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L'Islam proibisce la pratica del judo?

 

Illustrazione per un articolo su Islam, Kōdōkan jūdō, ḥalāl e ḥarām, con attenzione al saluto nel dōjō e al rapporto fra rispetto sportivo e culto religioso.

Il Kōdōkan jūdō e l'Islam

Kanō Jigorō sviluppò il Kōdōkan jūdō perché fosse accessibile senza distinzioni di età, genere, orientamento politico e fede religiosa.

Oggi, il jūdō conta oltre 50 milioni di praticanti, buona parte dei quali in nazioni con una forte presenza musulmana.

Il Profeta Muhammad ﷺ era egli stesso addentro alla lotta corpo a corpo, e affrontò con successo un avversario più forte e più esperto di lui.

Capire se l' Islam proibisce la pratica del judo, cioè se il judo è haram, può aiutare istruttori, allievi e famiglie a trovare l'intesa giusta.

 

Disegno a matita di due praticanti di judo impegnati in una fase di lotta in piedi, con judogi bianchi e presa ravvicinata.

Lecito e proibito

Per descrivere qualcosa come lecito, cioè ḥalāl حلال, oppure ḥarām حَرَام, ossia proibito, la giurisprudenza islamica si avvale di criteri molto precisi: 

  • Il Corano, dal quale deriva la Sharī’a شريعة ("via" "cammino" dell'essere umano). In una certa misura è vicino al concetto di dō 道 inteso come ciò che deve essere compiuto dall'essere umano, ma dal punto di vista filosofico e religioso si tratta di due concetti indipendenti.
  • Gli aḥādīth sono rapporti trasmessi sulle parole, azioni, approvazioni tacite e qualità del Profeta Muḥammad ﷺ; in senso più ampio possono includere anche tradizioni relative ai Compagni.

Come si può dunque stabilire se il judo è haram?

Sunnah e Ahadith

Disegno a matita di un Corano aperto con grani di preghiera appoggiati sulle pagine, in una composizione raccolta e silenziosa.

La Sunnah indica principalmente il modello normativo del Profeta ﷺ: parole, azioni e approvazioni tacite. Le prime generazioni, i Salaf, hanno grande autorità interpretativa, ma non sono semplicemente sinonimo di Sunnah. 

  • Parole specifiche (Sunnah Qawliyyah)
  • Abitudini e pratiche (Sunnah Fiiliyyah)
  • Approvazioni silenziose (Sunnah Taqririyyah)

Gli ahadith sono a loro volta classificati in veri, accettabili, deboli, o inventati. Perché un ḥadīth sia considerato vero (ṣaḥīḥ), la catena di trasmissione deve essere continua, i trasmettitori affidabili e precisi, e il testo non deve presentare irregolarità o difetti nascosti.

La definizione di ciò che è Sunnah si appoggia molto spesso sugli aḥādīth, cioè sull’attestazione di ciò che il Profeta Muḥammad ﷺ ha detto, fatto o tacitamente approvato. Le prime generazioni hanno grande importanza nella trasmissione e nell’interpretazione, ma non sono semplicemente sinonimo di Sunnah.


La lotta di Muhammad contro Rukāna

Uno degli hadith narrati da al-Shāfiʿī racconta di un combattimento corpo a corpo fra il Profeta e un uomo chiamato Rukāna , appartenente alla tribù dei Quraysh. Rukāna sfidò Muhammadﷺ a battersi con lui, per dimostrargli la fondatezza del suo messaggio.

La tradizione è interessante, ma è da considerare con cautela perché la catena di trasmissione non è stabilita. 

 Rukāna era ricordato come un uomo di grande forza; il racconto sottolinea che il Profeta ﷺ riuscì comunque a gettarlo a terra per tre volte, lasciando l’esperto combattente stupito e confuso. 


Arabo: أَنَّ رُكَانَةَ، صَارَعَ النَّبِيَّ صلى الله عليه وسلم فَصَرَعَهُ النَّبِيُّ صلى الله عليه وسلم 

Traduzione di servizio: “Rukāna lottò con il Profeta ﷺ, e il Profeta ﷺ lo gettò a terra.” 

(La tradizione è riportata in Jāmiʿ al-Tirmidhī, ma la catena è indicata come non salda; va quindi usata con cautela.)


Per buona misura, il Profeta gli dimostrò la forza della propria fede facendo sì che un albero di mirra rispondesse al suo comando di muoversi verso di lui e poi di tornare alla posizione originaria.

Il racconto di Rukāna può essere richiamato, con cautela, per mostrare che la lotta corpo a corpo non è estranea alla tradizione islamica; da solo, però, non basta a fondare una conclusione giuridica definitiva.

Dunque, il judo non è haram? In linea di principio no, ma non è così semplice. Per comprendere il problema, occorre spingersi più a fondo nei fondamenti della fede islamica.

 

I Cinque Pilastri

Disegno a matita di una giovane donna musulmana con hijab, seduta in preghiera con le mani raccolte davanti al volto.

  • La pratica dell' Islam si fonda su cinque azioni basilari, conosciute come i Cinque Pilastri:Professione di fede (Shahāda)
  • Preghiera (Salat)
  • Digiuno nel mese sacro (Ramaḍān)
  • Elemosina (Zakat)
  • Pellegrinaggio alla Mecca, per chi ne è in grado (Hajj)


La preghiera occupa un posto di speciale importanza nella vita di una persona osservante. Viene svolta cinque volte al giorno, secondo modalità ben definite, e comprende per ciascun caso un numero predeterminato di inchini e di prostrazioni. Durante la preghiera, il musulmano si prostra per indicare la propria sottomissione a Dio. 


Arabo: وَمِنْ ءَايَـٰتِهِ ٱلَّيْلُ وَٱلنَّهَارُ وَٱلشَّمْسُ وَٱلْقَمَرُ ۚ لَا تَسْجُدُوا۟ لِلشَّمْسِ وَلَا لِلْقَمَرِ وَٱسْجُدُوا۟ لِلَّهِ ٱلَّذِى خَلَقَهُنَّ إِن كُنتُمْ إِيَّاهُ تَعْبُدُونَ

Traduzione di servizio: “Fra i Suoi segni vi sono la notte, il giorno, il sole e la luna. Non prosternatevi davanti al sole né davanti alla luna, ma prosternatevi davanti ad Allah, che li ha creati, se è Lui che adorate.”

(Corano 41:37)

In una lettura spirituale si potrebbe vedere nella stazione eretta anche la dignità e responsabilità dell’essere umano, ma questo non è il significato giuridico primario della postura.


Disegno a matita di un uomo in abito bianco mentre si inchina, con le mani sulle ginocchia, in un gesto di rispetto.

Il tawḥīd

Nell’Islām, il termine tawḥīd توحيد, indica l’assoluta unicità di Dio, e in quanto tale Dio è l’esclusivo oggetto della venerazione della persona musulmana. Nel corso della preghiera, il gesto del dito indice teso è spesso inteso come richiamo all’unicità di Dio

Disegno a matita di una persona inginocchiata su un tappeto da preghiera, con abito bianco e mani appoggiate sulle ginocchia.


Nulla al di fuori di Dio può essere adorato senza commettere il peccato di shirk شرك , o idolatria. Il termine indica più precisamente l’associare ad Allah qualcosa o qualcuno nel culto, nella signoria o nella divinità.

Arabo: إِنَّ ٱللَّهَ لَا يَغْفِرُ أَن يُشْرَكَ بِهِۦ وَيَغْفِرُ مَا دُونَ ذَٰلِكَ لِمَن يَشَآءُ ۚ وَمَن يُشْرِكْ بِٱللَّهِ فَقَدِ ٱفْتَرَىٰٓ إِثْمًا عَظِيمًا 

Traduzione di servizio: “In verità Allah non perdona che Gli venga associato qualcosa; perdona invece ciò che è meno di questo a chi vuole. Chi associa qualcosa ad Allah ha commesso un peccato immenso.”

(Corano 4:48)


Qui nasce il problema. Dal punto di vista di alcuni musulmani, ritsurei 立礼 e soprattutto zarei 座礼 possono richiamare visivamente posture cultuali islamiche come rukūʿ e sujūd, anche se il significato e la forma tecnica non coincidono necessariamente. Alcuni studiosi di orientamento più restrittivo, spesso riconducibili ad ambienti salafiti, ritengono problematico o proibito inchinarsi a un altro essere umano anche senza intenzione di culto, poiché può equivalere a commettere il peccato di idolatria, ed è dunque proibito.

Arabo: يَا رَسُولَ اللَّهِ الرَّجُلُ مِنَّا يَلْقَى أَخَاهُ أَوْ صَدِيقَهُ أَيَنْحَنِي لَهُ؟ قَالَ: «لَا» 
Traduzione di servizio: “O Messaggero di Allah, quando uno di noi incontra suo fratello o un suo amico, deve inchinarsi davanti a lui? Rispose: ‘No’.” 


(Il testo è utile per capire la posizione restrittiva, ma va citato con prudenza: Sunnah.com riporta al-Tirmidhī come ḥasan, mentre Darussalam lo classifica ḍaʿīf.”)

 
Disegno a matita di una donna con hijab in prosternazione su un tappeto da preghiera, con un libro sacro vicino alle mani.

Rispetto e Sportività

Il mondo islamico non ha un’unica figura di riferimento dotata della facoltà di stabilire inequivocabilmente la posizione della religione su un dato problema, alla maniera del Papa cattolico o del Dalai Lama del buddhismo tibetano, perciò esperti diversi possono avere idee diametralmente opposte.


Nel 2019, un esperto appartenente alla corrente salafita, Yasser al-Borhamy, ha emesso una sentenza (fatwa) nella quale descriveva la pratica delle arti marziali come “un abominio”, proprio per via dell’uso dell’inchino come forma di saluto. Questa posizione non rappresenta un consenso generale, ma una lettura restrittiva del problema.


Secondo quanto riportato da The New Arab, al-Azhar rispose attraverso Sheikh Ahmed al-Bahi, un esperto dell’Università Al-Azhar del Cairo, considerata il più prestigioso centro di studi islamici al mondo e apertamente critica verso le interpretazioni dell'Islam troppo estremiste, ha chiarito che “prostrarsi con l’intenzione di glorificare una creatura alla maniera di Dio è completamente proibito. I musulmani devono inchinarsi solo di fronte a Dio. Tuttavia, questo non deve essere confuso con l’intenzione moderna di inchinarsi fra avversari in alcuni sport, il che è considerato un segno di rispetto e una dimostrazione di sportività”.
 

(The New Arab riporta che al-Azhar distinse fra prosternazione con intenzione di glorificare una creatura e inchino sportivo moderno come segno di rispetto e sportività.)

Conclusione

L'Islam proibisce la pratica del judo? 

In quanto tale, il combattimento corpo a corpo non può essere considerato automaticamente ḥarām. La tradizione relativa a Rukāna può essere richiamata con cautela per mostrare che la lotta fisica non è estranea al contesto islamico, anche se la trasmissione specifica non è abbastanza forte da fondare da sola una conclusione giuridica definitiva.

Il nodo principale resta dunque il significato del saluto. Se il rei del jūdō viene inteso e praticato come gesto convenzionale di rispetto, disciplina e sportività, e non come atto di adorazione, il parere attribuito ad al-Azhar distingue questa pratica dallo shirk.


Arabo: إِنَّمَا الأَعْمَالُ بِالنِّيَّاتِ، وَإِنَّمَا لِكُلِّ امْرِئٍ مَا نَوَى

Traduzione di servizio: “Le azioni valgono secondo le intenzioni, e ogni persona avrà secondo ciò che ha inteso.”

(Ṣaḥīḥ al-Bukhārī 1)


Resta però corretto riconoscere che alcuni studiosi musulmani adottano una posizione più restrittiva e preferiscono evitare o sostituire ogni forma di inchino verso esseri umani. Per questo, nei contesti educativi e sportivi, la soluzione più ragionevole è il dialogo: spiegare il significato del rei nel jūdō e, quando necessario, concordare forme alternative di rispetto che non mettano il praticante musulmano in difficoltà religiosa.


 Emanuele Bertolani



Alcuni temi richiamati in questo articolo — il saluto, l’inclusione e la trasmissione della pratica — sono discussi anche qui:




Etichetta del keikojo 1 — Rei e joseki




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