così.
Tuttavia, tutto questo era ancora rozzo e non raffinato. In
seguito apparvero i saggi e con essi venne l’ordine rituale: il mangiare e il
bere, l’attività e il riposo, tutto venne sottoposto a misura e regolazione
appropriate.
Da qui le espressioni: «Quando il Maestro era in riposo,
appariva rilassato e a proprio agio»; «Non mangiava cibo irrancidito o
inacidito, pesce guasto o carne avariata»; e «Quando praticava il tiro con
l’arco nel giardino di Juexiang, gli spettatori erano fitti come un muro».
Quanto alla costituzione del corpo, gli esseri umani non
differiscono dagli altri animali; e tuttavia gli altri animali non raggiungono
la longevità degli esseri umani, perché il modo in cui regolano la propria vita
non conosce misura. Gli esseri umani, al contrario, regolano la propria vita
attraverso misura e moderazione; e con il succedersi delle generazioni questo
principio divenne sempre più chiaro. Così ebbe origine l’educazione fisica.
L’educazione fisica è la Via del nutrimento della vita.
Ciò che Oriente e Occidente hanno compreso a questo riguardo
ha assunto forme differenti. Zhuangzi prese a modello il cuoco Ding; Confucio
trasse insegnamento dal tiro con l’arco e dalla guida dei carri. Fra le nazioni
civilizzate del presente, la Germania primeggia: la pratica della scherma si è
diffusa in tutto il paese. Il Giappone, da parte sua, possiede il bushidō;
e più recentemente, traendo spunto dai residui trasmessi dal nostro paese, ha
sviluppato il jūjutsu, formidabile e degno di grande attenzione.
Se ne esaminiamo tuttavia il contenuto, troviamo che tutti
questi sistemi prendono le mosse da un’indagine precisa della fisiologia: la
struttura degli organi corporei, il funzionamento dei vasi e delle reti
corporee, quali parti si sviluppino prima e quali risultino relativamente
carenti. L’educazione fisica viene quindi organizzata di conseguenza,
contenendo ciò che si sviluppa in eccesso e compensando ciò che rimane
insufficiente.
La loro conclusione, pertanto, è che il corpo debba essere
sviluppato in maniera equilibrata. Da questo punto di vista, l’educazione
fisica può essere definita come quella parte della Via con cui l’umanità nutre
la propria vita che mira allo sviluppo equilibrato del corpo secondo un metodo
ordinato e sistematico.
第二 體育在吾人之位置
II. Il posto dell’educazione fisica nella nostra vita
L’educazione fisica si colloca accanto all’educazione morale
e all’educazione intellettuale; e tuttavia moralità e intelletto risiedono
entrambe nel corpo. Senza il corpo non possono esistere né moralità né
intelletto.
Eppure forse pochi comprendono questo fatto. Alcuni
ritengono che ciò che più conta sia la conoscenza; altri sostengono che sia la
moralità.
La conoscenza è certamente preziosa: è grazie ad essa che
gli esseri umani si distinguono dagli animali. Ma che cosa può portare la
conoscenza?
Anche la moralità è certamente preziosa: è grazie ad essa
che si costituisce la società e che vengono ordinati correttamente i rapporti
fra sé e gli altri. Ma dove può dimorare la moralità?
Il corpo è ciò che porta la conoscenza e ciò in cui
dimora la moralità.
Nel portare la conoscenza è simile a un veicolo;
nell’ospitare la moralità è simile a una dimora.
Il corpo è il veicolo che porta la conoscenza e la dimora
che ospita la moralità.
Quando i bambini raggiungono l’età per entrare nella scuola
primaria, in quegli anni si dovrebbe prestare particolare attenzione allo
sviluppo del corpo, mentre il progresso della conoscenza e la formazione della
moralità dovrebbero venire in secondo luogo. Il nutrimento e la cura dovrebbero
essere primari; l’insegnamento e l’addestramento secondari.
Oggi questo principio è perlopiù ignorato; di conseguenza vi
sono bambini che, a causa dello studio, si ammalano o addirittura muoiono
prematuramente.
Nella scuola media e nei livelli superiori, le tre forme di
educazione dovrebbero ricevere uguale attenzione. Gli uomini di oggi, invece,
tendono perlopiù a privilegiare l’educazione intellettuale.
Negli anni della scuola media lo sviluppo del corpo non è
ancora completo. Eppure oggi vi è poco che lo nutra e molto che lo danneggi.
Non rischia dunque il suo sviluppo di essere arrestato?
Nel sistema educativo del nostro paese, i corsi sono fitti
come i peli di un bue. Perfino un adulto dalla costituzione robusta riuscirebbe
a malapena a sostenerne il peso: quanto meno potrebbe farlo chi non ha ancora
raggiunto l’età adulta? E quanto meno chi è debole?
A giudicare dalle loro apparenti intenzioni, sembrerebbe
quasi che gli educatori abbiano concepito questi gravosi programmi apposta per
logorare gli studenti, calpestandone il corpo e devastandone la vita. Se
qualcuno rifiuta di sottomettervisi, viene punito; quelli la cui capacità
intellettuale supera quella degli altri vengono costretti a leggere ancora più
libri di ogni genere, adescati con parole lusinghiere e allettati con ricche
ricompense.
Ahimè! Non è forse questo ciò che si intende per rovinare
i figli degli altri?
Gli studenti stessi si comportano come se detestassero
l’idea di vivere a lungo e fossero decisi a spezzare il proprio corpo,
sacrificandolo senza rimpianto. Quanto sono profondamente illusi!
L’unica vera disgrazia per un essere umano è non avere
più un corpo; quale altra disgrazia dovrebbe temere?
Se si cerca il mezzo con cui perfezionare il proprio corpo,
tutte le altre cose seguiranno.
Per perfezionare il corpo, nulla supera l’educazione fisica.
L’educazione fisica occupa dunque realmente il primo
posto nella nostra vita.
Soltanto quando il corpo è forte il progresso nello studio e
nella moralità può procedere vigorosamente e produrre risultati duraturi. Nei
nostri studi, pertanto, questo deve essere considerato un elemento di primaria
importanza.
Lo studio
ha radice e rami; le cose hanno una fine e un principio. Sapere ciò che viene
prima e ciò che viene dopo significa avvicinarsi alla Via. È
precisamente questo che intendo.
第三 前此體育之弊及吾人自處之道
III. I difetti dell’educazione fisica fino ad oggi e il
modo in cui dobbiamo comportarci
Le tre forme di educazione dovrebbero avere uguale
importanza. Eppure gli studiosi del passato si occupavano minuziosamente della
formazione morale e intellettuale, trascurando invece il corpo.
Il risultato di tale difetto furono schiene incurvate e
teste chine, con mani delicate e pallide; nel salire una montagna restavano
senza fiato e nell’attraversare l’acqua venivano colti da crampi alle gambe.
Così Yan Hui morì giovane e Jia Yi morì prematuramente;
anche Wang Bo e Lu Zhaolin furono rispettivamente colpiti in giovane età o resi
invalidi. Tutti questi uomini possedevano moralità e intelletto del più alto
livello. Ma una volta venuto meno il corpo, moralità e intelletto
necessariamente perirono insieme ad esso.
Vi era invece la forza del Nord, i cui uomini indossavano
armature, impugnavano armi e affrontavano la morte senza tirarsi indietro. Yan
e Zhao produssero molti uomini dallo spirito impetuoso ed eroico, mentre da
Liangzhou provennero numerosi uomini valorosi e guerrieri.
All’inizio della dinastia Qing, Yan Xizhai e Li Gangzhu
unirono cultura letteraria e addestramento marziale. Xizhai percorse più di
mille li fino alla frontiera settentrionale per apprendere l’arte della
scherma, e là si misurò con uomini valorosi e li sconfisse.
Per questo disse:
«Se manca o il civile o il marziale, come può questa
essere la Via?»
Gu Yanwu, pur essendo un uomo del Sud, preferiva vivere al
Nord; non amava viaggiare in barca e preferiva andare a cavallo. Tutti questi
uomini dell’antichità meritano di essere presi a modello.
Quando sorsero le scuole moderne e vennero adottati metodi
consolidati provenienti da altri paesi, le abitudini cominciarono gradualmente
a cambiare. Tuttavia, coloro che si occupavano dell’istruzione non si erano
ancora liberati dei vecchi modi. Limitati da ciò a cui erano essi stessi
abituati, non potevano mutare improvvisamente.
Anche quando si prestava una certa attenzione all’educazione
fisica, si trattava perlopiù di ostentazione esteriore: non se ne esaminavano i
fondamenti e ci si occupava invece delle manifestazioni superficiali.
Di conseguenza, l’educazione fisica nelle scuole possiede
perlopiù forma senza sostanza.
Non è che manchino lezioni di ginnastica, né che manchino
insegnanti di ginnastica; e tuttavia sono pochi gli studenti che traggono
davvero beneficio dalla ginnastica. Non solo essa può non arrecare beneficio:
può addirittura recare danno.
L’insegnante impartisce ordini e gli studenti si costringono
a obbedire:
il corpo si conforma, mentre la mente resiste.
La loro condizione mentale viene sottoposta a sofferenze
incalcolabili; e quando soffre la mente, soffre anche il corpo. Alla fine di
una sessione di ginnastica vi sono studenti dal volto emaciato e dalla mente
esausta.
Non ci si preoccupa che cibi e bevande siano puliti;
sostanze inorganiche e microrganismi penetrano nel corpo e provocano malattie.
Se negli ambienti interni la luce è insufficiente, la vista subisce danni
considerevoli. Se tavoli e sedie hanno dimensioni inappropriate, costringendo
il corpo ad adattarvisi come quando si taglia il piede per farlo entrare nella
scarpa, il tronco del corpo ne viene danneggiato. Esistono molti altri abusi di
questo genere; non è possibile elencarli tutti.
Che cosa dobbiamo dunque fare noi studenti?
L’organizzazione della scuola e l’insegnamento impartito dai
docenti sono fattori esterni e oggettivi. Ma noi stessi possediamo anche
un fattore interno e soggettivo.
Quando la decisione viene presa interiormente nella
mente, tutte le parti del corpo ne seguono il comando.
Non vi è fortuna o sventura che, almeno in una certa misura,
non venga ricercata da noi stessi.
«Se desidero la benevolenza, la benevolenza è qui.»
Lo stesso vale per l’educazione fisica: se non ci scuotiamo
da noi stessi, anche qualora le condizioni esterne e oggettive fossero rese
perfette, continueremmo a non poterne trarre beneficio.
Pertanto, l’educazione fisica deve cominciare
dall’attività autodiretta.
第四 體育之效
IV. Gli effetti dell’educazione fisica
Gli esseri umani sono animali, e il movimento è dunque
connaturato ad essi. Ma gli esseri umani sono animali razionali, e pertanto il
loro movimento deve seguire una Via o un principio.
Ma che cosa vi è di prezioso nel movimento in quanto tale? E
che cosa vi è di prezioso nel movimento che segue una Via appropriata?
Dire che ci muoviamo per sostentarci significa parlarne in
termini ristretti; dire che ci muoviamo per difendere la nazione significa
parlarne in termini grandiosi. Nessuna delle due cose, tuttavia, ne esprime il
significato fondamentale.
Il movimento, nella sua essenza, è semplicemente ciò
mediante cui nutriamo la nostra vita e procuriamo gioia alla nostra mente.
Zhu Xi sosteneva l’attenzione reverente; Lu Jiuyuan
sosteneva la quiete. La quiete è naturalmente quiete; e anche l’attenzione
reverente, pur non essendo identica ad essa, è in ultima analisi una forma di
quiete.
Laozi considerava suprema la non-azione motoria, mentre i
buddhisti ricercano la tranquillità silenziosa. Il metodo della meditazione
seduta in quiete è stato parimenti onorato dai seguaci tanto di Zhu quanto di
Lu.
Più recentemente, colui che si fa chiamare Yinshizi ha
esposto un metodo di meditazione seduta, magnificandone le qualità prodigiose e
disprezzando coloro che praticano esercizio fisico come persone che non fanno
altro che danneggiare il proprio corpo.
Forse anche questa costituisce una Via, ma io personalmente
non ho osato seguirla.
A mio modesto giudizio, in Cielo e Terra non esiste altro
che movimento.
Il movimento umano regolato, tale da poter essere discusso
secondo principi ordinati, è ciò che chiamiamo educazione fisica. Questo è già
stato spiegato.
Il primo effetto dell’educazione fisica consiste nel
rafforzare muscoli e ossa.
Un tempo avevo sentito dire che gli organi, la struttura
scheletrica, i muscoli e le reti corporee di una persona si fissano a una certa
età e non possono più essere modificati; che, grosso modo dopo i venticinque
anni, diventano definitivamente stabiliti. Ora so che non è così.
Il corpo umano cambia infatti di giorno in giorno: il
processo del metabolismo — la sostituzione del vecchio con il nuovo — procede
senza interruzione nei diversi tessuti. Una vista debole può migliorare e un
udito scarso può migliorare. Persino persone di sessanta o settant’anni possono
ancora produrre mutamenti nella propria struttura corporea; tali risultati
possono certamente essere raggiunti.
Avevo anche sentito dire che è difficile per una persona
debole diventare forte; ora so che anche questo è falso.
Coloro che nascono forti spesso abusano della propria forza.
Non pongono freno ai vari appetiti e danneggiano gradualmente il proprio corpo,
dicendo a sé stessi: «La natura mi ha dato un bel fisico; questo dovrebbe
bastare. Che bisogno ho di allenarmi?»
Così, chi comincia estremamente forte può finire per
diventare estremamente debole.
I deboli, al contrario, sono costantemente consapevoli delle
carenze del proprio corpo e temono che la loro vita possa non durare; per
questo si comportano con vigilanza e prudenza. Dal lato negativo, tengono sotto
stretto controllo gli appetiti ed evitano tutto ciò che potrebbe arrecare
danno; dal lato positivo, si allenano diligentemente e sviluppano quelle
capacità nelle quali sono carenti.
Col tempo, diventano così forti.
Coloro che nascono forti non hanno dunque ragione di
compiacersene; coloro che nascono deboli non hanno ragione di disperare.
Sono forse nato debole? Può darsi che il Cielo, proprio
per questo, mi abbia indotto a raggiungere la forza; chi può saperlo?
Fra i celebri esponenti della cultura fisica d’Oriente e
d’Occidente — Roosevelt in America, Sandow in Germania e Kanō in Giappone
— tutti partirono da corpi estremamente deboli e riuscirono a conseguire una
forza straordinaria.
Ho anche sentito sostenere che l’eccellenza mentale e quella
fisica non possano coesistere: che coloro che si dedicano al pensiero siano
generalmente carenti nel fisico, mentre coloro che possiedono corpi robusti e
potenti siano spesso carenti nel pensiero. Anche questa affermazione è errata.
Una simile descrizione vale soltanto per persone dalla
volontà debole e dalla condotta fragile; non può essere generalizzata all’uomo
coltivato.
Confucio morì a settantadue anni e non abbiamo notizia che
avesse un corpo malsano. Śākyamuni viaggiò predicando la Via e morì anch’egli
in età avanzata. Gesù ebbe la sventura di morire a causa di un’ingiusta
esecuzione. Quanto a Maometto, teneva le Scritture nella mano sinistra e la
spada nella destra e impose il proprio potere su un’intera epoca.
Tutti costoro furono quelli che l’antichità chiamava saggi,
e furono fra i più grandi pensatori.
Il signor Wu Zhiyong, uomo del nostro tempo, ha già superato
i settant’anni e sostiene di poter vivere oltre i cento; anch’egli è un uomo
dedito all’attività intellettuale. Wang Xiangqi morì oltre i settant’anni
mantenendosi sano e vigoroso.
Come spiegano dunque questi casi coloro che sostengono il
contrario?
In breve, un diligente allenamento fisico rafforza il corpo;
una volta rafforzato il corpo, la costituzione può essere trasformata, la
debolezza può diventare forza, e corpo e mente possono entrambi raggiungere un
pieno sviluppo.
Questo non dipende dal decreto del Cielo; dipende
interamente dallo sforzo umano.
L’educazione fisica non si limita a rafforzare il corpo; può
anche accrescere la conoscenza.
Un contemporaneo ha detto:
«Civilizzare la mente; barbarizzare il corpo.»
È corretto.
Se vogliamo civilizzare la mente, dobbiamo prima
cominciare barbarizzando il corpo.
Una volta reso robustamente «barbaro» il corpo, la mente
civilizzata seguirà.
La conoscenza consiste nel conoscere le cose del mondo e nel
giudicare i principi che le governano. Ma per questo il corpo è indispensabile.
La percezione diretta dipende dagli occhi e dalle orecchie;
la riflessione dipende dal cervello. Occhi, orecchie e cervello appartengono
tutti al corpo; quando il corpo è integro, anche le operazioni della conoscenza
possono esserlo.
Possiamo dunque dire che la conoscenza viene acquisita
indirettamente attraverso l’educazione fisica.
Nel perseguire i molteplici rami del sapere moderno, sia a
scuola sia nello studio indipendente, bisogna possedere la forza necessaria per
affrontare il compito. Coloro che possiedono tale capacità sono quelli il cui
corpo è forte; coloro che non riescono a sostenerla sono fisicamente deboli. A
seconda di questa differenza fra forza e debolezza, varierà anche l’ambito
delle attività che si è capaci di affrontare.
L’educazione fisica non si limita ad accrescere la
conoscenza; è anche capace di regolare le emozioni.
Il potere esercitato dalle emozioni sugli esseri umani è
enorme. Gli antichi cercavano di governarle mediante la ragione. Da qui le
espressioni: «Il padrone che è in noi è sempre desto?» e «Governare la mente
mediante il principio».
Eppure la ragione emerge dalla mente, e la mente esiste nel
corpo.
Osserviamo spesso che le persone fisicamente deboli
diventano schiave delle proprie emozioni e non possiedono la forza per
liberarsene. Coloro i cui organi sensoriali o arti sono menomati rimangono
spesso imprigionati in emozioni unilaterali dalle quali la ragione non basta a
salvarli.
Pertanto, quando il corpo è integro, le emozioni vengono
correttamente regolate; ciò può essere considerato un principio stabile.
Per esempio, quando ci capita qualcosa di spiacevole, il suo
stimolo può gettare la mente in un’agitazione difficile da controllare. Ma se
ci si dedica a un esercizio vigoroso e intenso, è possibile liberarsi
immediatamente dei pensieri che avevano occupato la mente e restituire
chiarezza al cervello; l’effetto può essere atteso quasi immediatamente.
L’educazione fisica non si limita a regolare le emozioni; è
anche capace di rafforzare la volontà.
Anzi, è proprio qui che risiede soprattutto il massimo
effetto dell’educazione fisica.
Lo scopo centrale dell’educazione fisica è il coraggio
marziale.
Le qualità comprese nel coraggio marziale — impetuosità,
assenza di timore, audacia nell’agire e resistenza — appartengono tutte alla
volontà.
Per fare un esempio: bagnarsi in acqua fredda può allenare
l’impetuosità e l’assenza di timore, e può anche allenare l’audacia nell’agire.
Qualsiasi forma di esercizio, se proseguita senza interruzione, è utile per
allenare la resistenza. La corsa su lunga distanza è particolarmente efficace a
questo scopo.
«Forza capace di sradicare le montagne, spirito capace di
sovrastare il mondo»: questa è impetuosità.
«Giuro che non tornerò finché Loulan non sarà distrutta»:
questa è assenza di timore.
Trasformare la casa in uno Stato: questa è audacia
nell’agire.
Otto anni lontano da casa, passando tre volte davanti alla
propria porta senza entrarvi: questa è resistenza.
Tutte queste qualità possono, in sostanza, essere coltivate
mediante il normale esercizio fisico quotidiano.¹
La volontà, in fin dei conti, è l’avanguardia di ogni
impresa umana.
Coloro che hanno arti esili, sostiene Mao, tendono ad avere
comportamenti leggeri e instabili; coloro i cui tessuti corporei sono rilassati
tendono alla lentezza mentale. Tale è, secondo lui, l’influenza del corpo sulla
psiche.
Gli effetti dell’educazione fisica sono dunque i seguenti:
rafforza il corpo; attraverso ciò accresce la conoscenza;
attraverso ciò regola le emozioni; attraverso ciò rafforza la volontà.
Muscoli e ossa costituiscono il nostro corpo; conoscenza,
emozioni e volontà costituiscono la nostra mente.
Quando corpo e mente si trovano entrambi nella condizione
appropriata, entrambi raggiungono uno stato di pieno benessere.
L’educazione fisica, dunque, non è altro che nutrire la
nostra vita e procurare gioia alla nostra mente.
第五 不好運動之原因
V. Le ragioni per cui le persone non amano l’esercizio
fisico
L’esercizio fisico è l’elemento più importante
dell’educazione fisica. Eppure, fra gli studenti di oggi, molti non amano fare
esercizio. Le ragioni principali sono quattro.
La prima è l’assenza di autoconsapevolezza.
Perché qualcosa si manifesti nell’azione, bisogna anzitutto
essere mossi dal sentimento di volerla compiere; ma, ancor prima, bisogna
possedere una comprensione chiara e completa della questione e sapere perché
essa sia così.
Comprendere qualcosa in modo chiaro e completo, e sapere
perché sia così: questo è ciò che viene chiamato autoconsapevolezza.
La maggior parte delle persone non comprende quale rapporto
l’esercizio fisico abbia con loro stesse. Oppure, anche quando lo sa in termini
generali, la sua comprensione non ha ancora raggiunto un grado sufficiente di
precisione e profondità. Non esiste dunque una base sulla quale sviluppare la
comprensione e, di conseguenza, neppure una base sulla quale mettere in moto i
sentimenti.
Coloro che riescono ad applicarsi instancabilmente allo
studio delle varie discipline lo fanno perché riconoscono quanto direttamente
tali studi li riguardino. Se oggi non studiano, domani non avranno modo di
guadagnarsi da vivere.
Per quanto riguarda l’esercizio fisico, invece, essi non
possiedono una simile consapevolezza.
Metà della responsabilità ricade sulla loro incapacità di
riflettere profondamente sulla questione; l’altra metà ricade sugli insegnanti,
che non sanno come risvegliare in loro tale consapevolezza.
La seconda ragione è che le abitudini radicate sono
difficili da rovesciare.
Il nostro paese ha storicamente attribuito valore al civile
e si è vergognato di essere annoverato fra coloro che vestono le corte vesti
marziali; continuamente si sente dire:
«Un uomo perbene non fa il soldato.»
Benché le persone comprendano che l’esercizio fisico
dovrebbe essere praticato e conoscano gli effetti di rafforzamento che esso ha
prodotto in altri paesi, la forza delle vecchie concezioni rimane potente. Nei
confronti della nuova idea esse continuano a essere per metà favorevoli e per
metà ostili.
Non sorprende dunque che non amino fare esercizio.
La terza ragione è la debolezza di coloro che ne promuovono
la pratica. Questo problema assume a sua volta due forme.
In primo luogo, molti di quelli che oggi vengono chiamati educatori
non comprendono affatto l’educazione fisica. Essi stessi non sanno che cosa
sia; ne hanno semplicemente sentito il nome e tuttavia, seguendo gli altri, si
mettono a praticarla.
La promuovono senza convinzione e non possiedono alcun
metodo con cui attuarla. Il risultato è che diminuisce negli studenti il
desiderio di investigare personalmente l’argomento.
Se un dissoluto parla di autosufficienza, o un ubriacone
parla di moderazione nel bere, naturalmente nessuno gli crederà.
In secondo luogo, coloro che insegnano ginnastica sono
spesso privi di istruzione. Il loro linguaggio è grossolano e volgare,
sgradevole alle orecchie di chi li ascolta. Conoscono soltanto questa unica
abilità, e neppure in essa sono necessariamente competenti.
Giorno dopo giorno, tutto ciò che lo studente vede è sempre
lo stesso movimento meccanico.
Qualunque cosa possieda soltanto una forma esteriore, senza
un’idea essenziale che la animi e la permei, non può durare neppure un giorno.
Ed è precisamente questa la condizione attuale della
ginnastica.
La quarta ragione è che gli studenti stessi considerano
l’esercizio fisico qualcosa di imbarazzante o vergognoso.
Da quanto ho osservato, questa è in realtà una delle ragioni
principali per cui le persone non fanno esercizio.
Vesti lunghe e fluenti; un modo tranquillo e misurato di
muoversi e fermarsi; uno sguardo calmo e senza fretta e un atteggiamento
rilassato e composto: queste sono considerate belle forme di comportamento e
vengono ammirate dalla società.
Poi, all’improvviso, si tendono le braccia e si scoprono i
piedi, si allungano gli arti e si piega il corpo.
Che genere di comportamento è mai questo?
Non apparirà forse estremamente strano?
Vi sono dunque persone che comprendono perfettamente che il
corpo non può fare a meno dell’esercizio e desiderano sinceramente mettere in
pratica questa convinzione, ma alla fine non riescono a farlo.
Alcuni riescono a fare esercizio quando vi sono altri che lo
praticano insieme a loro, ma non riescono a farlo da soli.
Altri riescono a farlo nel tempo libero, nella riservatezza
della propria stanza, ma non davanti a una grande folla.
In una parola, tutto questo nasce da un unico pensiero:
l’imbarazzo.
Queste sono dunque le quattro ragioni per cui le persone non
amano l’esercizio fisico.
La prima e la quarta appartengono alla sfera soggettiva;
modificarle dipende da noi stessi.
La seconda e la terza appartengono alla sfera oggettiva;
modificarle dipende dagli altri.
L’uomo nobile guarda a sé stesso; quanto a ciò che
dipende dagli altri, può lasciarlo agli altri.
第六 運動之方法貴少
VI. Nei metodi di esercizio fisico è preferibile il poco
Io stesso ho sofferto di una costituzione debole e per
questa ragione ho desiderato studiare metodi per preservare la salute. Anche
gli antichi, del resto, non mancavano di cose da dire in proposito. Oggi nelle
scuole esiste la ginnastica e circolano pubblicamente libri sull’argomento. Mi
sono applicato ad essi e ho cercato in molte direzioni, ma alla fine ho trovato
difficile ricavarne grande beneficio.
La ragione è che questa questione non dipende principalmente
dalle discussioni: ciò che conta è la pratica effettiva.
Se si riesce davvero a mettere qualcosa in pratica,
possedere un solo metodo — o perfino mezzo metodo — è già sufficiente.
Zeng Wenzheng praticava il metodo di lavarsi i piedi prima
di coricarsi e quello di camminare mille passi dopo i pasti, e ne ricavò
considerevole beneficio. Vi era inoltre un vecchio che, a ottant’anni, godeva
ancora di buona salute. Quando gli chiesero come vi fosse riuscito, rispose:
«Semplicemente, non mangio mai fino a saziarmi
completamente.»
La ginnastica moderna, invece, espone una profusione di
metodi, troppi per poterli enumerare tutti: sicuramente decine, se non
centinaia.
Un uccello che nidifica nella foresta ha bisogno di un
solo ramo; un animale che beve al fiume ha bisogno soltanto di quanto basta a
riempirgli il ventre.
Noi possediamo un solo corpo, con questi organi, questa
struttura, queste viscere e queste reti corporee. Anche moltiplicando i metodi
cento volte, il loro scopo ultimo non va oltre quello di far circolare
liberamente il sangue attraverso i vasi.
L’effetto che i metodi devono produrre è uno solo. Se un
metodo produce tale effetto e cento metodi producono lo stesso effetto, gli
altri novantanove possono essere scartati.
Gli occhi non hanno bisogno di due diversi modi di vedere
per vedere chiaramente, né le orecchie di due diversi modi di udire per udire
distintamente. Moltiplicare cento volte i metodi per allenare muscoli e ossa
significa semplicemente gettarli nella confusione. Si desidera ottenere
efficacia, ma non vedo come una tale moltiplicazione possa renderli più
efficaci.
Esiste tuttavia una differenza fra allenarsi per i
diversi impieghi pratici cui il corpo può essere destinato e allenare il
proprio corpo in quanto tale.
Il ponte oscillante serve a prepararsi alla navigazione; il
palo serve a prepararsi a superare ostacoli in altezza; i giochi sono
appropriati alla scuola primaria; l’addestramento di tipo militare è
appropriato alla scuola media e ai livelli superiori. Questi sono metodi
diretti a specifici impieghi particolari.
Muovere muscoli e struttura corporea affinché sangue e vasi
circolino liberamente appartiene invece all’allenamento del proprio corpo in
quanto tale.
Per i vari impieghi pratici, i metodi devono essere
numerosi.
Per allenare il proprio corpo, i metodi devono essere
pochi.
Gli studenti di oggi spesso non comprendono questa
distinzione e cadono pertanto in due errori.
Da un lato, coloro che amano l’esercizio fisico ritengono
che la molteplicità sia un pregio. Vorrebbero quasi che un’unica persona
possedesse ogni genere di abilità fisica, con il risultato che nessuna di esse
finisce realmente per arrecare beneficio al corpo.
Dall’altro, coloro che non amano l’esercizio vedono che gli
altri possiedono molte abilità mentre essi ne conoscono poche; abbandonano
dunque completamente la questione e non fanno nulla.
Ciò che ammette opportunamente molti metodi non è
necessariamente buono soltanto perché è numeroso. Cercare tanta ampiezza da
rendere i propri sforzi dispersi e superficiali: quale valore può avere?
E ciò che impiega pochi metodi non è necessariamente
cattivo.
Perfino se non si facesse altro che flettere e distendere
una sola mano o un solo piede, purché lo si trasformasse in una pratica
costante, se ne trarrebbe comunque beneficio.
Soltanto una volta compreso questo principio si può
cominciare a parlare di autentico progresso nell’educazione fisica.
第七 運動應注意之項
VII. Aspetti cui prestare attenzione nell’esercizio
fisico
In ogni cosa è necessario avere costanza; l’esercizio
fisico non fa eccezione.
Supponiamo che due persone pratichino esercizio. Una si
allena per un certo periodo e poi smette; l’altra persevera fino alla fine
senza rilassarsi. I risultati che otterranno saranno necessariamente
differenti.
La costanza nell’esercizio possiede, innanzitutto, la
capacità di generare interesse.
Ciò che è fermo non può mettersi in moto da sé: deve esserci
qualcosa che lo muova. E nulla è più capace di muoverlo dell’interesse.
Ogni disciplina dovrebbe suscitare interesse in molti modi
diversi, e questo vale in particolare per l’esercizio fisico. Quando le persone
rimangono ferme si sentono perfettamente a proprio agio; quando cominciano a
muoversi, trovano il movimento faticoso. Gli esseri umani amano abitualmente la
comodità e detestano lo sforzo. Se non vi è qualcosa che li spinga, non basta a
rovesciare questa tendenza e a modificare ciò che amano e ciò che detestano.
Un simile interesse nasce più facilmente facendo esercizio
ogni giorno senza interruzione.
È preferibile esercitarsi due volte al giorno, una volta al
risveglio e una prima di coricarsi. Fare esercizio nudi è la soluzione
migliore; indossare abiti leggeri viene subito dopo; gli abiti pesanti
costituiscono un impedimento considerevole.
Bisogna farne un’abitudine quotidiana, così che il pensiero
dell’esercizio rimanga continuamente connesso e non venga mai interrotto:
l’esercizio di oggi continua quello di ieri e, a sua
volta, dà origine all’esercizio di domani.
Ogni sessione non deve necessariamente essere lunga; trenta
minuti sono sufficienti.
In questo modo nasce spontaneamente una forma di interesse.
Il secondo beneficio è che la costanza può generare piacere.
Una volta praticato l’esercizio per lungo tempo e quando i
risultati diventano chiaramente evidenti, nasce un senso del proprio valore.
Nello studio ci si scopre all’altezza del compito e si lavora con
soddisfazione; nella coltivazione morale si progredisce giorno dopo giorno.
Anche l’infinito piacere che si prova interiormente viene ottenuto grazie alla
costanza.
Esiste una distinzione fra piacere e interesse.
L’interesse appartiene all’inizio dell’esercizio; il
piacere appartiene alla sua conclusione.
L’interesse nasce nel corso della pratica; il piacere
nasce dai risultati.
Le due cose sono dunque differenti.
Tuttavia, anche possedendo costanza, è difficile ottenere
risultati se non si applica la mente.
Guardare i fiori dal dorso di un cavallo — anche se lo si
facesse ogni giorno — equivale quasi a non averli guardati affatto.
Se la propria mente è rivolta all’oca selvatica nel cielo,
anche studiando insieme a un’altra persona non si riuscirà a eguagliarla.
Nell’esercizio fisico esiste pertanto un principio di concentrazione
totale delle proprie forze.
Quando si pratica esercizio, la mente deve essere
nell’esercizio. Pensieri oziosi e preoccupazioni varie devono essere tutti
messi da parte.
Bisogna rivolgere l’attenzione a come circolano il sangue e
i vasi, a come i muscoli si contraggono e si rilassano, a come le articolazioni
si muovono avanti e indietro e a come il respiro entra ed esce.
I movimenti stessi devono seguire il proprio ritmo
appropriato; flessione ed estensione, avanzamento e arretramento devono essere
eseguiti in modo pieno e concreto.
Zhu Xi, parlando del «mantenersi su un’unica cosa senza
deviare», disse che quando si mangia bisogna pensare al mangiare e quando
ci si veste bisogna pensare al vestirsi.
Concentrare tutte le proprie forze sull’esercizio non
significa altro che questo.
La mitezza civilizzata e la docilità costituiscono il
portamento dell’uomo nobile.
Tuttavia, non sono questi i termini appropriati
all’esercizio fisico.
L’esercizio deve essere selvaggio e rozzo:
cavalleria che carica e lance che cozzano;
dieci assalti e dieci sfondamenti;
un ruggito capace di abbattere le montagne;
un grido capace di mutare vento e nubi;
la forza di re Xiang che sradicava le montagne;
la prodezza di Youji capace di trapassare l’armatura.
La Via dell’esercizio fisico risiede in questa selvatichezza
e rozzezza e non ha nulla a che vedere con l’abilità delicata o la
raffinatezza.
Nel perseguire l’esercizio fisico si deve essere selvaggi:
la selvatichezza rende potente il vigore e forti muscoli e ossa.
I metodi dell’esercizio devono essere rozzi e semplici:
quando sono rozzi e semplici, ci si può attenere a qualcosa di sostanziale e la
pratica risulta facile.
Queste due qualità sono particolarmente importanti per chi
ha appena cominciato ad allenarsi.
Vi sono dunque tre aspetti principali cui prestare
attenzione nell’esercizio:
primo, la costanza;
secondo, la concentrazione totale;
terzo, selvatichezza e rozzezza.
Vi sono molti altri aspetti cui prestare attenzione, ma
questi sono quelli essenziali.
第八 運動一得之商榷
VIII. Una modesta acquisizione sull’esercizio fisico,
proposta alla discussione
Ho compiuto uno studio sommario di varie forme di esercizio.
Poiché si trattava in tutti i casi di cose imposte o modellate dall’esterno e
non corrispondevano a ciò che io stesso avevo appreso attraverso l’esperienza,
ho selezionato i punti di forza delle varie forme di esercizio e ho ideato una
forma di esercizio mia propria.
I benefici che ne ho ricavato non sono stati affatto
trascurabili.
Essa si divide in sei sezioni:
- esercizi
per braccia e mani;
- esercizi
per gambe e piedi;
- esercizi
per il tronco;
- esercizi
per la testa;
- esercizi
di percussione;
- esercizi
di armonizzazione.
All’interno di queste sezioni vi sono complessivamente
ventisette esercizi. Poiché il sistema è composto da sei sezioni, l’ho chiamato
Esercizio in Sei Sezioni.
Lo descrivo qui sotto, nella speranza che lettori competenti
abbiano la benevolenza di correggermi.
I. 手部運動
Esercizi per braccia e mani
Posizione seduta.
1. Chiudere i pugni e flettere e distendere le
braccia in avanti, alternando destra e sinistra, tre volte per lato.
Quando si dice che destra e sinistra si alternano, significa
che quando si muove la sinistra la destra rimane ferma, e quando si muove la
destra la sinistra rimane ferma: le due si alternano reciprocamente.
2. Con i pugni chiusi e i gomiti piegati, compiere
movimenti semicircolari dalla parte anteriore, passando lateralmente e
dirigendosi verso il retro, alternando destra e sinistra, tre volte per lato.
3. Con i pugni chiusi, flettere e distendere le
braccia verso il basso e in avanti, entrambe contemporaneamente, tre volte.
Quando si dice che destra e sinistra si muovono insieme,
significa che entrambe si muovono simultaneamente anziché alternarsi.
4. Con i palmi rivolti verso l’alto, descrivere
cerchi verso l’esterno, tre volte per ciascun lato.
5. Con i palmi rivolti verso il basso, descrivere
cerchi verso l’esterno, tre volte per ciascun lato.
6. Distendere le dita, flettere i gomiti e spingere
direttamente in avanti, alternando destra e sinistra, tre volte per lato.
II. 足部運動
Esercizi per gambe e piedi
Posizione seduta.
1. Con i pugni chiusi e le braccia pendenti ai lati,
dalla posizione originaria flettere una gamba in avanti mentre l’altra si
distende obliquamente all’indietro. Alternare destra e sinistra tre volte.
2. Tenere i pugni chiusi all’altezza della parte
anteriore del corpo. Distendere una gamba lateralmente e flettere l’altra in
avanti. La gamba distesa può cambiare posizione; quella flessa poggia soltanto
sulle dita del piede, con il tallone a contatto con il gluteo. Alternare destra
e sinistra tre volte.
3. Con i pugni chiusi e le braccia pendenti ai lati,
sostenersi su una gamba e sollevare l’altra. Alternare destra e sinistra tre
volte.
4. Con i pugni chiusi e le braccia pendenti ai lati,
sostenersi su una gamba e calciare in avanti con l’altra. Alternare destra e
sinistra tre volte.
5. Con i pugni chiusi e le braccia pendenti ai lati,
flettere una gamba in avanti e distendere l’altra all’indietro. La gamba flessa
rimane nella posizione originaria mentre quella distesa cambia posizione. I due
piedi dovrebbero trovarsi approssimativamente lungo una linea retta. Alternare
destra e sinistra tre volte.
6. Aprire i pugni. Sollevare l’intero corpo e poi
accovacciarsi; nell’accovacciarsi, portare i glutei vicino ai talloni. Ripetere
tre volte.
III. 軀幹部運動
Esercizi per il tronco
Posizione eretta.
1. Flettere il corpo in avanti e all’indietro tre
volte.
Tenere le mani chiuse a pugno. Lo stesso vale per gli
esercizi successivi.
2. Distendere una mano verso l’alto mentre l’altra
rimane pendente, allungando il petto e il fianco su ciascun lato. Eseguire una
volta per lato.
3. Lasciare una mano pendere lungo il fianco e
l’altra obliquamente in avanti, allungando la schiena e il fianco sui due lati.
Eseguire una volta per lato.
4. Disporre i piedi in una posizione a T.
Oscillare le mani orizzontalmente da un lato all’altro ruotando la vita e i
fianchi. Eseguire una volta per lato.
IV. 頭部運動
Esercizi per la testa
Posizione seduta.
1. Flettere la testa in avanti e all’indietro tre
volte.
2. Ruotare la testa a sinistra e a destra tre volte.
3. Con le mani, massaggiare fronte, guance, naso,
labbra, gola, orecchie e nuca.
4. Movimento libero. Mantenere sostanzialmente
ferma la posizione della testa e provocare consapevolmente il movimento della
pelle e della mandibola. Ripetere cinque volte.
V. 打擊運動
Esercizi di percussione
Nessuna posizione fissa.
Lo scopo degli esercizi di percussione consiste
nell’utilizzare i pugni per colpire le varie parti del proprio corpo, facendo
affluire rapidamente il sangue e rendendo saldi i muscoli.
1. Braccia. Colpire il braccio sinistro con la mano
destra e il braccio destro con la mano sinistra.
a. Avambracci: colpire le superfici superiore,
inferiore, sinistra e destra.
b. Braccia: colpire le superfici superiore,
inferiore, sinistra e destra.
2. Spalle. Colpire le spalle.
3. Petto. Colpire il petto.
4. Fianchi. Colpire i fianchi.
5. Schiena. Colpire la schiena.
6. Addome. Colpire l’addome.
7. Glutei. Colpire i glutei.
8. Gambe. Colpire cosce e parte inferiore delle
gambe.
VI. 調和運動
Esercizi di armonizzazione
Nessuna posizione fissa.
1. Saltare e danzare più di dieci volte.
2. Compiere tre respiri profondi.
Fine.
二十八畫生
Studente Ventotto Tratti
Commento
Alcune precisazioni in merito alla Storia della Cina e alla
biografia di Mao Zedong potrebbero essere utili per inquadrare l’articolo nel
contesto corretto.
Per cominciare, il Mao Zedong che pubblica nel 1921 non è l’uomo
che poi diventerà una volta alla guida del Cina comunista. Non solo all’epoca
della pubblicazione il Partito Comunista Cinese non era ancora stato fondato,
cosa che avverrà nel 1922, ma la rivoluzione bolscevica non aveva ancora avuto
luogo e Mao Zedong stesso non era ancora divenuto comunista. Il suo pensiero è radicato
in una combinazione di Confucianesimo, scientismo, e idee pedagogiche
occidentali. Infatti, nello studio Mao cita con grande liberalità tanto
Confucio che Zhu Xi, pensatori ai quali moverà una critica feroce una volta
superata quella che egli stesso definisce la sua “fase borghese” per abbraciare
l’ideale comunista.
In secondo luogo, come è evidente anche a una lettura
superficiale, l’articolo di Mao Zedong è ben lontano dall’essere “basato sulle
teorie di Kanō Jigorō”, o dal trattare di essere. Kanō Jigorō è menzionato
insieme ad altri personaggi e le teorie discusse da Mao Zedong nell’articolo
hanno molto più a vedere con autori occidentali come Herbert e Pestalozzi, il
cui pensiero era entrato fortemente nel sistema educativo giapponese dell’epoca
Meiji, che non con Kanō stesso, che aveva a sua volta studiato gli stessi
autori.
Mao Zedong scrive in un momento particolare per la storia
cinese: dopo la guerra sino-giapponese vinta dal Giappone nel 1895, la dinastia
Qing è caduta e Yuan Shikai, sostituendosi all’imperatrice Cixi, ha avviato la
fase repubblicana nel 1912. La Cina si è avvicinata al Giappone, e in questo
contesto è nato un programma tramite il quale studenti cinesi vengono
selezionati e mandati a studiare il Giappone. Kanō Jigorō è direttamente
coinvolto, ed è tramite la sua raccomandazione che Yang Chiangji studia alla
Scuola Normale di Tōkyō. Il contatto fra i due è quindi storicamente accertato,
ma mancano prove certe per stabilire quale fosse la sua esatta natura e fino a
che punto Yang Chiangji abbia effettivamente studiato e compreso le idee di Kanō,
idee che per altro, all’epoca, non avevano ancora assunto la loro forma
definitiva.
Il lettore non mancherà certo di notare una differenza
significativa tra la “ginnastica” proposta da Mao Zedong e i movimenti proposti
da Kanō, benché sembri esservi qualche somiglianza superficiale con il seiryoku
zen’yō kokumin taiiku no kata, ma questo aggiunge al problema invece di
sottrarre. Una differenza ancora più notevole è l’insistenza di Mao Zedong sul
fatto che l’esercizio debba essere “selvaggio e rozzo”, termini che non compaiono
mai nel linguaggio di Kanō e che sono in contrasto con le sue idee in merito ai
kata, specialmente per quanto riguarda il Jū no kata, il Koshiki no kata e l’Itsutsu
no kata.
Kanō Jigorō formulò i principi Jita kyōei e Seiryoku zen’yō nel
1922, un anno dopo la pubblicazione di Kanō e due anni dopo la morte di Yang,
il che significa che Yang non può avere trasmesso al giovane Mao Zedong gli
insegnamenti di Kanō così come egli li sistematizzò, perché all’epoca in cui
Mao Zedong pubblicò l’articolo il processo non si era ancora concluso e principi
Jita kyōei e Seiryoku zen’yō non erano ancora stati formulati. Si può quindi
escludere che Mao Zedong li conoscesse all’epoca in cui scrisse l’articolo.
Nel proprio articolo, Mao cita il bushidō e il jūjutsu, e la
costruzione della frase lascia intendere che il jūjutsu sia posteriore al
bushidō. In realtà, l’elaborazione del bushidō propriamente detto si
concretizza con il pensiero di Yamaga Sokō e Yamamoto no Tsunetomo nel XVII
secolo, benché i due autori propongano idee significativamente differenti, mentre
il jūjutsu è attestato almeno dalla prima metà del 1500 con la fondazione del Takenouchi
ryū. Questo stesso dato confuta la teoria di Chen Yuanbin come ispiratore o iniziatore del jūjutsu,
a cui Mao Zedong sembra alludere, poiché il suo arrivo in Giappone è posteriore
alla fondazione del Takenouchi ryū. È anche possibile che Mao Zedong si riferisca
invece alla presenza della teoria cosmologica cinese all’interno dello Yōshin
ryū, ma è una soluzione meno convincente perché essa non è mai stata descritta
come la base o il fondamento del jūjutsu giapponese alla maniera di Chen Yuanbin.
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